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Coronavirus
Covid, vaccini. Non c’è prova funzionino. British Medical Journal li demolisce

Il British Medical Journal, una delle riviste più prestigiose del mondo, insieme a Lancet, fa a pezzi i vaccini antiCovid, almeno per quello che sono oggi.  Manca una trasparenza complessiva sui dati né è chiaro se funzionino davvero. Non sono stati arruolati sufficienti anziani, persone immunodepresse, bambini, per capire gli effetti, né sono chiari quelli sul periodo medio lungo. In più le ricerche adottate dai vari gruppi che ci stanno lavorando non vanno nella direzione di dimostrarlo. In sintesi è questo il contenuto di un articolo pubblicato sulla rivista inglese e firmato da Peter Doshi, che è professore associato presso l’Univesità of Maryland e si occupa di ricerca sui servizi sanitari farmaceutici. Tempo fa il New York Times spiegava che Doshi è una delle voci più influenti nella ricerca medica di oggi perché si occupa con grande efficacia di fornire ai consumatori "il quadro completo" dei dati sui farmaci.

Pubblicato il 26 novembre scorso Doshi nell’articolo sul British Medical Journal si chiede quanta attendibilità abbiano gli annunci di Pfizer, Moderna e Astrazeneca in merito all’efficacia dei propri vaccini.

E cita Peter Hotez, decano della National School of Tropical Medicine del Baylor College of Medicine di Houston, che ha detto: “Idealmente, vuoi che un vaccino antivirale faccia due cose. . . in primo luogo, ridurre la probabilità di ammalarsi gravemente e andare in ospedale, e due, prevenire l'infezione e quindi interrompere la trasmissione della malattia ".

Nemmeno gli attuali studi di fase III sono stati impostati per dimostrare se questo accade o meno. Doshi pubblica una tabella per farlo vedere e spiega: “Nessuno degli studi attualmente in corso è progettato per rilevare una riduzione di esiti gravi come ricoveri ospedalieri, uso di cure intensive o decessi. Né i vaccini vengono studiati per determinare se possono interrompere la trasmissione del virus”.

C’è di fondo una mancanza di chiarezza e trasparenza nei dati per quanto riguarda gli effetti collaterali, racconta Doshi: "Il comunicato stampa di Moderna afferma che il 9% (del campione, ndr) ha sperimentato mialgia di grado 3 e il 10% affaticamento di grado 3; la dichiarazione di Pfizer ha riportato che il 3,8% ha sperimentato stanchezza di grado 3 e il 2% mal di testa di grado 3". Ma non sono numeri insignificanti. "Gli eventi avversi di grado 3 sono considerati gravi". Ma in molti casi questi effetti somigliano ai sintomi del Covid. Le persone che hanno fatto il vaccino potrebbero essere semplicemente positive al Covid. Per capire se è così bisognerebbe sottoporle tutte ad un tampone. Ma, si chiede Doshi, è stato fatto? Questa informazione non è nota, anche se sarebbe fondamentale conoscerla. Perché se quelle persone fossero semplicemente positive il 90% di efficacia comunicato dalle case farmaceutiche si ridurrebbe significativamente.

Dal modo di elencare i propri test, spiega il professore, si capisce che i tamponi non vengono fatti a tutti i protagonisti della sperimentazione, ma solo alle persone per le quali i medici lo ritengono necessario. E questo è un problema.

Altro aspetto rilevante è l’incertezza sulle prestazioni del vaccino sui 3, 6 o 12 mesi. Né si sa se una persona vaccinata, oltre a non sviluppare i sintomi del Covid, possa contagiare altre persone.

Un altro problema rilevante sono le caratteristiche di chi è stato arruolato per testare i vaccini. Se gli anziani fragili, che si ritiene moriranno in numero sproporzionato sia per l'influenza che per il covid-19, non vengono arruolati negli studi sui vaccini in numero sufficiente per determinare se il numero di casi è ridotto nella loro categoria, ci possono essere poche basi per presumere benefici in termini di meno ricoveri ospedalieri o mortalità. Qualunque sia la riduzione dei casi osservata nella popolazione complessiva dello studio (la maggior parte dei quali è tra adulti sani), il beneficio potrebbe non applicarsi alla sottopopolazione anziana fragile. Con l’effetto che poche vite potrebbero essere salvate.

"Se non disponiamo di dati adeguati nel gruppo di età superiore ai 65 anni”, ha detto il vaccinologo Paul Offit (famoso per aver ricevuto minacce di morte dai Novax statunitensi, ndr) “queste categorie non dovrebbero ricevere il vaccino, il che sarebbe un peccato perché sono proprio quelli che hanno maggiori probabilità di morire con questa infezione".

Pochi o forse nessuno degli studi sembrerebbe essere progettato per rispondere in modo definitivo a questa domanda: c'è un reale beneficio per questa categoria di popolazione, nonostante la loro ovvia vulnerabilità al Covid- 19?

Un altro problema rilevante è che, a fronte del reclutamento di decine di migliaia di persone, solo due studi stanno arruolando bambini di età inferiore ai 18 anni. Tutti poi escludono le persone immunocompromesse e le donne in gravidanza o che allattano. Quindi anche su queste categorie l’incertezza regna sovrana.

Per testare dei vaccini forse ci vuole più tempo. E solo una trasparenza e il controllo rigoroso dei dati, che devono essere resi pubblici nella loro interezza, possono farci capire i veri pro e i contro dell’uso.

Ma è evidente che il meccanismo di pressione scatenato dal virus sulle strutture ospedaliere di tutto il mondo, il blocco dell’economia e i decessi per Covid hanno messo i governi sotto pressione. Tutti vorrebbero una soluzione semplice e immediata per tornare alla normalità. Gli accordi commerciali tra governi e case farmaceutiche sembrano rispondere a questa esigenza reale, non vi è dubbio. Ma l’approccio che fa abbracciare in modo acritico la “strada vaccini” potrebbe avere effetti più negativi che positivi anche perché sembra mossa da un desiderio irrazionale, umanamente comprensibile, ma illogico vista la mancata piena trasparenza dei dati.

 

 

 

 

 

 

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