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Cronache

Cosa dire di “L’industria della carità” (Chiare Lettere), il libro di Valentina Furlanetto che indaga sul mondo del no profit? Che le vie dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni. Ma le buone intenzioni non sono quelle del mondo della solidarietà che la giornalista intende scoperchiare. No, sono proprio quelle della Furlanetto che, partita per svelare il “lato oscuro” del no profit, annega in un pasticcio dove si mescolano tutto e il contrario di tutto, rivelando – nella migliore delle ipotesi – una scarsa conoscenza di un settore del quale dovrebbe essere esperta (si occupa di economia e temi sociali per Radio 24 – Sole 24 ore).

Greenpeace rifiuta ogni finanziamento da parte di governi, aziende, istituzioni, per farsi sostenere solo dalle singole persone. Come a suo tempo spiegato alla Furlanetto stessa (che si è ben guardata dal riportare alcunché…), contattare le persone una a una, invece che stare in un ufficio ad attendere soldi elargiti magari proprio da chi distrugge il pianeta, ha un costo maggiore e questo ovviamente si riflette nei bilanci. Allo stesso modo, scegliere di non partecipare a bandi pubblici significa rinunciare a facili finanziamenti per le proprie attività. Per quanto riguarda i numeri, nel 2005 Greenpeace Italia destinava alle campagne in difesa dell’ambiente circa 500 mila euro.

Nel 2012 si è avvicinata a 2,8 milioni di euro. Miracolo? Moltiplicazione dei pani e dei pesci? No, si tratta dei risultati degli investimenti nella "raccolta fondi". Questi investimenti, peraltro, sono basati in buona parte su attività di comunicazione delle campagne promosse da Greenpeace in Italia e nel mondo – dunque hanno alla base attività di sensibilizzazione, non semplice “pubblicità” – e rientrano in parte negli obiettivi istituzionali dell’associazione: sensibilizzare e diffondere informazioni sui temi ambientali (e questo lo concede anche la Furlanetto…). 

Come rispondere? Intanto, uno si aspetterebbe delle critiche coerenti. O che la giornalistaapprofondisca. O quanto meno, se proprio le fa fatica chiedere il parere a Greenpeace, riporti qualcuna delle tante repliche a notizie simili che negli anni abbiamo affidato ai media tradizionali e non. “L’industria della carità” non contiene niente che possa aiutare Greenpeace, come altre organizzazioni, a correggere gli errori sicuramente presenti nell’attività quotidiana. Solo un affastellarsi di accuse note, tante e tante volte smentite, opera di persone piene di rancore e a volte prezzolate. Una delusione, perché è evidente che il libro poteva essere un’occasione di riflessione per un mondo – quello del no profit – dove non sono assenti ambiguità e connivenze.

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