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Cronache
Sonia Alfano ad Affari : "Stato-mafia, la trattativa continua"

di Lorenzo Lamperti

twitter@LorenzoLamperti

"La trattativa Stato-mafia non si è mai interrotta". Sonia Alfano, presidente della Commissione Antimafia Europea, presenta un'ipotesi inquietante in un'intervista ad Affaritaliani.it: "Cosa Nostra e pezzi dello Stato sono ancora in contatto. Che cosa vuole la mafia? Non tollera la stretta sul 41 bis e l'azione di confisca dei beni". Sulle minacce stragiste di Riina: "Più che intercettazioni sono dichiarazioni, parla sapendo di essere ascoltato e che il suo messaggio arriverà a destinazione. Il suo potere è ancora intatto, il carcere non lo ha reso più debole". Su Messina Denaro: "I pm gli stanno facendo una guerra ma non si possono scordare le vicende del maresciallo Masi, che ha detto di essere stato fermato sul punto di catturarlo, e quella di Giuseppe Linares, il capo della Squadra Mobile di Trapani trasferito a Napoli". Sul processo di Palermo: "Napolitano dovrebbe testimoniare".

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Sonia Alfano, durante l’ultima audizione della commissione parlamentare antimafia lei ha detto che la trattativa tra Stato e mafia continua. Su quali basi sostiene questa tesi?

La trattativa Stato-mafia non si è mai interrotta e non credo sia una dichiarazione che debba stupire più di tanto. Basti guardare al processo sulla trattativa, dove sul banco degli imputati non ci sono solo pezzi dell’ala militare di Cosa Nostra ma anche pezzi dello Stato e delle istituzioni. Le intercettazioni di Riina sono un segnale che la trattativa continua. Più che intercettazioni quelle di Riina le chiamerei dichiarazioni, perché Riina sa di essere intercettato. Quando parla ha la consapevolezza di essere ascoltato, perciò se dice certe cose è perché sa che saranno pubblicate dai giornali e che il suo messaggio arriverà a chi di dovere.

Quali sarebbero gli elementi di questa trattativa?

Ricordo l’ira di Riina sul papello per presunti accordi non rispettati. Ma negli anni abbiamo visto quanto invece sia devastante per l’immagine della mafia l’azione di confisca dei beni. Sicuramente la stretta sul 41 bis non è tollerata. Io ho avuto parecchi colloqui in carcere con Riina, Provenzano e Schiavone e tutti si lamentano della rigidità del 41 bis. Io lo irrigidirei ancora di più perché pochi sanno che il regime di carcere duro lo portano addosso pochi elementi, come ad esempio Provenzano. Altri, come Riina, vivono in un contesto diverso in un braccio con altre 4-5 celle e con la possibilità di sfruttare di un’ora di socializzazione per parlare con altri detenuti al 41 bis. Quindi direi che ci sono due elementi: la confisca dei beni e il 41 bis.

Riina ha più volte minacciato di morte il pm Di Matteo. Crede si stia facendo abbastanza per proteggerlo?

Siamo di fronte a uno scempio nei confronti dei magistrati. Non soltanto quelli di Palermo, ma anche quelli di Trapani, Catania, Reggio Calabria e Napoli. È una condizione di pericolo che si basa su due aspetti: da una parte lo Stato sembra, e sottolineo sembra, essere incapace di dare delle risposte nei loro confronti tacendo anche di fronte a offese, insulti e minacce. In secondo luogo c’è una sottovalutazione in certa misura direi voluta da parte della classe politica. Classe politica che avrebbe dovuto mobilitarsi non solo per sostenere l’attività dei magistrati ma anche per prendere le contromisure alle minacce di uno stragista che ha già eseguito le stragi del 1992 e del 1993.

Ritiene concrete le minacce di Riina?

Il silenzio portato avanti da tante, troppe persone, è imbarazzante. È evidente che c’è chi, per vari motivi, non si può schierare e chi non si vuole esporre. Io credo che i segnali di questi ultimi mesi siano persino più pericolosi di quelli che erano stati lanciati nella primavera del 1992, prima di Capaci e di via D’Amelio.

C’è chi dice che in realtà Riina non abbia più il pieno controllo di Cosa Nostra…

Riina ha ancora un ruolo primario in Cosa Nostra. C’è la cattiva convinzione, messa in giro con mi chiedo quanto dolo, che se un boss sta in carcere il suo potere si esaurisce. Purtroppo non è così, basti pensare al caso di Nitto Santapaola che è in carcere dal 1993 ma che è ancora ritenuto il boss incontrastato di Cosa Nostra nella Sicilia orientale. È imbarazzante dire che siccome Riina è in carcere il suo ascendente si è esaurito. Sappiamo che non è così e sappiamo anche che pezzi dello Stato si sono rivolti a lui e hanno garantito anche nei confronti di Bernardo Provenzano.

sonia alfano (3)Sonia Alfano, presidente della commissione Crim
 

Qual è il rapporto di forza tra Riina e Messina Denaro?

È una questione che va a tutti i costi approfondita. L’autorità giudiziaria trapanese sta portando avanti da anni una lotta senza esclusione di colpi contro Messina Denaro, con tutta una serie di confische di patrimonio mobile e immobile e con l’arresto di tanti fiancheggiatori. Tra chi è in rapporti con Messina Denaro troviamo di tutto, da imprenditori a prestanome fino a politici che chiedono favori. Riina, nelle sue parole deliranti, sembra rimproverare a Messina Denaro una scarsa determinare nel compiere alcune azioni. Bisogna decifrare quello che potrebbe accadere perché il pericolo esiste.

Quindi pezzi dello Stato stanno trattando, o hanno trattato, con Messina Denaro?

Guardi sul fatto che pezzi dello Stato abbiano sempre trattato con la mafia ci sono motivazioni che vanno oltre alla mia convinzione personale. Io stessa ho consegnato ai pm di Palermo delle intercettazioni (in mio possesso perché erano state disposte nell’inchiesta sull’omicidio di mio padre) che riguardano la latitanza di Nitto Santapaola in un periodo riconducibile alla primavera del 1993. Santapaola si trovava a Barcellona Pozzo di Gotto e la cosa incredibile è che era ascoltato dai Ros di Messina. I carabinieri avevano la possibilità di fare irruzione in qualsiasi momento per arrestarlo ma non lo hanno fatto. Quindi non c’è solo la mancata cattura di Provenzano ma anche quella di Santapaola. E a questo vanno aggiunte anche le parole di Rosario Pio Cattafi, condannato il 16 dicembre scorso a 12 anni di carcere perché considerato l’elemento di congiunzione tra l’ala militare di Cosa Nostra e i servizi deviati. Cattafi, ascoltato come testimone al processo Mori, ha detto che era stato attivato da Francesco Di Maggio con l’incarico di mediare con Santapaola una condizione stragista. In aula ha anche detto che potrebbe ricordarsi meglio fuori dal carcere, senza il 41 bis.

Il maresciallo dei carabinieri Saverio Masi ha denunciato anche la mancata cattura di Messina Denaro…

Anche in quel caso il maresciallo Masi si è trovato, a suo dire, più volte di fronte a un muro che in tutti i modi avrebbe impedito le sue indagini. Ricordiamoci che Masi racconta di riunioni tenutesi a Bagherìa alla presenza di Provenzano e Messina Denaro. 

Negli scorsi mesi è stato allontanato da Trapani anche il capo della Squadra Mobile, Giuseppe Linares, considerato l’uomo più titolato a catturare Messina Denaro. Crede la sua promozione a Napoli nasconda in realtà qualche intenzione nascosta?

Il suo allontanamento da Trapani è stato veicolato come una promozione, ma credo che togliere Linares da quel contesto sia stata una mossa sbagliatissima. Gli informatori, le fonti, si fidavano tutti di lui. La sua “promozione” fa scaturire tante domande.

La politica sta facendo abbastanza per contrastare il pericolo mafioso e stragista?

Il silenzio dopo le minacce di Riina è un altro segnale della scarsa determinazione degli organi dello Stato nel lanciare messaggi forti contro la mafia. Non ci si può limitare solo alla solidarietà ma bisognerebbe attuare tutta una serie di misure legislative per potenziare il 41 bis. E non si dovrebbe parlare di un indulto svuotacarceri applicabile anche ai condannati per mafia.

Secondo lei Napolitano dovrebbe testimoniare al processo di Palermo?

Se fossi stato al suo posto io avrei già chiesto di testimoniare per togliermi di dosso qualsiasi ombra.

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