A- A+
Cronache
campania

di Laura De Gisi

Un paese che prova a reagire, ma che deve ancora fare i conti con una storia difficile da dimenticare, ma soprattutto con la burocrazia e la diffidenza di alcuni enti locali che bloccano la voglia di guardare ad un futuro diverso.

Quindici, in provincia di Avellino, è stato infatti per ben trent'anni teatro della faida tra i clan Cava e Graziano. Colpi durissimi negli anni sono stati inferti alle due cosche attraverso gli arresti dei reggenti di entrambi i sodalizi. Ma per ripartire è necessario “abbattere” quelli che possono essere definiti i simboli del potere dei due clan, ossia le abitazioni dei boss. Ed è dalla loro riconversione che il paese cerca di ripartire. Sì: cerca. Perché, soprattutto in casi come questi, le difficoltà sono sempre dietro l'angolo e spesso sono rappresentate dalla burocrazia e dalla diffidenza degli enti locali che bloccano la voglia di ripartire messa in piedi, con difficoltà ma anche con tanta speranza, da istituzioni, Comuni e Associazioni.

IL CLAN CAVA - Antonio Cava, cugino del boss Biagio, è stato arrestato il 27 marzo del 2006 nella sua villetta a due piani nel centro di Quindici. Al momento dell'irruzione della Polizia nella casa c'erano la moglie e i due figli ventenni di “Ndò Ndò”. Antonio Cava, che era scappato dalla casa lavoro di Modena a cui era stato affidato per scontare gli arresti domiciliari, era nascosto all'interno di una nicchia ricavata da una delle pareti del bagno e coperta da un armadietto. La casa, anzi una supervilla bunker, fu confiscata nel 1996 dalla Sezione misure di prevenzione presso il Tribunale di Avellino e affidata al Comune di Quindici. Per alcuni però i Cava hanno continuato ad abitare la villa anche se finita nella disponibilità dello Stato. Poi si decise di destinare l'abitazione, due piani, con garage e cortile, ad una famiglia al cui interno si trovasse un portatore di handicap. E il bando fu vinto proprio dal boss Cava, che a conti fatti, ha pagato 110 euro al mese per il fitto. Ma, scaduta la concessione (8 anni) al boss non è stato concesso il rinnovo. La storia è andata avanti per anni e si è conclusa il 16 settembre 2011, data in cui l'ufficiale giudiziario, i carabinieri del comando provinciale di Avellino, il sindaco, un assessore, e i tecnici del Comune di Quindici sono arrivati in via Sant'Antonio per tentare di entrare nella supervilla bunker del boss Antonio Cava, dove vivevano solo i tre figli del boss, Giovanna e i due fratelli, uno dei quali minorenne. L'esecuzione del provvedimento fu impedita dall'associazione Movimento Italiano Disabili. Il Tribunale di Avellino differì quindi lo sfratto al mese successivo invitando il Sindaco di Quindici a trovare un'abitazione alternativa per la famiglia del boss.

campania1

UN CENTRO POLIFUNZIONALE NELLA DIMORA DEL BOSS - «Acquisita alla disponibilità del Comune da pochi mesi – ha spiegato Pasquale Colucci, referente di Libera ma anche legale del Comune di Quindici nella battaglia per l'acquisizione del bene - , la villa era stata ceduta in locazione abitativa alla stessa famiglia del boss Cava. Successivamente all'esecuzione dell'ordinanza di sfratto, la stessa è ora nella materiale disponibilità del Comune. Il responsabile delegato ai beni confiscati al Comune di Quindici, Marco Cillo, ha già effettuato una prima ricognizione dell'immobile dalla quale è emerso che lo stesso necessita di interventi di ripristino. L'obiettivo è l'elaborazione di un progetto per destinare la villa a sede multifunzionale con l'aiuto della Cgil che ha già provveduto ad effettuare un sopralluogo con il rappresentante della funzione pubblica Marco D'Acunto e con il segretario provinciale Vincenzo Petruzziello. L'idea è quella di stabilire al suo interno la sede del sindacato, ma anche di rendere l'immobile funzionale agli interessi della comunità rendendolo quindi sede di una biblioteca per bambini e di una sala multimediale».

IL CLAN GRAZIANO - Ma quella dei Cava non è l'unica dimora confiscata alla camorra nel comune di Quindici. Dal 29 febbraio del 2012, infatti, anche “Villa Altachiara”, l’abitazione bunker di Adriano Graziano, è un bene del Comune. Noto alle forze dell'ordine fin dal 1985, il boss dei Graziano è stato soprannominato “O' Professore”. È ritenuto uno dei responsabili della strage delle donne del 2002, episodio culmine della faida che vede il clan Graziano in guerra con il clan Cava: tre donne uccise, di cui una di soli 16 anni. Altre quattro ferite, tre gravissime, in un conflitto a fuoco con decine di proiettili sparati da due auto nel pieno centro di Lauro. E tutto quando erano da poco passate le otto e mezza di sera. La storia processuale di Adriano Graziano è quantomeno singolare: arrestato nel 2002, con accuse come associazione mafiosa, omicidio ed estorsione, ha trascorso i successi cinque anni in regime di 41 bis. Ma a luglio del 2007 è stato scarcerato per scadenza dei termini della carcerazione preventiva. Avrebbe quindi dovuto sottostare ad un regime di stretta sorveglianza, con obbligo di dimora, ma, dopo essere riuscito a fuggire, inizia un’esistenza da latitante tra la Calabria, Terni, Rieti fino all'arresto a Valmontone il 27 luglio del 2008. All’uscita di un outlet, carico di vestiti, viene bloccato da dieci uomini senza opporre alcuna resistenza. Era l’ultimo boss in libertà di quella che in molti hanno definito come una vera e propria dinastia camorristica Il municipio guidato dal sindaco Liberato Santaniello è riuscito ad acquisire l’immobile al patrimonio indisponibile per finalità sociale ed istituzionali. Un iter burocratico, avviato da alcuni anni, e che di fatto aveva già visto la sottrazione del bene al clan e la consegna ufficiale dello stesso al Comune nel corso di un incontro tra il sindaco e i responsabili dell’Agenzia per i beni confiscati alla camorra.

UN OPIFICIO NELLA VILLA BUNKER - Per quanto riguarda la riattazione dello stabile per il raggiungimento dei fini sociali prefissi, si farà leva sul progetto realizzato dagli studenti dell’Istituto Tecnico per Geometri “Oscar D’Agostino” di Avellino, che rientra anch’esso nel partenariato organizzato da “Libera”. Il progetto prevede la realizzazione di un opificio che darà lavoro a dieci giovani di Quindici.

Progetto che però è stato bloccato da problemi burocratici: «Da parte nostra è stato fatto tutto il necessario – ha spiegato il dottor Colucci - . La Regione ha messo a disposizione dei fondi, sembra sia stata anche approntata la delibera ma la stessa non è stata ancora formalizzata in via definitiva. E i fondi sono necessari per mettere cose in regola interventi anche a villa Graziano. Un'attività produttiva non la si può impiantare dalla mattina alla sera, c'è infatti bisogno di un capitale iniziale indispensabile per realizzare le condizioni di sicurezza e per adeguare i locali ai macchinari che bisogna impiantare».

Insomma la burocrazia ha bloccato l'iter di riconversione del bene nonostante la disponibilità della ditta Capossela di Mercogliano di mettere a disposizione della comunità di Quindici le attrezzature. «Abbiamo presentato il business plan, ci sono i macchinari – ha dichiarato Mimmo Capossela – ma dobbiamo fare i conti con un finanziamento della Regione di circa 150mila euro bloccato ormai da oltre un anno. E non si capisce il perché. Pantani istituzionali rischiano di bloccare anche la volontà di imprenditori e associazioni di impegnarsi concretamente nella riconversione di beni della malavita a beni di pubblica utilità».

LA DIFFIDENZA DELLE ISTITUZIONI - Capossela ha anche denunciato una certa reticenza riscontrata da parte della Camera di Commercio di Avellino per quanto riguarda l’apertura del maglificio. «Il 3 gennaio ci siamo recati a Siena per parlare con una tecnica tessile legata all'Ente di Avellino perché quest'ultimo non vedeva di buon occhio questa iniziativa».

Tornando all'ex dimora del boss Graziano, la stessa è stata il palcoscenico, la scorsa estate, del “Festival dell'impegno civile”, come ha spiegato lo stesso Colucci: «Non possiamo dire che c'è precisa corrispondenza tra quelle che sono le nostre aspettative e quella che è la reazione della popolazione rispetto a queste iniziative. Purtroppo questi luoghi per lunghi anni sono stati visti come i “castelli dell'Innominato”, e i processi e le indagini svolte dalle forze di polizia e dalla Magistratura hanno infatti acclarato che in tali edifici gli imprenditori venivano portati a cospetto del boss per essere umiliati e ricattati. Quindi portare questi edifici dall'essere segni del potere a luoghi dove si ricorda la memoria delle vittime di camorra e si parla di progetti di riutilizzo è un passo molto importante. Sicuramente la partecipazione della gente del posto non è stata numerosa. Ma purtroppo negli ultimi anni prima della decapitazione dei clan, si è assistito ad un aumento esponenziale delle persone vittime di questa faida. Ciò a causa delle cosiddette azioni trasversali di una guerra non voluta da loro».

Insomma Quindici sta provando a voltare pagina, ma non senza difficoltà. Tanta ancora l'omertà e soprattutto la paura che serpeggia tra gli abitanti del paese irpino: «Fin quando non ci sono state queste operazioni che hanno portato agli arresti di buona parte dei Cava e dei Graziano, era difficile anche solo parlare di queste problematiche – ha concluso Colucci - . E gli imprenditori tutt'ora sono restii a farlo. Per questo posso tranquillamente affermare che con le operazioni delle forze dell'ordine e con l'acquisizione al patrimonio pubblico di questi beni, sono stati compiuti passi da gigante».

Tags:
camorraquindiciavellino

i più visti




casa, immobiliare
motori
Renault: restyling per Megane berlina ora disponibile anche Plug-in Hybrid

Renault: restyling per Megane berlina ora disponibile anche Plug-in Hybrid


Testata giornalistica registrata - Direttore responsabile Angelo Maria Perrino - Reg. Trib. di Milano n° 210 dell'11 aprile 1996 - P.I. 11321290154

© 1996 - 2021 Uomini & Affari S.r.l. Tutti i diritti sono riservati

Per la tua pubblicità sul sito: Clicca qui

Contatti

Cookie Policy Privacy Policy

Cambia il consenso

Affaritaliani, prima di pubblicare foto, video o testi da internet, compie tutte le opportune verifiche al fine di accertarne il libero regime di circolazione e non violare i diritti di autore o altri diritti esclusivi di terzi. Per segnalare alla redazione eventuali errori nell'uso del materiale riservato, scriveteci a segnalafoto@affaritaliani.it: provvederemo prontamente alla rimozione del materiale lesivo di diritti di terzi.