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Cronache
Giustizia, 6 anni di ritardi. A rischio prescrizione truffa su patate italiane

Dopo sei anni di attesa, il 30 settembre 2019, il Gup, giudice per l’udienza preliminare di Bologna, Gianluca Petragnani Gelosi, dovrà decidere se rinviare a giudizio per associazione a delinquere ed altri reati gravi i responsabili, o presunti tali, di quello che è stato definito il “Patata gate” nazionale. Un caso clamoroso per l’entità del mercato che coinvolge e per i tempi anomali di intervento (6 anni senza decidere se rinviare a giudizio gli indagati). Ma nonostante i rischi per i consumatori e la gravità ed entità dei reati denunciati il caso è stranamente finito nel dimenticatoio. Un sistema, secondo gli inquirenti Manuela Cavallo e Marco Forte della Procura e la Polizia Giudiziaria della Forestale, che vendeva come pregiate patate che non lo erano, ne camuffava la provenienza e sulle quali, secondo quanto rilevato dalla Forestale, venivano applicati trattamenti pericolosi con fitofarmaci.

 

Parliamo di un mercato strategico che oltre a determinare le politiche dei prezzi nella “Borsa delle patate” italiane incide anche su quelli del nord Europa. L’indagine potrebbe aver rivelato solo la punta di un iceberg. Ma nonostante le accuse e i rischi per i consumatori, i rapporti tra gli accusati e le parti in causa non sono mai stati interrotti.

Dal 10 marzo 2014, quando l’indagine viene chiusa dalla Forestale, la Procura inquirente ci mette 2 anni per arrivare all’avviso di conclusione indagine, nell’aprile 2016, e quasi altri 2 anni per depositarla sulla scrivania del giudice, il Gup Petragnani Gelosi, il 23 dicembre 2017, che appunto dovrà esprimersi il prossimo 30 settembre 2019 se non incombono altri rinvii imprevisti. 

 

“Il fabbisogno nazionale di patate è di circa 2,3 milioni di tonnellate”, scrive nel 2013 la Forestale “mentre la produzione (nazionale, ndr) è di circa 1,5”. Da dove provengono le altre 800.000 tonnellate? E soprattutto perché sugli scaffali dei supermercati troviamo quasi esclusivamente patate italiane se ne importiamo da altri Paesi?

 

Su 10 soci del Consorzio Patata Italiana di Qualità, con sede a Bologna, 7 vengono indagati. Quelli per associazione a delinquere “in quanto si associavano tra loro”, sostiene la Procura, “al fine di commettere in forma organizzata una serie indeterminata di delitti”, “specificamente frodi commerciali ai danni della grande distribuzione, con l’immissione in commercio di prodotti agroalimentari recanti etichettature attestanti dati non veritieri e commercializzati con documenti di accompagnamento recanti false indicazioni sul luogo di coltivazione, sulla provenienza e sulla qualità (talora con indicazione della provenienza ‘made in Italy’ per alimenti di provenienza estera – UE ed extraUE -; talora con indicazione di una qualità superiore a quella effettiva, talora con un’indicazione di origine geografica protetta per alimenti provenienti da località diverse da quelle dichiarate; talora con falsa indicazione della provenienza dell’alimento da agricoltura biologica”. 

 

Tradotto: vi sarebbe, come scrive la Forestale oggi confluita nel corpo dei Carabinieri, “un lavoro sinergico e ben organizzato, compiuto dagli importatori dall’estero, dagli intermediari, dai produttori di patate in Italia, dai consorzi rappresentativi di questi ultimi e dai contadini (‘costretti’ a prestarsi a queste ‘malefatte’ da questa sorta di oligopolio nel mercato delle patate), e la grande distribuzione, tutti perfettamente a conoscenza dell’origine del prodotto acquistato”. Rapporto che nelle modalità rilevate, sempre secondo la Forestale, non si sarebbe mai interrotto neanche con i nuovi responsabili di Conad subentrati a quelli indagati. Ma la Procura ha deciso di chiedere l’archiviazione di questo specifico capitolo.

 

Nel 2014 il caso fu sollevato in tv da Report ma la redazione venne perquisita e i giornalisti finirono indagati per una presunta fuga di notizie dalla Forestale.

 

Scavando nell’indagine, nelle intercettazioni raccolte in ben 8 mesi e nelle numerose acquisizioni di documenti presso le aziende, troviamo un quadro ancora secretato ma davvero raggelante, per le frasi, i toni e i comportamenti di molti partecipanti che sembrano consuetudinari, con camion carichi di patate che andavano e venivano da Paesi esteri, dal nord Africa (Egitto, Cipro, Israele) oltre che da Francia e Inghilterra, mentre i documenti di trasporto e le etichette che certificavano qualità e provenienza, arrivavano via fax da una ditta napoletana, la Covone srl di Antonio Covone, e non solo, ai grossisti emiliani e veneti. I tuberi stranieri, mandati nei supermercati, su cui in molti casi venivano usati antiparassitari e prodotti non consentiti in Italia e in Europa, si trasformavano magicamente in italiani e in tanti casi venivano certificati CPQ di Conad (percorso controllo qualità), cioè pregiati e di prezzo superiore. E così venduti ai consumatori. Un “miracolo” che accadeva anche con le cipolle argentine che diventavano Igp rosse di Tropea o con le normali patate che venivano etichettate e commercializzate come fossero biologiche.

 

Una truffa colossale, secondo Procura e Forestale, e fatta di patate di scarto, infestate con la tignola (l’insetto che perfora le patate), con la scabbia o così nere da essere invendibili come quelle africane, di vagonate di patate comuni fatte passare per patate al selenio. Tra gli indagati principali figura: l’ex patron della Fortitudo basket Giulio Romagnoli, leader nazionale del settore che fa parte dei consorzi Patata Dop e Patata Italiana di Qualità; il suo responsabile acquisti Roberto Chiesa “che si occupava di dare ai dipendenti indicazioni sull’esecuzione materiale delle frodi in relazione ad ogni singolo carico di merce da falsificare” scrive la Procura; l'ormai dimissionario dirigente Claudio Gamberini, direttore nazionale per gli acquisti ortofrutta della Conad-Italia; e altre 20 persone e 11 società, perché avrebbero leso gli interessi dei supermercati Conad, Pam, Esselunga e di conseguenza i consumatori oltre il ministero dell’Agricoltura.

 

Giulio Romagnoli e la Romagnoli F.lli s.p.a e gli altri indagati hanno chiesto il proscioglimento, dicendosi totalmente innocenti. I legali di Romagnoli hanno in passato anche dichiarato che “i fatti in contestazione sono risalenti e assai circoscritti e se ne dimostrerà l’infondatezza”. Tutto il loro operato sarebbe corretto. E secondo Romagnoli le mancanti 800.000 tonnellate di patate sul mercato italiano sono quelle che finiscono nei prodotti da industria alimentare confezionati e non verrebbero vendute sfuse. Contattato da Affaritaliani il legale di Romagnoli, l’avvocato Nicola Santi, ha detto: “In questo momento preferiamo non rilasciare dichiarazioni ufficiali, non è questo il momento migliore ma dopo la decisione del giudice ci sarà modo di approfondire e intervenire”. Risulta che sia Coldiretti che Conad si siano costituite parte civile.

 

Oggi a distanza di 6 anni dalla nascita dell’inchiesta, colpevoli o innocenti che siano gli indagati, il caso si avvia verso la prescrizione certa per una buona parte di loro, non per i principali accusati dell’organizzazione. Abbiamo chiesto al procuratore capo di Bologna Giuseppe Amato, che presiede la magistratura bolognese dal luglio 2016, di spiegarci il perché di tempi così lunghi e su un caso di consumo di massa, ma non ha voluto rilasciarci dichiarazioni. Dal Tribunale di Bologna presieduto dal giudice Francesco Maria Caruso ci fanno sapere che i tempi di intervento del giudice Petragnani Gelosi sono nella norma, casomai il problema è altrove, ma rimarcano che è pur vero che in casi come questo i cittadini non sono tutelati e la legge andrebbe modificata per difendere i consumatori quando non risulta vi sia neanche la certezza della tracciabilità del prodotto. 

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