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Coronavirus
Riaperture per 50 milioni di italiani in 15 regioni. Che cosa cambia da lunedì

Dieci mesi dopo e' di nuovo tempo di riaperture: da domani 50 milioni di italiani in 15 regioni potranno tornare a pranzo o a cena fuori - e questo letteralmente, perche' almeno inizialmente si mangera' solo all'aperto - cinema o a teatro, oltre che continuare a frequentare i negozi, andare dal parrucchiere, insomma condurre (ma ancora rigorosamente fino alle 22) una vita vagamente simile alla normalita'. Come accadeva il 15 giugno 2020, quando prendeva il via la cosiddetta 'Fase 3', ultimo step del calendario di ripartenze deciso dal governo Conte dopo il lungo e drammatico lockdown di marzo e aprile. Dieci mesi che equivalgono a un'eternita'. Perche' molto e' cambiato, a partire dal fatto che se a giugno scorso l'illusione comune era che forse davvero, dopotutto, il Covid era stato una tragica parentesi e ci si poteva avviare verso una lunga estate di ripartenza, la seconda ondata autunnale e poi la terza da cui stiamo ancora faticosamente cercando di uscire hanno messo in chiaro le cose: Sars-CoV2 si e' affacciato in Italia (e nel resto del mondo) per restarci.

Ma come eravamo dal punto di vista epidemiologico quel 15 giugno 2020? La differenza principale e', appunto, il lockdown: quasi 60 giorni di chiusura vera, totale, pochissimo movimento su strada, pochissimi negozi aperti, smart working generalizzato e, naturalmente, scuole chiuse a doppia mandata. La strategia choc varata per "tornare ad abbracciarci" (stiamo ancora aspettando purtroppo) che in meno di due mesi ha abbattuto la curva dei contagi e dei decessi, al prezzo di enormi sacrifici economici, umani, sociali e psicologici. A giugno l'estate della guarigione sembrava davvero a un passo, mentre oggi e' tutto diverso: dopo sei vorticosi mesi di Italia "a colori", con chiusure non paragonabili a quelle del passato, non usciamo dalle restrizioni con il sollievo e la speranza ma con la rabbiosa disperazione di chi sa che non puo' essere altrimenti, e che il "rischio ragionato" annunciato dal premier Draghi ("Si' ma calcolato male", la chiosa perfida del virologo Massimo Galli, non un campione di ottimismo) e' piu' che altro un rischio obbligato. E soprattutto e' chiaro che non torniamo a vivere perche' siamo guariti, perlomeno non del tutto. Lo dicono i numeri. La differenza tra i nuovi casi rilevati giornalmente, per esempio, e' enorme. Un dato da prendere con le pinze, perche' nel mondo del 2020 (un altro pianeta rispetto a quello del 2021) i tamponi si facevano con il contagocce, e solo i molecolari venivano utilizzati (i test rapidi antigenici erano praticamente neonati): il 15 giugno 2020 i nuovi contagi erano stati 303, ieri sono stati 13.817. Ma i tamponi erano stati 28.107 (tasso di positivita', indice peraltro all'epoca non ancora cosi' a la page sulla stampa italiana, 1,08%), mentre ieri sono 320.780, antigenici compresi (tasso di positivita' 4,4%). Pochi tamponi all'epoca dunque, ma pochissimi casi rilevati: "non ce n'era coviddi", per parafrasare uno dei tormentoni dell'estate, un'affermazione ingenuamente liberatoria ma non lontanissima dal vero.

Sempre quel 15 giugno il bollettino registrava 26 morti per Covid. Ieri sono stati 322, una media quotidiana altissima, che va avanti da sei mesi e che si stenta a far scendere molto piu' di cosi'. Non a caso a meta' 2020, reduci da una prima ondata il cui orrore ci sembrava insuperabile, le vittime totali erano meno di 35mila, mentre oggi, dopo i colpi della seconda e terza ondata, quasi 120mila persone in Italia hanno perso la vita, altri 85mila morti quindi dopo quell'estate in cui, secondo alcuni scienziati quantomeno improvvidi, il virus era ormai "clinicamente morto". E ancora. Se la circolazione virale, insegnano gli epidemiologi, non dipende solo dai comportamenti e dalle eventuali misure restrittive ma anche dal contesto, ossia da quanti positivi circolano, i numeri sono impietosi: all'epoca l'Italia contava 25.909 malati ancora attivi, i famosi "attualmente positivi" del bollettino quotidiano. Si stimava e si stima che bisogna almeno raddoppiare la cifra, tenendo conto di tutti i malati non raggiunti da tampone. Quindi probabilmente a quel punto erano circa 50mila i malati di Covid, molti a casa o in ospedale, ma altrettanti ancora in giro, ignari. Oggi gli attualmente positivi sono oltre 460 mila. Significa che probabilmente c'e' ancora un milione almeno di contagiati infettivi, bacino prezioso per il virus, bacino da cui puo' far partire nuove catene di contagio. Il rischio di incontrare un positivo sull'autobus insomma, o al bar, e' venti volte piu' alto. A giugno scorso i positivi in isolamento domiciliare (quelli piu' 'rischiosi' sul piano dell'infezione, per ovvi motivi di obbligata promiscuita') erano 22.213, oggi sono 437mila. Insomma, l'epidemia e' oggi in una fase diversa rispetto a quella dello scorso giugno. Lo dicono anche i dati piu' indicativi di tutti, quelli sui ricoveri: avevamo 207 terapie intensive occupate, mentre oggi sono 2.894, e 3.489 posti letto occupati nei reparti, contro i 20.971 di oggi.

Entrambe le fasi, e' chiaro, sono di discesa. Ma a giugno 2020 era l'equivalente di una pista nera di sci, ed eravamo praticamente a valle, mentre oggi le riaperture avvengono mentre scendiamo con una minima pendenza, e per di piu' siamo appena a meta' pista. Ma il gioco del 'trova le differenze', che potrebbe andare avanti all'infinito, non puo' tralasciare almeno gli aspetti piu' significativi, a partire, ovviamente, dal vaccino. Che a giugno sembrava una chimera ("ci vorranno almeno due anni", sentenziavano molti farmacologi) e che oggi, pur con tutte le difficolta' che ben sappiamo, e' una realta'. I risultati della campagna vaccinale per ora sono ancora timidi, appena un bagliore in fondo al tunnel iniziato lo scorso anno a Codogno, ma sicuramente sono l'elemento chiave che ha indotto il governo a scommettere tutto sulla riapertura. Insieme all'arrivo della bella stagione, su cui ancora oggi gli scienziati non sanno dire l'effettivo impatto (in India per esempio, che certo non e' un Paese freddo, potrebbero obiettare sul ruolo salvifico del "generale estate"), ma che se non altro ci fara' uscire dagli spazi chiusi prediletti dal nostro minuscolo nemico. Certo, ci sono anche cambiamenti in peggio: per esempio la variante inglese, che dieci mesi fa non esisteva (anzi, molti scienziati pronosticavano l'arrivo di un virus 'piu' buono', quindi meno infettivo, dando un dolore postumo a Darwin), e che oggi si e' presa l'Italia senza trovare resistenza, con il suo quasi 50% di contagiosita' in piu' rispetto al ceppo originario. Sono due mondi, insomma, e persino due malattie diverse. Un vantaggio pero' ce l'abbiamo: ora sappiamo che il virus tornera' a colpire con la consueta furia appena si abbassera' la guardia. La liberta' concessa, purtroppo, e' ancora una liberta' vigilata. La scommessa del governo nello scegliere di rischiare e' che gli italiani se ne ricordino.

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