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Costume
Alatri e Trento, la "normalità assassina". Parla lo psichiatra Martino Riggio

Di Carlo Patrignani

Due brutali fatti di cronaca a distanza di poche ore l’uno dall’altro hanno allungato la lunga serie di omicidi compiuti per futili motivi, addirittura senza un movente che possa giustificarne minimamente l’efferatezza e la ferocia dell’atto. Si va strutturando, in tal modo, un inquietante fenomeno sociale denunciato anni addietro dallo psichiatra recentemente scomparso Massimo Fagioli: la normalità assassina.

E di questo fenomeno ne parliamo con lo psichiatra e psicoterapeuta Martino Riggio, con alle spalle una lunga esperienza sul campo e una formazione acquisita alla scuola di pensiero dell'illustre prof. Fagioli.

Iniziamo dalla drammatica vicenda di Alatri dove il 20enne Emanuele Morganti è stato vittima di percosse e di un vero e proprio pestaggio con un tubolare, da parte di un gruppo, di un branco di nove ragazzi più o meno suoi coetanei, definito dal Procuratore della Repubblica di Frosinone, Giuseppe De Falco,  di una gravità mostruosa perché per motivi banali, una lite per una bevanda, si sia pervenuti alla drammatica morte di un ragazzo perbene. Tutto per un diverbio in discoteca ma non con un albanese, come supposto inizialmente, ma in realtà un italiano.

Questa volta non ci sono in ballo apprezzamenti o avances per una ragazza, ma una discussione su chi doveva esser servito per primo al bar del pub. E compare la dizione per futili motivi come a dire che si arriva ad uccidere per niente, tanto per uccidere, quasi fosse un diversivo, un divertimento?

"Direi che non esistono neppure i futili motivi. La verità è: i cosiddetti motivi mancano completamente, vale a dire non c’è movente. E, a mio parere, questo apre un doveroso approfondimento che accenno soltanto perché chi uccide per niente, senza movente, è il matto, che lo fa così perché gli va, come quel pensionato ucciso a pugni alle 3 di notte, colpevole solo di aver incontrato un malato a cui andava di uccidere qualcuno…Forse la differenza tra delinquente e pazzo, è proprio l’assenza nel secondo di qualsiasi movente".

Ad aggredire, a più riprese, il giovane, fuori dal pub, non è stato il supposto albanese, in realtà un italiano con cui aveva litigato al bar, ma un gruppo o branco di nove ragazzi, due dei quali di 27 e 20 anni, fratellastri dediti all’uso e spaccio di droga, che sono stati fermati perchè autori dell’aggressione letale con l’accusa di omicidio volontario aggravato da futili motivi. Dunque estranei alla lite al bar. Quanto può pesare l’uso eventuale di droga in un delitto così cruento consumato tra l’aggressione dei due balordi che neppure conoscevano il ragazzo e il non intervento dei presenti, salvo un amico di Emanuele?

"La droga o l’alcool, o qualsiasi sostanza esogena non è mai una causa, ma semmai una concausa. Il rilascio dei freni inibitori non può spiegare fatti come questi. A meno che non si vada a pensare, ma io non sono tra questi, anche se non si sente altro in giro, che saremmo tutti capaci di gesti simili, ma sarebbero i freni inibitori ad impedircelo, ed è ovvio che se li abolisco il mostro verrà fuori. Finché ci fermiamo a queste barzellette, che però non fanno affatto ridere, non si fa un passo in avanti. Occorre pensare in un altro modo. Primo: questa è gente che non può essere considerata sana di mente. Secondo: la loro malattia è complessa. Si stabilisce nel corso dell’infanzia e della pubertà, epoca in cui falliscono i rapporti interumani significativi, prima familiari, poi sociali, scolastici ed affettivi. La fuga, il fallimento, l’annullamento della realtà che andrebbe invece considerata, porta all’interno di questi individui a un desolante vuoto che a volte non dà segni di sé e a volte invece sì. La differenza la dà il livello di anaffettività raggiunta. Paradossalmente, quando l'anaffettività è più modesta lascia liberi degli affetti, di rabbia e di odio che si indirizzano verso chi viene considerato l’opposto di sé, il cosiddetto normale, quello che loro non possono più essere. Non si raggiunge la 'purezza' della schizofrenia con l’assenza affettiva che fa condurre atti agiti con la massima freddezza. Qui c’è un coinvolgimento, ma gli affetti residui sono di odio feroce e di rabbia verso chi è rimasto normale. Terzo: se siamo di fronte ad una malattia mentale chiediamoci chi e come dovrebbe curarla. Siamo veramente convinti che bastano pochi giorni di ricovero e qualche pillola data da un ambulatorio per cose di questo genere? E se si deve riconsiderare e modificare la 180, legge che peraltro nessuno stato al mondo ci ha mai copiato, si trovi il coraggio di discuterlo e di farlo".

Resta indubbiamente una vicenda agghiacciante che va ad alimentare quel fenomeno sociale dilagante la normalità assassina, per cui da diverso tempo si assiste, nell’impotenza delle istituzioni che dovrebbero tutelare la sicurezza dei loro governati, all’escalation di delitti efferati per futili motivi. Dov’è la psichiatria, la scienza della psiche umana? Non ha nulla da dire e da proporre alle impotenti istituzioni, oltre quei riti ripetuti in siffatte circostanza, tipo siamo tutti di figli di Caino, a tutti possono capitare raptus incontrollabili?

"Vale il discorso di prima. E’ ovvio che la politica ed un certo stato, questi ragazzi li lascia completamente da soli. In certi paesi non esiste un cinema, un punto di aggregazione, una iniziativa culturale. Ma ripeto, non bastano queste carenze a portare a certi livelli di malattia. Se ci si sposta da Alatri, dove è andato in scena l’orrendo pestaggio del cosiddetto branco, a Trento ci si imbatte in un duplice omicidio di due bambini di 4 e 2 anni e mezzo ai quali il padre prima di suicidarsi ha tolto la vita servendosi di un martello. Una famiglia perbene, del tutto normale, dicono le testimonianze, addirittura da Mulino bianco, dove però qualcosa evidentemente non funzionava".

Siamo in presenza del classico caso di depressione per cui ci si toglie dal mondo trascinando con sé le persone più care o ci può essere dell’altro?

"Sembrerebbe di sì. Il depresso ha una propria immagine che non funziona, è carente. Per tentare di migliorarla a volte si fanno anni di psicoterapia e a volte ci si inventa consulenti finanziari, come in questo caso. Per questo caso farei due constatazioni. La prima è che la propria immagine viene migliorata o peggiorata dalla condizione economica, dai soldi avuti, e questo non è comune. Il depresso non sa mai cosa gli manchi. In questo forse c’entrano i messaggi con cui veniamo bombardati nel corso della giornata. L’uomo felice è il ricco. La seconda considerazione riguarda la modalità con cui ha ucciso i figli. C’è una ferocia e una brutalità francamente inusuale in un depresso. Detto questo, credo che in questo caso siamo molto lontani dai fatti di Alatri. Ad Alatri si tocca con mano, è più evidente come non solo l’assenza delle istituzioni, della scuola, del lavoro, non solo le droghe, ma il fallimento delle relazioni interumane possa portare a quadri di malattia che esitano pure in quadri di violenza di questo tipo".

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