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SiPuòFare

Congedarsi dalla routine, dal lavoro, dal traffico, dai mille impegni e difficoltà di ogni giorno. Sempre più spesso, anche in Italia, c’è chi decide di tagliare i ponti con il passato per una vita più semplice, fatta di poche cose essenziali. Riducendo drasticamente le necessità, rifuggendo le regole di una società consumistica e competitiva, scegliendo di vivere solo le passioni vere. Si può fare racconta la ‘scelta possibile’ di una coppia, lui italiano, lei turca, che ha deciso di dare una svolta alla propria vita navigando per il Mediterraneo. Si compra una barca, la si adatta ad abitazione e si mollano gli ormeggi. Dal caos cittadino alla tranquillità delle baie turche e greche, in una nuova esistenza in cui torna a contare la meteorologia, in cui le giornate sono scandite dall’incontro con luoghi e persone nuove, da un tempo ritrovato per i propri interessi. Giampaolo Gentili nel libro "Si può fare" (Nutrimenti) racconta la propria esperienza personale, ma entra anche nel dettaglio di come sia possibile realizzare una scelta di questo tipo, con indicazioni precise sul budget necessario e su come affrontare difficoltà ed esigenze di ogni genere, da quelle tecniche a quelle economiche.

L’autore - Giampaolo Gentili è nato a Roma nel 1972. Dal 2010 vive a bordo di Yakamoz con la moglie Başak. Insieme a lei ha scoperto l’amore per la vela e trascorre gran parte dell’anno navigando nel mar Egeo. La scelta di vivere in barca gli ha permesso di coltivare la passione per la fotografia artistica, a cui è dedicato il suo sito www.giampaologentili.com.

LEGGI SU AFFARITALIANI.IT UN ESTRATTO
(per gentile concessione di Nutrimenti)

Al tempo in cui leggevo di altre persone che si erano avventurate nel grande passo, ero sempre preso da una grande curiosità riguardo al loro passato. Curiosità che però non veniva mai soddisfatta, alimentando il mio scetticismo.

Ricordo le obiezioni che muovevo dentro di me: “Ok, hai cambiato vita, ma chi me lo dice che non hai ricevuto l’eredità della nonna? Oppure sei ricco di famiglia e non vuoi dirlo perché si perderebbe il fascino? O ancora, chi mi dice che non eri già un velista esperto e prendere il vento e partire per lidi remoti non è stato in fondo un gioco da ragazzi?”. Dubbi che rimanevano senza risposta perché l’autore si manteneva sempre sul generico. Ora, trovandomi dall’altra parte, non voglio commettere lo stesso errore.

Questa storia ha inizio alcuni anni fa, nel 1997, alla stazione di Bologna, quando una ragazza turca entra inaspettatamente nella mia vita. Basak non era una ragazza qualunque: rockettara, alpinista, un tripudio di ventisei orecchini; bella, sensuale, in Italia da sola per studiare la nostra lingua e pronta di lì a due anni a laurearsi in ingegneria alimentare. Una tipa così, aperta, emancipata, non potevo farmela scappare!

Tre anni dopo ci sposiamo, diventiamo una famiglia e mettiamo su il nostro nido nella mia casa di Roma, una confortevole tana al secondo piano, allietata dal sottofondo del traffico di via Tuscolana. Non mancava nulla alla nostra felicità, nemmeno un balconcino di due metri per ottanta centimetri dove consumare cenette romantiche a lume di candela, chiedendo a volte il sale direttamente al vicino di balcone e ascoltando musica jazz intervallata dagli urli a squarciagola – Giuvaaaa’! – del carrozziere ciociaro del pianterreno all’amico tappezziere vicino di bottega.

Nel frattempo avevo lasciato il lavoro assicurativo iniziato a suo tempo insieme a mia sorella e mi ero lasciato lusingare da un’ottima opportunità professionale, grazie a un amico direttore del reparto finanziario di una banca. Dal canto suo Basak, avendo presto compreso quanto l’Italia fosse impreparata ad accogliere una food engineer, aveva abdicato alle sue ambizioni entrando a lavorare come traduttrice presso l’ufficio del turismo dell’ambasciata turca.

Ricapitolando: una piccola casa di proprietà con un mutuo pressoché pagato (lo avevo acceso anni prima, consigliato dalla famiglia, e me l’ero pagato rata dopo rata, lavorando fin dall’età di diciotto anni nell’azienda di mio padre, che poi nel 1994, a soli cinquantaquattro anni, ci è stato portato via da un maledetto male incurabile), due stipendi, una Opel Corsa ceduta a favore di una Spider gialla con cui giravamo in lungo e in largo l’Italia senza badare molto alle spese.

Eppure mancava qualcosa. Eravamo giovani e felici, d’accordo, ma le nostre rispettive nature reclamavano altro: la libertà, quella vera. All’epoca la libertà che cercavamo era ben lontana dall’essere una bella scultura: era piuttosto un blocco di marmo allo stato grezzo, pieno di spigoli, amorfo. Ma ne avvertivamo l’esigenza.

Svegliarci alle sette di mattina per assolvere i nostri doveri, rientrare la sera stanchi, cenare, spegnerci davanti alla televisione, tutto questo cominciava a starci stretto. Il sabato e la domenica erano prigioni più gravi dei giorni feriali: affrontare le folle, gli assembramenti, evitare il traffico con partenze e ritorni intelligenti, cominciava a sfiancarci, facendoci ricominciare la settimana più stanchi del venerdì.

Era giunto il momento di cambiare qualcosa.

Individuammo il problema nel lavoro, pensando di doverlo organizzare meglio. Sbagliavamo, ma all’epoca non potevamo saperlo.

Pensammo di mettere a frutto le mie capacità imprenditoriali e la stanchezza di Basak per un lavoro che non rispecchiava le sue ambizioni: l’avevo ‘attirata’ in Italia illudendola, in buona fede, che nel paese del cibo non avrebbe avuto difficoltà a trova- re soddisfazioni. Avevo avuto torto, e mi accusavo tristemente di tradimento. Tentai di dare sollievo alla sua delusione: avrebbe continuato a fare un lavoro che non rispecchiava i suoi studi, ma almeno l’avrebbe fatto in un’attività di proprietà. Così aprimmo un negozio. Molto particolare: articoli d’argento da unire con pralineria belga. Una novità assoluta, almeno in Italia.

Demmo fondo a buona parte dei nostri averi, ipotecando la casa appena finita di riscattare dal mutuo. Le cose andarono bene: la novità e la qualità fecero breccia nel quartiere.

Spendemmo inenarrabili quantità di energie garantendo parametri vincenti grazie ai molteplici viaggi in Turchia, dove i famosi artigiani dell’argento eseguivano monili e vasellami su nostre specifiche indicazioni. I dettagli vennero portati alla massima efficienza ed eleganza, dalla scatola di carta alla delicata e gustosa pralina.

In breve, però, ci trovammo di nuovo schiavi: non di un datore di lavoro, bensì di noi stessi. La nuova esperienza era divertente, ma aumentava il peso delle catene da cui desideravamo liberarci.

Non paghi, decidemmo di raddoppiare. Pensando che fosse il momento giusto per investire e dar fuoco alle polveri, aprimmo un altro punto vendita pescando un piccolo locale in pieno centro storico. L’obiettivo era di ‘internazionalizzare’ la nostra idea puntando allo sviluppo del suo franchising, fenomeno commerciale tanto in voga in quegli anni.

Ci rimboccammo le maniche fino ai gomiti nella speranza di ottenere non ricchezza, cosa a cui non abbiamo mai ambito, ma la possibilità di delegare infine a dipendenti accuratamente selezionati. Ma il business era troppo piccolo e, malgrado i collaboratori validi e fidati, richiedeva la nostra costante presenza.

Questo non ci impedì, spinti dall’ardore imprenditoriale, di triplicare, acquisendo un vecchio forno e trasformandolo in una bella pizzeria a taglio, con servizio al tavolo e a domicilio, e con tanto di pony e centralinista! Un ottimo affare, in cui profusi tutte le mie capacità e la mia inventiva, mentre Basak continuava pazientemente a seguire gli altri due negozi.

Diventai un esperto di procedure, conoscevo ogni singolo impiegato della pubblica amministrazione, ispettori Asl, vigili incaricati dei nulla osta e tutta quella inverosimile giostra a cui un essere umano viene sottoposto dall’infernale macchina burocratica italiana.

Fu uno dei periodi peggiori e più intensi della nostra vita. Lavoravamo come muli, dividendoci tra impiegati, pizzaioli, multe, vertenze, vessazioni varie, studi di settore assurdi, tasse abnormi, tasse sulle tasse, e così via.

I soldi giravano, nel senso che non si fermavano mai, utili soltanto a mantenere in piedi un meccanismo perverso e autoreferenziale, pieno di imprevisti a cui far fronte senza preavviso. L’unica soluzione per stabilizzare un buon margine sarebbe stata mettersi a impastare la farina da soli, cosa persino gradita se non avesse comportato la totale perdita di spazio vitale, a fronte di un guadagno di cui non avremmo saputo cosa fare e che soprattutto non avremmo saputo quando spendere, di sicuro non prima dei sessant’anni: un paradosso assolutamente in contrasto con i nostri desideri.

Fu allora che venne la svolta…

(continua in libreria)

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