ILVA/ L'ORDINANZA DEL GIP DI TARANTO PATRIZIA TODISCO

 


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L'ordinanza del Gip di Taranto Patrizia Todisco con la quale ordina il sequestro di sei impianti dell'Ilva di Taranto. Ecco alcuni estratti:

- "La gestione del siderurgico di Taranto è sempre stata caratterizzata da una totale noncuranza dei gravissimi danni che il suo ciclo di lavorazione e produzione provoca all’ambiente e alla salute delle persone".

- "Ancora oggi" gli impianti dell’Ilva producono "emissioni nocive" che, come hanno consentito di verificare gli accertamenti dell’Arpa, sono "oltre i limiti" e hanno "impatti devastanti" sull'ambiente e sulla popolazione.

- La situazione dell’Ilva "impone l'immediata adozione, a doverosa tutela di beni di rango costituzionale che non ammettono contemperamenti, compromessi o compressioni di sorta quali la salute e la vita umana, del sequestro preventivo".

- "L'imponente dispersione di sostanze nocive nell’ambiente urbanizzato e non ha cagionato e continua a cagionare non solo un grave pericolo per la salute (pubblica)", ma "addirittura un gravissimo danno per le stesse, danno che si è concretizzato in eventi di malattia e di morte".

“In tal senso – scrive il gip - le conclusioni della perizia medica sono sin troppo chiare. Non solo, anche le concentrazioni di diossina rinvenute nei terreni e negli animali abbattuti costituiscono un grave pericolo per la salute pubblica ove si consideri che tutti gli animali abbattuti erano destinati all’alimentazione umana su scala commerciale e non, ovvero alla produzione di formaggi e latte.

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Trattasi di un disastro ambientale inteso chiaramente come evento di danno e di pericolo per la pubblica incolumità idoneo ad investire un numero indeterminato di persone”.

“Non vi sono dubbi sul fatto – conclude – che tale ipotesi criminosa sia caratterizzata dal dolo e non dalla semplice colpa. Invero, la circostanza che il siderurgico fosse terribile fonte di dispersione incontrollata di sostanze nocive per la salute umana e che tale dispersione cagionasse danni importanti alla popolazione era ben nota a tutti.

Le sostanze inquinanti erano sia chiaramente cancerogene, ma anche comportanti gravissimi danni cardiovascolari e respiratori. Gli effetti degli Ipa e delle diossine sull'uomo non potevano dirsi sconosciuti”.

Nella popolazione residente a Taranto si sono osservati «eccessi significativi di mortalità per tutte le cause e per il complesso delle patologie tumorali, per singoli tumori e per importanti patologie non tumorali, quali le malattie del sistema circolatorio, del sistema respiratorio e dell'apparato digerente, prefigurando quindi un quadro di mortalità molto critico».


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"Gli incrementi della mortalità osservata, rispetto a quella attesa, interessano in modo rilevante - argomenta il giudice - anche la popolazione femminile, oltre a quella maschile. Nello studio di aggiornamento, come evidenziato già nell'analisi sul periodo 1995-2002, la mortalità per tutte le cause nel primo anno di vita e per alcune condizioni morbose perinatali risulta significativamente in eccesso".


"Nel primo periodo (1995-2002), caratterizzato da un numero doppio di anni di osservazione (8 rispetto a 4) risulta inoltre significativamente in eccesso - scrive ancora - la mortalità per tutti i tumori in età pediatrica (0-14 anni)".

"Il profilo di mortalità della popolazione residente nel sito di Taranto - conclude - mostra, anche negli anni più recenti, incrementi di rischio di mortalità per un complesso quadro di patologie non esclusivamente riferibili ad esposizioni di origine professionale, in quanto caratterizzanti, oltre la popolazione adulta maschile, anche le donne ed i bambini"

“Non vi sono dubbi che gli indagati erano perfettamente al corrente che dall’attività del siderurgico si sprigionavano sostante tossiche nocive (come la diossina, ndr) alla salute umana ed animale”, ma “nessun segno di resipiscenza si è avuto” da parte loro poichè “hanno continuato ad avvelenare l’ambiente circostante per anni”.

Secondo il giudice, “l'attività emissiva si è protratta dal 1995 ed è ancora in corso in tutta la sua nocività”.

“La piena consapevolezza della loro attività avvelenatrice - aggiunge il gip condividendo le conclusioni della procura - non può non ricomprendere anche la piena consapevolezza che le aree che subivano l’attività emissiva erano utilizzate quale pascolo di animali da parte di numerose aziende agricole dedite all’allevamento ovi-caprino. La presenza di tali aziende era infatti un fatto noto da anni, eppure per anni nulla è stato fatto per impedire la dispersione di polveri nocive che hanno avvelenato l’ambiente circostante ove tali aziende operavano”.

Il giudice ricorda a questo proposito che le emissioni dell’ Ilva hanno prodotto l’avvelenamento da diossina e da Pcb di 2.271 capi di bestiame (poi abbattuti) destinati all’ alimentazione umana diretta e indiretta con i loro derivati.

“Non vi è dubbio che gli indagati, adottando strumenti insufficienti nell’evidente intento di contenere il budget di spesa, hanno condizionato le conseguenze dell’attività produttiva per la popolazione mentre soluzioni tempestive e corrette secondo la migliore tecnologia avrebbero sicuramente scongiurato il degrado di interi quartieri della città di Taranto”.

“Neppure può affermarsi – annota il giudice – che i predetti (indagati, ndr) non abbiano avuto il tempo necessario, una volta creato e conosciuto il problema, per risolverlo, avuto riguardo al lungo lasso di tempo in cui gli stessi hanno agito nelle rispettive qualità ed al fatto che hanno operato dopo diversi accertamenti giudiziali definitivi di responsabilità nei confronti degli stessi”.

A questo proposito il giudice, con specifico riferimento al problema delle polveri, ricorda che con precedenti sentenze del tribunale “è stato chiaramente ribadito che tutte le misure introdotte si sono rivelate, a tutto concedere, un’abile opera di maquillage, verosimilmente dettata dall’intento di lanciare un 'segnalè per allentare la pressione sociale e/o delle autorità locali ed ambientali – ma non possono essere considerati il massimo in termini di rimedi che si potevano esigere, nel caso concreto, al cospetto della conclamata inefficacia dei presidi in atto ad eliminare drasticamente il fenomeno dello spolverio”.


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