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Una promessa (1)

Di Maria Carla Rota 
@MariaCarlaRota

 

"Hope": se è vero che nomen omen,  una ragazza che porta questo nome non può che essere solare, ottimista e determinata nel raggiungere ciò che vuole dalla vita. E così è la protagonista di "Una promessa di felicità", il nuovo romanzo di Hélène Battaglia (in libreria dal 13 novembre per Baldini&Castoldi Editore, 256 pagine, 11,90 €).

Una fiaba metropolitana che sprizza energia, posività e romanticismo a ogni pagina, come già la prima puntata di questa saga glamour, "Appuntamento al Ritz". Il sequel riparte ora dal fermo immagine di Hope che riceve una proposta di matrimonio in un'elegantissima suite francese e prosegue tra capi di lavoro spietati e sconcertanti segreti, manieri scozzesi e hotel a cinque stelle. Affaritaliani.it ha intervistato in anteprima la scrittrice italo-francese, che è anche giornalista e fashion editor.

Il personaggio di Hope si distingue molto da altre protagoniste di questo filone della letteratura e della tv. Molto glamour,  sicura di sé, fortunata in amore... possiamo definirla una "risposta" a Bridget Jones?

"Direi proprio di si. Bridget Jones è simpatica perché imperfetta e paffutella. Io sto dalla parte delle super eroine: quelle che, grazie ai loro pregi e alla loro personalità, riescono a farti sognare. Donne in gamba che non ti fanno più soltanto ridere, ma sono un modello. Anche se pure la mia Hope sa dimostrarsi divertente ed ironica quando l'occasione si presenta. Deve la sua fortuna nella vita in gran parte al fatto che crede in tutto ciò che fa e ci mette il cuore. Sono convinta che sia una delle ricette della felicità. Leggendo questo secondo capitolo della saga amorosa di Hope, vorrei che fossero sempre più numerose le donne convinte che ognuna di noi può avere la vita dei propri sogni. Basta solo crederci sul serio ed impegnarsi. Al contrario della  goffa Bridget, che sembra non aver nessun controllo sulla sua vita e i suoi amori, Hope appartiene a quella nuova generazione di donne moderne, intraprendenti e romantiche in grado di essere felici professionalmente e sentimentalmente. Senza rinunciare a niente".

Il nome Hope contiene già un messaggio in sè. Quali sono gli 'ingredienti' per raggiungere il lieto fine, in ogni campo?

"Il nome Hope é infatti simbolico. 'La speranza é l'ultima a morire', così dicono e così deve essere. Il mio intento è stato quello di raccontare un'eroina romantica del Terzo Millennio, piena di vita, di sogni nel cassetto, di sentimenti veri. Mi sembrava importante, in questo contesto di confusione che regna attorno all'immagine femminile, ricominciare a credere in un modello sano e virtuoso. E' ora che tornino alla ribalta le 'Audrey'. Il lieto fine è alla portata di mano di tutte e tutti. Servono impegno, dedizione e un tocco di fantasia nella vita quotidiana. E si deve sempre rimanere sempre se stesse".

HelenebattagliaHélène Battaglia: su Twitter @Lnbattaglia
(Foto di Tino Vacca)

 

Nell'epoca in cui la filosofia parla di amore liquido e le serie tv alla Sex and The City mostrano storie sempre altalenanti e paura di impegnarsi, come vede i rapporti  sentimentali?

"Personalmente non ho mai capito questa paura di impegnarsi di cui ormai sembrano soffrire quasi tutti. Come se fosse un po' 'una moda'. Come Hope, mi sono sempre buttata a capofitto nelle mie love stories. L'amore va vissuto senza troppe strategie, senza troppo pensarci su. Basta che scocchi la passione. La paura va combattuta. In amore devi lasciare che siano le tue emozioni e le tue sensazioni a guidarti. "Carpe diem". Oggi ho l'impressione che non si vivano pienamente le relazioni sentimentali. E' vero che c'é sempre il rischio che l'amore non sia eterno. Ma almeno sarà bello ricordarlo come vissuto pienamente. Torniamo ad essere romantici, torniamo ad amarci come si deve, vi prego!"

Il  romanzo non scende mai nei dettagli dell'intimità della coppia. Che cosa pensa invece del successo della letteratura stile "50 sfumature di grigio"? 

"Sono assai contenta  di poter rispondere a questa domanda. Sicuramente è un fenomeno sociologico molto interessante. Il fatto che milioni di donne in tutto il mondo siano impazzite per tale tipo di 'letteratura erotica-popolare-volgare' mi lascia perplessa: ci sarà in giro cosi tanta frustrazione sessuale?, mi chiedo. Le 'marchese di Sade' del Terzo Millennio non mi convincono affatto. E poi sono dell'avviso che il sesso vada vissuto sperimentandolo, non leggendolo da voyeur. Ogni donna deve nutrire le proprie fantasie. Non deve accontentarsi di quelle dell'autrice. Lascio quindi alle mie lettrici, a seconda dei propri desideri, immaginare quello che accade in sede privata tra la protagonista Hope e il suo fidanzato Paulister. L'immaginazione e la fantasia fanno miracoli".

Un libro molto al femminile... o una lettura anche per uomini?

"E' vero che la protagonista è una donna. Ma ci sono anche numerosi personaggi maschili che la circondano nelle sue avventure. Accanto all'immagine di una lettrice che potrà immedesimarsi in Hope, potrebbe esserci quella di un lettore che si immedesima in una delle figure maschili. Il prequel 'Appuntamento al Ritz' é stato letto e apprezzato anche da numerosi uomini. Non vedo perché questo secondo non possa esserlo".

Quanto c'è di autobiografico nel personaggio di Hope?

"Non dirò se molto, se poco. Mi accontenterò solo di dire che ce n'é".

In generale come vede l’affollato settore della chick literature? Che cosa serve per emergere?

"'Affollato'. Ben detto. Sembra che ultimamente tutti si siano buttati sul settore per cavalcare l'onda. Per emergere serve di sicuro un po' di fortuna: devi essere nel posto giusto al momento giusto, come penso sia successo a me. Servono anche una protagonista avvincente, unica e una storia davvero 'inedita'. Niente sensazione di 'déjà vu'. E infine, uno spirito battagliero. Non temo la concorrenza. Ricordate che di cognome faccio Battaglia".

Segue la moda sia come appassionata che come giornalista per Elle.fr, ma nel libro descrive questo mondo in modo abbastanza impietoso.

"Della moda amo i veri ed unici protagonisti: gli stilisti. Sono loro, stagione dopo stagione, a fare lo show. Sono rimasta incantata dalla bellezza delle creazioni che ho visto alla mia prima settimana della Haute Couture di Parigi nel 2012. Tutto quello che gravita intorno non è moda, ma strass e paillettes. Di poco interesse quindi. Della kermesse che regna prima e dopo le sfilate, ahimé, faccio a meno. E poi mai dimenticare che 'Non è oro tutto quel che luccica'. Purtroppo sono numerosi coloro che, come uno dei miei personaggi, perdono molto quando entrano a contatto col mondo della moda. A sopravvivere in quella piccola giungla glamour sono i più forti. I più deboli non hanno scampo".

Da esperta di moda, cinque capi accessori che non possono mancare nell’armadio di questo autunno/inverno.

"Non sono mai stata una fashion addicted. Ma amo vestirmi à la page. Basta poco. Tutto sta nel portamento e negli abbinamenti. L'eleganza sta nel carpire quale capo della moda fa per te. Inutile volere per forza indossare tutto. Grazie ad uno stile mix-and-match, non si sbaglia mai. Comunque, ques'inverno nel guardaroba non potranno mai mancare:

Un cappotto di cashmere

Un paio di low-boat con tacchi a spillo (10 centimetri al massimo, per me) abbinati ad un paio di jean skinny

Un sexy tubino nero passepartout

Un blazer da indossare sia di sera che di giorno

Una camicia di seta nera leggermente attillata e trasparente".

 

 

Tags:
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