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Cronache

Devo ammettere che, dopo le prime tre istruttorie da me concluse con il rinvio a giudizio di cinquanta uomini delle BR, ero convinto di avere raggiunto una verità storica completa: le Brigate Rosse, animate da spirito rivoluzionario, avevano portato l’attacco al cuore dello Stato impersonato dal presidente della DC Aldo Moro. Con il mio lavoro, ritenevo di avere identificato esecutori, organizzatori e mandanti. Per trent’anni ho creduto all’esclusiva responsabilità delle BR, alla necessità giuridica e morale della linea della fermezza imposta dal governo contro i ricatti dei brigatisti, all’inevitabilità del rifiuto netto di qualunque richiesta dei terroristi alle istituzioni. Nello stesso tempo, ho condannato nel mio animo la pretesa di Moro di un qualunque cedimento dello Stato, dovuta alla fragilità psicologica e fisica di Moro e alla sua pavidità di fronte alla morte.

Non c’era altro modo di salvare la supremazia dello Stato e la stessa democrazia, messe in pericolo dall’attacco brigatista, che quello di tenere un atteggiamento fermo verso gli assassini di tanti innocenti, tra cui carabinieri, polizia e magistrati. Come si poteva pensare di trattare con coloro che volevano, con la violenza delle armi, stravolgere l’assetto delle istituzioni? Introduzione Ma il mio giudizio sullo statista DC era del tutto errato. Tuttavia non ho difficoltà a riconoscere che io stesso nutrivo un risentimento verso Moro, “reo” di avere dimenticato nelle lettere dal carcere il sacrificio degli uomini della scorta, e approvavo la scelta durissima, ma necessaria, di non scendere a patti con i suoi rapitori. La conseguenza cui giunsi con la maggioranza degli ignari italiani fu che tra la vita dell’ostaggio e la salvezza della patria e della legalità, bisognava optare per quest’ultima, sacrificando lo statista democristiano.

La tragedia di questa storia è che ancora oggi la stragrande maggioranza degli italiani crede che il governo abbia fatto bene a seguire la linea dell’intransigenza verso i terroristi, che io stesso ho ritenuto fosse stata seguita per difendere la democrazia. Del resto, la linea della fermezza era da me applicata con la massima determinazione nelle istruttorie, affidatemi in qualità di giudice istruttore, sui sequestri commessi dal crimine organizzato. Nei 55 giorni di prigionia dello statista democristiano, prima di essere incaricato della istruttoria Moro – cosa che avvenne stranamente pochissimo tempo dopo la sua morte – mi stavo occupando di casi di sequestri della delinquenza comune, ed ero intervenuto con ogni mezzo per impedire il cedimento delle famiglie ai ricatti dei rapitori e vietare con mano ferma i pagamenti che i parenti volevano effettuare per salvare la vita degli ostaggi. La legge, infatti, consentiva al giudice istruttore, in caso di sequestro di persona in corso d’opera, di ordinare alla polizia giudiziaria di fare uso delle armi contro i criminali, per impedire che un reato gravissimo, come il rapimento, venisse “portato a ulteriori conseguenze”, con la riscossione del denaro da parte dei banditi. Certo, avevo calcolato anche il pericolo per gli ostaggi che avrebbero potuto subire ritorsioni, ma decisi che lo stare a guardare sarebbe stato molto peggio per le vittime. Nonostante il pagamento dei riscatti, molto spesso i criminali reagivano con crudeltà, uccidendo alcuni rapiti.

In quel periodo, ad esempio, subito dopo il pagamento di ingenti somme di denaro, erano stati assassinati con inaudita ferocia il duca Massimiliano Grazioli a Roma e il produttore cinematografico Maleno Malenotti a Volterra, e i loro corpi non erano stati mai più trovati. Furono in molti a criticarmi per la mia temerarietà, ma ero convinto che non avevo scelte: e vinsi anche i dubbi di uomini delle forze dell’ordine che temevano di subire critiche o accuse seguendo questa linea, che io definii linea dell’intervento armato sui banditi. Ma questa scelta mi procurò grandi successi e soprattutto la liberazione di molti ostaggi senza che fosse pagato il riscatto. E per questo, sia i carabinieri che gli uomini della polizia mi furono grati. Tre ostaggi furono liberati proprio durante i 55 giorni del sequestro Moro, altri dopo quella vicenda.

Questa mia scelta era stata apprezzata dall’allora ministro dell’Interno Cossiga, il quale, con mia grande sorpresa, mi aveva telefonato per congratularsi. Conviene precisare che la decisione di intervenire o meno con un blitz durante un rapimento non era mai stata presa, in altri casi di sequestri, dal ministro dell’Interno, poiché questi non aveva poteri in tal senso, ma, in base alla legge, dal giudice istruttore, sentito il PM. Nel caso specifico di Moro pensai, non avendo conoscenza degli atti, che una diversa strategia sarebbe potuta dipen- dere dal fatto che lo Stato ignorava il luogo dove lo statista era tenuto prigioniero; una circostanza che, però, comincerà a essere messa in discussione col passare degli anni: prima salterà fuori la testimonianza degli inquilini di via Montalcini – ove era la sola e unica prigione in cui venne tenuto Moro – secondo cui alcuni agenti dell’uCIGoS erano lì sopraggiunti subito dopo la morte dello statista; e poi, una volta scoperto il carcere, le forze dell’ordine non intervennero immediatamente per arrestare i terroristi Gallinari, Moretti e Braghetti. Fu allora che in me aveva cominciato a farsi largo il dubbio: forse nella vicenda, come in altri episodi della cosiddetta “strategia della tensione”, non avevano agito solo i terroristi, forse era stata attuata una massiccia opera di depistaggio e di sistematica intimidazione verso chi sapeva la verità…

(per gentile concessione di Newton Compton editore)

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