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Cronache
giovanni rienzi 500Giovanni Rienzi

di Fabio Frabetti

Le attività imprenditoriali che si era costruito con fatica gli sono crollate addosso. Così come i rapporti con i figli. A sessantanni passati, Giovanni Rienzi si chiede come possa essere finito in una situazione asfissiante che gli ha tolto praticamente tutto. Anche quella dignità umana che un giorno non gli ha impedito di perdere la testa e di sparare alla direttrice di banca ritenuta la prima responsabile di tutti i suoi guai.

SEGNALAZIONE IGNORATA - Nel giugno del 2001 Giovanni garantisce un finanziamento di 10.000 euro di una terza persona. La direttrice della banca che aveva seguito l'operazione l'anno seguente verrà trasferita presso un'altra filiale. Visti i rapporti di fiducia e di stima con Rienzi, i suoi conti correnti e quelli dei figli vengono migrati presso il nuovo sportello. Nel frattempo Giovanni aveva inviato con raccomandata la sua volontà di recedere dalla fideiussione. «A quella mia comunicazione non ricevetti alcuna risposta. Nel novembre del 2004, considerata la sofferenza bancaria della persona che avevo garantito, vengo segnalato in Crif (banca dati sull'affidabilità creditizia) dal nuovo direttore della prima filiale. Senza che io abbia ricevuto alcuna comunicazione e nonostante la mia richiesta di recesso inviata a suo tempo. A questo punto tutti i canali di credito dovevano essermi inibiti, considerata quella segnalazione. E invece nel 2005 mi vengono concessi tre affidamenti per 365.000 euro di cui 65.000 garantiti dai miei figli. Con questi soldi ho aperto tre lavanderie classiche e due self-service. Si trattava di attività tutte iniziate prima del finanziamento, partite dopo l'assenso verbale della direttrice di banca».

RIENTRO IMMEDIATO - Per il rapporto di fiducia che si era creato tra filiale e imprenditore, nessuno controlla che il suo nominativo fosse segnalato in Crif. E quando nel 2006 il particolare viene a conoscenza della banca, invece di risolvere con il buon senso la questione, si sprigiona su Giovanni e le sue attività una vera e propria rappresaglia: «Alla fine, per quella mia fideiussione, eravamo intorno ai 5000 euro. Invece di mettersi attorno ad un tavolo e trovare una soluzione, mi hanno affossato: è stato bloccato per quattro mesi il conto della società, creandomi non pochi problemi. Gli assegni non trasferibili dell'azienda sono stati incassati sul mio conto personale (una prassi assolutamente illegittima). Vengo protestato per un assegno di 200 euro nonostante avessi liquidità sul conto. Non si è chiaramente trattato di un errore ma di un comportamento voluto. Si è quindi arrivati alla chiusura dei conti ed alla richiesta di rientro. Non riesco a spiegarmi i motivi di una condotta così anomala: la mia segnalazione in Crif poteva essere evitata dal momento che il garante è tenuto a rispondere dell'intera cifra solo alla fine e comunque sia non mi hanno mai chiesto di saldare la parte non pagata dal debitore. Chi doveva oltre alla direttrice controllare subito che non fossi segnalato? Perché mi hanno bloccato il conto per quattro mesi e su che basi dopo la richiesta di rientro ho continuato ad avere assegni e carte di credito? La direzione non ha mai voluto incontrarmi. Ho presentato alla Procura un dettagliato esposto che però è stato inserito tra i “fatti non costituenti reato”. Questo vuol dire che i dipendenti bancari possono fare tutto quello che vogliono? I loro errori godono dell'impunità?».

DISPERAZIONE ESTREMA - Rienzi crolla del tutto quando riceve la lettera in cui veniva informato che la banca aveva ceduto il credito ad una società di recupero. La fideiussione dei suoi figli era nel frattempo lievitata a 250.000 euro. Giovanni pensa allora di mettere in atto un'azione dimostrativa. Il 14 luglio 2009 tenta un ultimo colloquio fuori dalla banca con la direttrice e quando non ottiene le risposte che vorrebbe estrae una Derringer, pistola di picciolo calibro, e ferisce la donna alla coscia sinistra (20 giorni di prognosi). Poi se ne va. In poco tempo viene rintracciato e arrestato: «In quel momento sono andato in tilt. Non potevo accettare che potessero andare dai soci e dai figli a pignorare i beni o le loro buste paga. Si erano fidati di me ed ero io, anche se inconsapevole, a dover fare qualcosa. Volevo incutere timore alla direttrice, magari sparare per terra o sui vetri. L'arma, d'altronde, non era in grado di uccidere. Ho atteso che la donna uscisse dalla filiale e poi le ho mostrato la lettera di cessione del credito. Le ho chiesto se tutto fosse normale e perché mi avesse rovinato i ragazzi. “Questa è la prassi – mi rispose – non possiamo fare niente. I figli sapevano cosa firmavano”. È stato un attimo, ho perso la calma e sparando ho cancellato 60 anni di vita passati onestamente. Malgrado fossi incensurato e non ci fosse pericolo di fuga ho fatto cinque mesi di arresti domiciliari e poi sono stato condannato a due anni e sei mesi senza la condizionale. Non vado per niente orgoglioso di questo mio gesto, ha distrutto la mia vita ed i miei ideali. Avevo sempre creduto nella forza della ragione. Ho sbagliato, ma è giusto portare alla disperazione una persona in questo modo? Non solo sono senza casa e senza lavoro (ho perso anche la pasticceria che avevo avviato) ma sono praticamente invisibile: risulto ancora presidente della mia prima cooperativa e per cancellarmi occorrono 1500 euro, dove le trovo? Per questo non posso iscrivermi nelle liste della povertà, né tanto meno a quelle di disoccupazione. Ho chiesto aiuto,non senza umiliazione, alle assistenti sociali,dicendo che io non volevo aiuti economici, ma solo chiudere quella cooperativa ed accedere così a quel sostegno di cui godono disoccupati ed extracomunitari. Mi hanno risposto di rivolgermi alla Caritas. Mi trovo in queste condizioni per colpe non mie e non andrò mai ad elemosinare un piatto di minestra».

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