Casta nell'arte/ Arnaldo Romani Brizzi ad Affaritaliani.it: "C'è anche chi ricicla denaro..."

L'INTERVISTA E LO SPECIALE-INCHIESTA DI AFFARITALIANI.IT SULLA CASTA NELL'ARTE...

L'ARTICOLO CHE HA SCATENATO LA POLEMICA: Il mondo dell'arte è una grande Casta

Casta nell'arte/ Arnaldo Romani Brizzi ad Affari: "C'è anche chi ricicla denaro..."

sgarbi galimberti
Il collezionista Guido Galimberti commenta con Affaritaliani.it la Casta dell'arte

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"Bell'articolo anche se in un certo senso "scopre l'acqua calda". Il mondo dell'arte funziona così, non c'è niente da fare. Si tratta di capire quali sono le regole del gioco". La filosofa Carola Barbero, esperta di estetica e linguaggi dell'arte, interviene nel dibattito sulla Casta dell'arte

E lo stesso Vittorio Sgarbi partecipa al dibattito: "Dopo la Biennale mi dedicherò al Padiglione di Torino e porterò mille nuovi artisti a Salemi..."

FORUM/ Artisti, appassionati, semplici fruitori, avete esperienze da raccontare? Il mondo dell'arte è una Casta? Partecipate al dibattito di Affari...

di Manuela Alessandra Filippi

Colpisce l’impeccabile compitino, da analisi logica, fatto dalla Barbero. Lusinga che un uomo come Galimberti, collezionista di fama internazionale e proprietario di Opera Art Solution, si sia buttato nella mischia per rassicurarci tutti riguardo l’inesistenza della casta. Anzi, ha fatto di più, ci ha fornito uno scoop da prima pagina, rivelandoci che il mercato dell’arte non esiste. Peccato che subito dopo questa clamorosa dichiarazione si sia contraddetto iniziando a spiegare, con dovizia di particolari, come funzioni. Parlare dei giochi di potere, che governano il sistema dell’arte, è fare la scoperta dell’acqua calda? Può darsi. La polemica scatenata dall’articolo sembra dimostrare il contrario. È chiaro che i meccanismi perversi possano esser scardinati solo dall’interno, ma nessuno ha interesse a farlo, data la ricchezza del piatto. Artisti, curatori, galleristi, editori, collezionisti, sono tutti legati a doppio filo. Se cade uno, si trascina dietro tutti gli altri. La posta in gioco è alta. Dietro i paraventi omertosi del mondo dell’arte forse nessuno ha interesse a cantare. Forse. Eppure, a ben guardare, anche nei sistemi di sicurezza più sofisticati, si trova sempre una piccola falla. Una cellula di disturbo che, in barba alle consegne più rigide, decide di percorrere una traiettoria diversa. Ce ne sono più di quante si possa immaginare. A ognuna di loro daremo voce.  Perché questo vaso di pandora, che abbiamo scoperchiato, non diventi l’ennesima occasione mancata.

ArnaldoRomani Brizzi
Arnaldo Romani Brizzi

Arnaldo Romani Brizzi, gallerista e critico d’arte, fondatore della galleria Il Polittico di Roma, con alle spalle più di 25 anni di attività, all’attivo mostre come La pittura ritrovata, e la recente retrospettiva dedicata a Mirko Basaldella, allestita nel Casino dei Principi di Villa Torlonia, a Roma, ha deciso di intervenire e, per primo, rompe il silenzio. E lo fa senza peli sulla lingua.

L’inchiesta lanciata da Affaritaliani.it sulla casta ha scatenato una polemica. I lavoratori dell’arte hanno pubblicato un j’accuse pesantissimo. Qualcuno, invece, sostiene sia un’affermazione senza fondamento. La casta esiste, si o no?
Sì. Esiste. E lo dico da operatore, da uno che fino a qualche anno fa ha avuto ampia autonomia è libertà di manovra. Con momenti floridi, fatti di grandi attenzioni, simpatia da parte del pubblico e dei grandi collezionisti… Oggi è tutto cambiato. Questo sistema ha scardinato le possibilità di esistenza di realtà come la mia. Perché tutta l’arte che io presento non interessa a quella che tu, correttamente, definisci una casta.

 Se non sbaglio hai degli artisti presenti nel Padiglione Italia.
Vittorio Sgarbi, che ha una memoria straordinaria, non dimentica ciò che ha potuto vedere anche solo una volta, e che giudica essere interessante.  L’azione di Sgarbi, sulla carta, è stata un gran premio, perché 50 e forse più artisti che sono passati per la saletta della mia galleria sono stati invitati e si sono presentati. Quanto al risultato, beh… Ho un giudizio un po’ diverso.

Scorrendo le recensioni e gli articoli apparsi ancora prima che la Biennale aprisse i battenti, viene il sospetto che ci sia stato un ordine di scuderia: sparare a zero.
Certo, esiste un preconcetto assoluto. Ultimamente tutta la cosiddetta cultura dell’arte, critici in testa, che poi non vogliono più nemmeno farsi chiamare critici, ma curator, corrono in  soccorso al carro del vincitore, guardandosi bene dal mettersi contro un sistema così potente. L’idea di Sgarbi è stata giudicata aprioristicamente. Partendo dal presupposto che è antipatico, si sono rifiutati di capire qual’era la motivazione da cui, tutto questo grande carro numerico della sua Biennale, ha avuto origine. Nessuno ha voluto giudicare questo. Sarebbe stato troppo scomodo. Nessuno è entrato nel merito di un’idea che era, ed è, importante, coraggiosa, formulata in termini politici. Quella di dire: guardate che l’arte è anche altra cosa rispetto a quella che viene presentata, in maniera così arrogante, dal sistema.  Un po’ diverso è, non mi stancherò mai di dirlo, il risultato. Nonostante questo, il suo resta un attacco che in pochi possono permettersi. Chi può scendere contro i potentati che vanno da Pinault a Prada, alle Fendi e chi per loro? Certo non io. Nemmeno una galleria, seppur importante, di Roma o Milano. Tutte sono ormai schiacciate dall’unica di cui tutti preferiscono parlare, quella di quel furbo mestierante di Gagosian. Noi non abbiamo la possibilità di affrontare una battaglia contro quella che tu, giustamente, definisci casta.

Nel suo intervento, apparso la scorsa settimana, Guido Galimberti ha espresso forti perplessità nei confronti dei termini che ho usato nel mio articolo. “Parlare di 'Casta dell'arte'  - dice - significa sostenere che il mondo dell'arte sia paragonabile ad un sistema in qualche modo mafioso e lo trovo esagerato”. E a proposito di Pinault, sostiene sia un benefattore, qualcuno che è stato in grado di fare quello che nessuno ha mai fatto prima: portare il turismo a Venezia e muovere economia e cultura.
 A parte che Venezia di tutto ha bisogno fuorché di turismo. Già ne ha troppo di suo! Per quanto riguarda Galimberti, o è in malafede oppure non conosce approfonditamente il territorio della speculazione commerciale ed economica, in corso da molti anni, sulle opere d’arte. Oggi sono trattate come i titoli di borsa. C’è gente che invece di speculare nei mercati azionari, rischiando il penale, lo fa nel mondo dell’arte. E sai perché? Fare delle operazioni spericolate su un artista, o sul suo lavoro, o su più opere, non è perseguibile in termini di legge. Per cui io posso, dall’oggi al domani, far salire e far esplodere le quotazioni di un opera o di un artista. Nel frattempo compro e vendo, compro e vendo, come si fa in borsa, guadagnando un sacco di soldi… Galimberti dice che è esagerato? Forse non si è reso conto dove girano i soldi brutti. Forse non è mai andato all’apertura di Basilea. Quest’anno, fin dal giorno prima della vernice, c’era tutta una gran quantità di denaro che veniva speso da gente straricca. Denaro che, guarda caso, è depositato proprio li. Un denaro che non fa nessuna fatica a muoversi e, vogliamo dirlo, viene riciclato? Si, viene riciclato, con grande facilità. Se lui sostiene il contrario forse non è informato o forse è conformato al gioco.

 La compravendita delle opere d’arte contemporanea, spesso e volentieri, viene fatta in nero. Una evasione in piena regola, eretta a sistema.
 Ti posso dire una cosa, e me ne assumo tutte le responsabilità: i grossi collezionisti hanno smesso di comprare in Italia, certamente non comprano a Roma. Comprano all’estero, al Freeze di Londra, ma soprattutto a Basilea, dove sono ospitati di tutto punto. Come mai? Basilea non si trova in Svizzera? Ma guarda un po’…

Se dimostrabile, questa è una prova schiacciante del malaffare, della collusione conclamata tra il mondo finanziario ed economico più spregiudicato e il sistema dell’arte. Con buona pace di chi sostiene non esserci alcun legame tra i due. Come dicevi tu, oggi l’arte è trattata alla stessa stregua del mercato della borsa. Con l’unica differenza che al posto delle Blue chips ci sono gli artisti.
Sono assolutamente d’accordo. Non ho nulla da eccepire su questa visione. Sbaglia chi pensa il contrario. E se lo fanno, ancora una volta, o sono in malafede o sono comunque legati a doppio filo al carrozzone, dal quale traggono ampi vantaggi e privilegi. Non si può più dire che il nero non è nero!  La prima cosa che ti domandano oggi i collezionisti è: ma quanto vale quest’opera? E quanto varrà nel tempo, se la mando all’asta? È chiaro che stanno semplicemente valutando come guadagnare più soldi.

Arriviamo a toccare un altro nervo scoperto: quello delle case d’asta e del cambiamento di ruolo che hanno avuto negli ultimi 10 anni.
Si sono sostituite all’attività delle gallerie. Prima, se volevi mandare un’opera di un artista vivente all’asta, la rifiutavano. Venivano battute solo quelle di artisti defunti, considerate dei capolavori. Al più potevano andare all’asta delle opere di artisti che erano ormai riconosciuti come maestri. Poi, all’improvviso, si è cominciato a mandare in asta anche l’opera dell’ultimo esordiente. Evidentemente dietro c’era una speculazione di scommettitori, riferibili a certe gallerie, a gruppi di potere… Così facendo le case d’asta hanno preso il sopravvento. Con il risultato che se l’artista è nella circuitazione giusta, le cifre vanno alle stelle, registrando i cosiddetti record. Se invece provi a mandare all’asta l’opera di un artista che non è compreso all’interno di quella circuitazione, il prezzo crolla rispetto a quello di galleria o di studio. Tutto questo ha fatto malissimo alle gallerie private. E anche ad alcune case d’asta, come per esempio Finarte, che è finita in maniera indecorosa.

Questo avvallerebbe l’ipotesi che esista eccome una catena che lega tutte le realtà. Una stanza dei bottoni che riunisce galleristi, mecenati, case d’asta, collezionisti, critici e curatori. Un manipolo di persone che decide, arbitrariamente, chi deve passare e chi no. Una chiusura che ha anche ucciso il rapporto con il pubblico. Perché un tempo, non se ne parla mai, c’era il rapporto con il pubblico, e aveva un peso. Le mostre erano un momento di verifica.
Assolutamente. Condivido a pieno. Le mostre erano un banco di prova. Il gallerista, o il mercante, che però è cosa ben diversa, davano dei segnali. Se c’era una uniformità di risposte, positive o negative, si capiva quale poteva essere il destino dell’artista. Il parere del pubblico veniva tenuto in grande considerazione. C’era una maggiore compartecipazione. Le cose non venivano imposte dall’alto. Quello che accade oggi nel mondo dell’arte è simile a quel che accade nella nostra politica: tu voti ma non hai più un tuo candidato. Non sai chi viene mandato in parlamento. Noi ormai votiamo un simbolo…. La stessa cosa sta accadendo nel mondo dell’arte. Qualcuno decide che un certo artista è importante. Perché? Perché vende un milione di euro. Ah! Ecco, vale tot quindi è importante. Bene. E il merito?  L’interpretazione? Quel che l’artista voleva dire? Il suo pensiero? Dettagli insignificanti. Archiviati perché noiosi. Oggi l’opera si valuta in base a quanto vale commercialmente e economicamente. Non più per il suo valore intrinseco e effettivo, che era quello che faceva la differenza tra merce e opera.

 La filosofa Carola Barbero, intervenuta nel dibattito, dice che ho fatto la scoperta dell’acqua calda.
Sostiene esattamente l’opposto di quello che mi sembra dica Galimberti…

 Esattamente il contrario. Ma la domanda che volevo farti è: davvero lo sanno tutti?
Tutto sommato non ha torto. Certo, lo sanno tutti. Lo sanno anche quelli che fanno finta di non saperlo, perché comunque gli conviene. Ma è chiaro che è così. Se non lo capisci o sei un imbecille, o un conformista. Oppure fai parte della cordata e quindi ti conviene fare finta che non sia vero. Un po’ come quelli che dicevano che la mafia non esiste….

Sempre la Barbero dice che l'arte funziona così, e se vogliamo cambiare qualcosa dobbiamo farlo dall'interno. Ma agire dall’interno significa anche dirlo, scriverlo. Trovare il coraggio di farlo.  Avrò anche fatto la scoperta dell’acqua calda, ma è anche vero che sulla casta non ha mai detto niente nessuno.
 È una sorta di censura che ognuno di noi fa. A che scopo aprire un dibattito, quando si sa, già in partenza, che è inutile? Certo, si potrebbe anche accarezzare l’idea di dimettersi da questo territorio. È diventato così poco interessante… Come dice la signora, lo sappiamo tutti, ma tutti continuiamo a far finta di non saperlo. È come dire: non esiste babbo natale… però facciamo finta che esista!

Ecco, appunto. Una complicità collettiva. In altri ambiti saremmo legittimati a parlare di collusione.
Certo! Questo non si discute! Nessuno può dire il contrario. Siamo tutti complici. Me compreso! Ho visto tutta l’ultima Biennale, ho girato per i palazzi e gli eventi collegati, ho partecipato alle inaugurazioni delle nuove fondazioni, con tutte le loro raccolte preziosissime, ricchissime. Con tutto un bel mondo stracolmo di birignao. Anche per questo sono complice. Perché ci sono stato, sono stato invitato, mi sono divertito, ho salutato gente, ho fatto carezze… Ma questo è nel sistema dell’arte da sempre… Partecipare alle inaugurazioni è un fatto di complicità del territorio.

Un viaggio al termine della notte… Ma c’è una via d’uscita?
Il consiglio che do sempre ai miei artisti è questo: fregatevene! Anzi, proprio perché siete esclusi dalla casta, sentitevi più liberi. Se potete dare una testimonianza importante del vostro passaggio esistenziale, qui e adesso, è quella di continuare a fare la vostra arte così come la sentite e volete farla. Migliorandola di continuo. Trovando la possibilità di raccontare sempre qualcosa di nuovo. Di esprimere e dipingere qualcosa di più bello. E di farlo sempre meglio, perché gli anni lo concedono, in quanto c’è la maturità, ci sono le esperienze. Ecco, questo è tutto quello che, rispetto a un potere così mastodontico, il singolo artista, creativo, intellettuale, può fare. Un combattimento frontale? Beh, mia cara, non abbiamo i carri armati, non abbiamo le bombe all’uranio, non abbiamo niente di tutto quello che la casta possiede.  Oltre tutto li gira il grande capitale, lecito e… illecito.

 

IL LIBRO/

Don Thompson, Lo squalo da 12 milioni di euro, Mondadori, 2009 
Il libro scritto Don Thompson, autorevole economista inglese con la passione per l'arte, prende spunto dalla formidabile storia di Damien Hirst e del suo famoso squalo per condurci alla scoperta dei meccanismi che muovono un vero e proprio sistema economico, fatto, come ogni altra attività imprenditoriale, di strategie di marketing e di creazione di brand. Racconta il modo di operare delle case d'aste (colossi come Christie's e Sotheby's), ma anche di galleristi e collezionisti, e ci svela la psicologia sottesa a questo particolare mercato, mostrando quanto esso sia connotato da smania di possesso, ricerca di status, potere del brand e da clamorosi conflitti di interesse, esattamente come molti altri sistemi economici. QUI LA RECENSIONE


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