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Emma lo giura solennemente: non mi sposerò mai. Eppure si ritrova alla vigilia del suo matrimonio, quasi incredula di compiere quel passo. Per arrivare all’altare è servito un amore così grande da sconfiggere le sue diffidenze. Quelle di una bambina cresciuta in un paesino soffocante della provincia italiana e traumatizzata dal divorzio dei genitori. E quelle di un’adulta che ha disimparato ad amare.

Questa la trama di "Dire sì è una cosa semplice", il primo libro della giornalista Deborah Ameri, free lance corrispondente da Londra per le principali testate italiane. E' disponibile sia in ebook che in versione cartacea su Amazon e su tutti i siti principali (Ibs, LaFeltrinelli, ecc.).

Attraverso un percorso segnato da ribellione, sofferenze, pregiudizi e dal complicato rapporto con la madre, Emma è protagonista di un moderno romanzo di formazione in cui gli amori folli e impossibili e l’emancipazione dall’ambiente chiuso in cui è nata si incrociano con il suo sogno di diventare giornalista.

Una storia che si legge tutta d'un fiato per l'intrecciarsi di due piani temporali diversi e per l'intensità dei sentimenti raccontati. Scrittura  pulita, non retorica, non indulgente. Lacrime e sorrisi si alternano nel racconto della protagonista, che  sullo sfondo lascia emergere un vivo spaccato dell'Italia degli Anni Ottanta. Una società povera, operaia e bigotta. Emma rinasce quando si trasferisce a Londra. Solo "lui" riesce a farle ritrovare il suo posto nel mondo. Ma chi è lui? Chi c’è accanto a lei sull’altare? Il lettore non lo scopre fino all’ultima pagina.
 
 
ameri
L'AUTRICE/ Deborah Ameri è nata ad Alessandria nel 1973, è giornalista freelance e collabora con le più importanti testate italiane. Dal 2005 vive a Londra.
 
Il suo sito è www.deborahameri.com
 
 
 
 
 
 
 
 
 

LEGGI SU AFFARITALIANI.IT ALCUNI ESTRATTI DEL LIBRO
 

PROLOGO

Vigilia del mio matrimonio, 10 luglio 2005.

Eccomi qui. Alla vigilia del mio matrimonio, io che ho sempre detto di non volermi sposare. Più ci penso, più sorrido. Una beffa del destino. Doppia. Perché sono atea e mi toccherà sposarmi in chiesa. Sarò sola, sono tutti terrorizzati dall’aereo. Nessun membro della famiglia mi saltellerà intorno euforico, domattina, mentre indosso l’abito da sposa, mentre la parrucchiera mi farà i capelli e l’estetista proverà a trasformarmi con un chilo e mezzo di belletto in faccia.

Emir Kusturica ci potrebbe costruire un film memorabile.

Questa assenza mi ferisce e non capisco perché. Non ho mai amato le cerimonie comandate, un retaggio triviale del passato. Mi sarebbe bastato il rito in municipio. Ma il mio grosso, grasso, matrimonio religioso farà felici i miei suoceri, perché ci tenevano. Insomma, non è mica un matrimonio vero, con la sposa mangiata dal nervosismo, che organizza l’evento da mesi e si gioca la reputazione con tutto il parentado…

E allora perché vorrei che mio padre mi accompagnasse all’altare? E che mia madre potesse vedermi con questo abito bianco e il bouquet in mano? Forse ho sempre finto di essere superiore, di aborrire cliché e stereotipi per paura che nella mia vita non li avrei mai vissuti. E cosa ho costruito in questi 32 anni se alle mie nozze non è venuto neppure un parente? Che paradosso. Mi sto unendo per sempre a un’altra persona eppure mi sento un po’ abbandonata. Come tante volte nella vita. È la sola cosa che mi ha sempre terrorizzata. Ma l’uomo che sposerò domani, sorprendendo tutti e perfino me stessa, è la mia polizza anti abbandono. Questo amore è talmente grande che non prevede la paura. Né il dubbio, né l’incertezza.

E io di amore me ne intendo.

 

CAPITOLO PRIMO

Londra 2002

«Vaterlo stescion, plis».

«WHAT???»

«Vaterlo stescion! Here, here». E mostravo disperata la mappa al tassista che mi guardava come se fossi un insetto raro.

«Ah, Waterloo! Of course», mi aveva risposto con sufficienza.

Il primo impatto con Londra, devo ammettere, non era stato dei migliori. Il mio inglese era poco più che ebete. Al liceo, contro il parere dei miei, avevo scelto di studiare francese. Adesso sapevo leggere Baudelaire in lingua originale ma non pronunciare correttamente un indirizzo della capitale britannica. Stavo riflettendo sul primo dei tanti errori della mia educazione quando il taxi si era fermato davanti a un edificio leggermente austero, di mattoni rossi, dall’aspetto decrepito ma rispettabile.

«Here we are, Miss».

«Thanks a lot», avevo risposto, già un po’ più fiera del mio vocabolario.

Ero appena arrivata a Londra e stavo seguendo il consiglio che mio padre mi aveva dato tanti anni addietro: studiare l’inglese. Adesso che avevo qualche soldo da parte era giunto il momento. Avevo preso cinque settimane di aggiornamento professionale e prenotato un corso alla Schiller University, con tanto di alloggio nel campus dell’università. Olli, la mia migliore amica, si era già prenotata per venire a trovarmi:

«Al massimo mi imbuchi nella tua stanza da studente», mi aveva avvertita. Mentre il mio fidanzato dell’epoca, Alberto, pensava di prenotare una suite al Ritz e stare in città per un weekend. Io speravo cambiasse idea. Non era un buon momento. Avevo voglia di libertà, come sempre mi succedeva quando una relazione non aveva più le gambe solide e stava per barcollare. Era un brutto segno per noi due ma non ero troppo angosciata. Forse mi consideravo già single.

Stavo faticosamente tirando fuori dall’auto la mia enorme valigia rossa quando un ragazzo dalle dimensioni di un lottatore di sumo mi si era parato davanti chiedendomi qualcosa che naturalmente non avevo capito. Tomas, per fortuna, era spagnolo, e così esprimendosi nella sua lingua mi aveva spiegato che l’entrata principale era chiusa, essendo domenica, e avrei dovuto usare quella laterale. Non si era limitato a questo. Mi aveva trascinato la valigia fino alla portineria e presentato al portiere, un uomo energico e affabile che si ostinava a parlarmi pur notando la mia faccia da pesce lesso. Io sorridevo e ripetevo yes. Una tecnica che funziona sempre. Sulle scale c’era un via vai di studenti che sciamavano come in un alveare. Uno di loro, alto, ben piazzato e dagli occhi gentili, si era messo a fissarmi e sorrideva. Poi era uscito nel gelo londinese indossando solo una giacca di jeans.  

Una volta trovate le chiavi della mia stanza il portinaio mi aveva accompagnata, avevo chiuso la porta a chiave e mi ero tuffata sul lettino. Ce l’avevo fatta! Almeno alla scuola ci ero arrivata e domani sarebbe iniziato il mio corso. Mi sentivo già menomata a non potermi esprimere e, peggio ancora, a non capire chi mi stava intorno, ma speravo che magicamente in qualche settimana la situazione potesse migliorare. In stazione mi ero comprata una sim card inglese che avevo infilato in un telefonino di riserva e avevo già comunicato a tutti il mio nuovo numero. Mi stavo proprio domandando come mai nessuno mi avesse ancora chiamata quando il telefono cominciò a vibrare sulla scrivania.

«Sei arrivata sana e salva?», era la voce di Olli.

«Certo, che credevi? Tutto ok. Sono già in stanza».

«Qualche figone all’orizzonte?»

«Direi proprio di no…».

«Be’ è ancora presto. Io qui mi sto facendo due palle che non ti dico. Gilda la sanguinaria mi sta mettendo di turno tutte le domeniche. Non ne posso più».

Olli lavorava in un negozio di pasta fresca e ce l’aveva sempre a morte con la proprietaria.

«Un po’ di cenere nella Coca-Cola come ai vecchi tempi?».

«Sei fuori! Mica voglio farmi il weekend con la febbre».

Quando eravamo al liceo era un metodo collaudato per saltare qualche giorno di scuola.

«Ol, stai spendendo un sacco di soldi».

«Vabbè, ciao. E non fare la brava».

Alla mia amica non piaceva molto il mio fidanzato. Troppo snob e poco ruspante per i suoi gusti. E poi il fatto che io vivessi a Milano e lui a Torino e che non avesse alcuna intenzione di avvicinarsi a me o di chiedermi di trasferirmi da lui, era un chiaro segno di stitichezza emozionale, come la definiva Olli. Insomma, era un fidanzato del fine settimana e niente di più. Forse aveva ragione.

Ma non valeva la pena sprecare il mio primo giorno londinese in queste elucubrazioni. Volevo darmi un’occhiata intorno. La stanza non aveva il bagno che era invece in fondo al corridoio, in comune con gli altri studenti del piano (quanti?). Situazione leggermente allarmante per me, che ero abituata a vivere da sola e fare i comodi miei. I muri erano scrostati, l’arredamento della stanza più che spartano (due lettini, due piccoli armadi e due tavolini come scrivanie) ma era tutto pulito. Nello scantinato (perché a Londra i seminterrati sono considerati vivibili) c’erano le lavatrici e una stanza con la tv che sembrava più che altro una camera a gas. Gli studenti ci andavano a fumare. Solitamente canne, a giudicare dall’odore. L’edificio aveva quattro piani e a pian terreno c’erano le aule e gli uffici. Ragazzine adolescenti o poco più che ventenni si aggiravano nella sala computer mostrando il piercing all’ombelico o la ciccia strabordante dai jeans. I ragazzi erano più che altro vestiti alla maniera dei rapper, con il cavallo dei pantaloni che toccava le ginocchia e i cappellini da baseball. C’erano tanti orientali e russi. Era un’università privata e frequentarla costava a semestre probabilmente quanto mio padre guadagnava in fabbrica in tre anni.

Questi prenderanno la laurea con due schiocchi delle dita. Lo sanno tutti come sono facili le università americane.

Eccola lì, la Emma dei pregiudizi. Quella poverina che si è fatta il culo all’università e lavorava pure per pagarsi la retta. Ma chi ero per giudicare? Per fortuna mi accorgevo che ogni tanto uno schizzo di perbenismo e ipocrisia, ereditati dalla mia infanzia, si inoculava nei miei pensieri avvelenandoli un po’. Quasi sempre li riconoscevo e ci tiravo una riga sopra. Ero sulla buona strada per sradicare qualsiasi forma di gaviesità che ancora mi rimanesse. Era una pestilenza sottile, non una questione di contrapposizione di classi dickensiana. A Gavi, il piccolo paese dove ero cresciuta, c’erano ricchi, benestanti e messi male in arnese. Ma la forma mentis era la stessa. Si ragionava per stereotipi e categorie, si giudicava tutti, dalle apparenze e non dai fatti. Si parlava e parlava, ficcando il naso nelle vite della gente. Ci si spacciava da esperti sulle questioni più disparate, anche se non si erano mai varcati i confini della provincia di Alessandria. Mi faceva rabbia, ma ormai Gavi mi sembrava così lontana.

Dopo essermi cambiata ero uscita. Era novembre e fuori era già buio. Avevo preso la metropolitana ed ero scesa a Trafalgar Square, ammirandola a bocca aperta. Era enorme. Mi ero incamminata verso Covent Garden, sapendo che era una zona tranquilla e in fondo erano solo le sette di sera. Intorno a me vedevo un mondo brulicante. La gente correva, più che a Milano, il traffico era stranamente ordinato, le persone camminavano come sulle nuvole. Nessuno faceva caso a nessuno. Era nell’aria. L’indifferenza. Ecco cosa mi inquietava, perché per me era un’assoluta novità. Per carità, non è che i milanesi sorridessero dicendo buongiorno o buonasera, ma lì era diverso. C’era del compiacimento. Ed è questo che mi aveva subito affascinato. Perché indifferenza voleva dire anche libertà. Di vestirsi, muoversi, comportarsi, amare, tradire, odiare, stare male, gioire, come si voleva. Nessuno giudicava. Nessuno puntava il dito (se non gli italiani in vacanza). Quella poteva essere la mia città, avevo realizzato incamminandomi verso le luci di Covent Garden.

 

 

 
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