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Cronache
giuseppe licata

di Fabio Frabetti

Ha passato sette anni in carcere dopo essere stato condannato per usura ed estorsione in base alle accuse di una persona che poi in un secondo tempo finirà a processo per truffa. Giuseppe Licata ha avuto la colpa di prestare denaro in modo non autorizzato a chi ne aveva bisogno e di aiutare una coppia che era stata raggirata. Un calvario umano, giudiziario e patrimoniale che l'ha mandato in rovina.

PRESTITI FACILI - Figlio di operai, negli anni '60 Giuseppe riesce a mettere in piedi a Palermo un'impresa edile. Ottiene diversi lavori per la ricostruzione delle zone devastate dal terremoto abbattutosi nella Valle del Belice. Si ritrova quindi in una situazione economica piuttosto florida che gli permette di prestare dei soldi ad alcuni conoscenti che si erano trovati in un momento di difficoltà finanziaria. Tra il 1989 e il 1991 si sparge la voce ed in poco tempo diverse persone si rivolgono all'imprenditore per ottenere altri prestiti. Giuseppe inizia così un'attività non autorizzata di mediazione creditizia: in cambio della somma che va a prestare ottiene cambiali ed assegni il cui importo comprendeva capitale, spese del conto e interessi applicati al tasso di mercato dell'epoca. Se la somma veniva restituita il debito di estingueva. «La gente riponeva in me molta fiducia, non mi vedeva certo come un usuraio. Ero considerato una sorta di manager che in un lasso di tempo molto breve poteva concedere una somma di denaro da rimborsare in un periodo che poteva arrivare a tre mesi, saltando tutta la burocrazia. Fu proprio per questa fiducia guadagnata sul campo che nel 1991 si presenta da me una coppia per tentare di risolvere una questione molto delicata. Un agente immobiliare a cui si era rivolta per ottenere un prestito, tramite alcuni raggiri, aveva fatto firmare ai coniugi una procura a vendere in favore dello stesso agente, relativa ad un immobile di Palermo. L'uomo aveva concesso alla coppia 28 milioni di lire a titolo di acconto sulla futura vendita, in realtà era diventato il proprietario incontestabile di quell'appartamento che valeva ben 700 milioni. Senza versare ai coniugi il cospicuo saldo. Mi venne chiesto di intercedere presso questo signore per rientrare in possesso del loro bene. Nonostante si trattasse di una truffa bella e buona mi presentai dall'agente e minacciando di far intervenire le forze dell'ordine riuscii a concludere un accordo: mi propose di accettare degli assegni come garanzia a favore della coppia. Divenni il testimone di una truffa: quell'uomo non aveva infatti la minima intenzione di onorare quegli assegni».

ARRESTO ALL'ALBA - Qui accade l'imponderabile. È infatti lo stesso truffatore a denunciare Giuseppe per estorsione. A sua insaputa scatta una complessa indagine in cui vengono esaminati i suoi conti bancari. Ed alle 4 del mattino del 10 dicembre 1991 i Carabinieri fanno irruzione a casa di Licata e lo arrestano insieme alla convivente. Durante la perquisizione vengono rinvenuti gli assegni protestati consegnati da altri clienti dell'imprenditore: essendo l'attività non ancora autorizzata, all'estorsione si aggiunge l'accusa di usura. Giornali e tv dell'epoca non usano mezzi termini: si parla apertamente di rete del pizzo, di uno strozzino che affamava i bisognosi. «Vennero raccolte le testimonianze di coloro che avevo aiutato e che non avevano mai ripagato il loro debito. Furono indottrinati e le loro dichiarazioni vennero pilotate. Non vennero invece mai ascoltate le altre persone che grazie al mio intervento erano riuscite a raddrizzare una situazione economica che avrebbe potuto rovinarle. La mia villa in contrada Spinasanta, costruita con il frutto della mia attività imprenditoriale e contraendo cospicui debiti presso le banche, fu sequestrata con tutto quello che c'era dentro, biancheria compresa. Fu la rovina della mia famiglia. Le indagini furono condotte a senso unico, tutto quello che dissi in sede di interrogatorio non venne minimamente preso in considerazione. Chiesi numerosi confronti con le persone che sarebbero state danneggiate dalla mia “attività illecita”: non mi venne permesso di esaminare il materiale posto sotto sequestro. Dopo essere stato rinviato a giudizio, confidavo che nei tre gradi di giudizio la verità venisse a galla: non mi fu permesso di dimostrare che quelle accuse erano frutto di calunnia. Nel 1994 arrivò la condanna definitiva. Ho passato sette anni in carcere e quattro di misure di prevenzione».

IL MURO DI GOMMA - Sempre più disperato per non aver ottenuto la giustizia che pretendeva, Giuseppe presenta una serie di denunce contro il capitano dei Carabinieri e due pubblici ministeri: li accusa a vario titolo di aver occultato dei documenti sequestrati nella sua abitazione indispensabili per accertare quella che riteneva essere la sua innocenza, di avere condotto una indagine finalizzata esclusivamente alla sua rovina facendosi sfuggire il vero estorsore. Accuse che dopo una breve indagine non solo portarono all'archiviazione ma aggravarono la fedina penale di Licata con la nuova condanna ad un anno e sei mesi per calunnia. Passano gli anni e nel 1998 accade un fatto che in modo tardivo sembra avvalorare quanto raccontato da Giuseppe. Viene infatti condannato per truffa proprio quell'agente immobiliare responsabile del raggiro ai danni della coppia che si era rivolta all'uomo e che con le sue accuse lo aveva mandato in carcere. Si trattò però di una penna irrisoria, non scontata per intervenuta prescrizione. «Nel 1991 io non venni creduto e sono stato condannato. Ho dato denaro in cambio di carta straccia. I truffatori veri, come quell'agente, sono liberi. Tutto quello che dico è provato dalle sentenze a mio carico. Oggi i titoli sequestrati (assegni e cambiali) sono in mio possesso, bastava un banale calcolo matematico per scoprire la pura verità. La casa che mi hanno confiscato era ipotecata: quindi era stata costruita con debiti e non con soldi derivanti da chissà dove. Per pagare le spese giudiziarie e il mantenimento in carcere sono andato a cercare quelle persone a cui avevo prestato denaro. Prima mi veneravano ora mi minacciano e mi sbattono la porta in faccia. Ho spedito dal carcere e continuo ad inviare istanze all'autorità giudiziaria per mettermi a confronto con quelle che sarebbero state le mie vittime. Ricevo in cambio solo silenzio, rimbalzo nel muro di gomma. La mia famiglia è stata distrutta, calpestati il mio onore e la mia dignità. Se non sono diventato un assassino lo devo alla Missione di Speranza e Carità: ci lavoro diverse ore al giorno e così non ho il tempo per pensare. Solo un grido mi permetto: non concedete per nessun motivo denaro in prestito. Io non mi sono mai approfittato di nessuno, ho sempre avuto fiducia e rispetto per il prossimo e soprattutto per i più deboli. Eppure sono stato trattato come un criminale».

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