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Cronache
vincenzo montericcio

di Fabio Frabetti

Quando un'azienda fallisce vanno in frantumi i tanti sogni riposti in quella attività ed eccetto i furbetti dei vari quartierini se ne esce sempre con la vita distrutta. Se in questa morsa ci si finisce poi in maniera illegittima si rasenta l'assurdo. È proprio quello che è capitato a Vincenzo Montericcio: una vicenda dove si intrecciano in un campionario di umanità impazzita avvocati disonesti, curatori fallimentari farlocchi, giudici poco attenti ed un tribunale dove potrebbe accadere di tutto. E chiaramente tanta sofferenza per chi si trova dentro questo tritacarne umano.

FALLIMENTO INESISTENTE - Vincenzo nel febbraio del 1988 per motivi di salute si trova costretto a vendere due attività commerciali che gestiva a Trapani ad una società in accomandita semplice. Un mese prima dell'atto pubblico di cessione vengono pagati 120 milioni di debiti. Effettuato il passaggio di consegne Vincenzo e la sua famiglia si trasferiscono al nord per un periodo di convalescenza dopo che l'uomo era stato sottoposto a tre interventi chirurgici. Quasi non pensava più a quella attività commerciale. E invece accade qualcosa di veramente incredibile. Qualche mese dopo, a novembre, il Tribunale di Trapani con sentenza numero 102 apre una procedura fallimentare con numero 2176-51. Un numero da tenere a mente, come vedremo dopo. Nonostante non facesse più parte di quelle aziende Vincenzo si trova tra le persone abbracciate da quel procedimento insieme ad alcuni suoi familiari ed alla signora che aveva acquistato le due attività commerciali. Secondo il tribunale tra queste persone esisteva una società di fatto: «Già io sono stato tirato dentro indebitamente. Ma addirittura furono coinvolte la mia ex moglie che accudiva 4 figli piccolissimi, mia suocera completamente analfabeta, mio suocero che per 11 mesi all'anno era fuori città. Nessuno dei tre aveva mai messo piede nel mio negozio. Questi familiari vengono trascinati nel fallimento solamente perché avevano messo una firma di garanzia su un debito che aveva contratto la mia ex moglie, un debito che non aveva niente a che fare con la mia ditta».

BASTA UNA FOTOCOPIA - A questo punto il curatore fallimentare fotocopia l'unica sentenza di fallimento esistente ed al posto nel numero 2176-51 scrive 2177-52: «Il curatore senza autorizzazione del tribunale ha aperto di fatto un altro fascicolo. Dopo aver venduto tutti i miei beni nel 1996 ha presentato la chiusura del fallimento con quella fotocopia e lo ha fatto per un solo soggetto, ovvero gli acquirenti. Il tribunale evidentemente non ha guardato i documenti, diversamente si sarebbero accorti che il curatore stava chiedendo la chiusura del procedimento sulle basi di una fotocopia dove ci sono i nominativi di cinque persone e lo fa solo per coloro i quali con le loro responsabilità avevo fallito. È chiaro che questi giudici fidandosi del curatore, non hanno esaminato la documentazione, perché se l’avessero fatto si sarebbero accorti che il curatore stava presentando una fotocopia, e che stava chiedendo una chiusura parziale dei soggetti coinvolti. Scoperto ciò avrebbero avuto l’obbligo di denunciarlo. Invece la mancata chiusura totale del procedimento porta due anni dopo ad un altro duro colpo. Dopo la morte di mio padre, avevo ereditato un immobile: a quel punto il curatore tirò fuori la sentenza originale e nel 2005 mi mise in vendita l'appartamento per un fallimento in cui non c'entravo niente e che doveva esser già chiuso dal 1996».

HO PERSO TUTTO - Vincenzo comincia a chiedere spiegazioni e presenta vari esposti. «Denuncio il tribunale alla Procura di Trapani: silenzio assoluto. Dopo un anno chiedo notizie e mi dicono che dovevo fare la denuncia alla Procura di competenza ovvero a quella di Caltanissetta. Denuncio il Tribunale di Trapani alla Procura di Caltanissetta, dopo 20 giorni vengo chiamato dal nucleo speciale dei Carabinieri di Trapani, dove consegno tutta la documentazione, e mi dicono di ritornare dopo otto giorni, perché dovevano sequestrare i documenti originali che si trovavano al Tribunale. Ritornato dopo 8 giorni mi risposero con un gesto, spalancando le braccia...in parole povere li hanno fermati!»

Con motivazioni ritenute assurde Vincenzo perde la cause in primo e secondo grado. Sta aspettando la Cassazione in condizioni disperate: «Il CSM per ben 4 volte ha archiviato sempre la pratica, ma dove viviamo nel Congo? Sono ridotto sul lastrico, e dalla data del fallimento sono passati 24 anni: ho l’auto sequestrata per un debito di poco più di 2000 euro la società di riscossione ha minacciato di pignorarmi non so cosa per un altro debito di 90 euro. Se viene qualcuno a casa mia lo butto dalle scale. Non ho più niente da perdere, ho pure perso tutta la famiglia per colpa di questo dannato fallimento, il bene più prezioso per l’essere umano.

Nei Tribunali c’è scritto che la legge è uguale per tutti. Non per i giudici, che possono sentenziare ciò che vogliono, possono commettere reati come nel mio caso, senza pagare mai. Tutti i documenti sono stati mandati a due capi di Stato, a tutti i parlamentari, agli ex ministri della giustizia Castelli ed Alfano. Nessuno dei due ha fatto niente. Io magari perderò anche in Cassazione, ma a Strasburgo vincerò, e tutta l’Italia verrà a conoscenza di ciò che può succedere dentro ad un tribunale.

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