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Cronache
Napolitano non risponde su D'Ambrosio, parole importanti sul '93

ECCO LA LISTA DELLE DOMANDE DEI PM E DEL LEGALE DI RIINA A NAPOLITANO

L'INTERVISTA DI AFFARI/ Niente Riina al Colle, il legale Luca Cianferoni: "Faremo annullare il processo"

INSIGHT/ Napolitano depone, giornalisti fuori. L'anomalia: verbalizzazione del Colle

L'audizione di Giorgio Napolitano nella Sala Oscura del Quirinale è durata più di 3 ore. Secondo prime indiscrezioni il presidente della Repubblica si sarebbe avvalso della facoltà di non rispondere ad alcune delle 40 domande ma una nota del Quirinale smentisce: "Ha risposto su tutto". "Mai saputo di accordi", ha detto. Non ammessa dalla Corte la domanda sul colloquio con Scalfaro quando l'ex presidente pronunciò il celebre: "Non ci sto!". Trapela soddisfazione dai pm: nessun nuovo particolare su D'Ambrosio ma indicazioni importanti sul '92-'93: "Sapeva del rischio di attentato ai suoi danni. Nel '93 si rischiò il colpo di Stato". Di Matteo: "Confermata la percezione del ricatto". Con la conferma che "i più alti livelli dello Stato erano a conoscenza dell'aut aut di Cosa Nostra". E pochi mesi dopo ci fu la revoca dei 41 bis..."

LEGGI LA LISTA DELLE DOMANDE DEI PM E DEL LEGALE DI RIINA

ECCO COME E' ANDATA L'AUDIZIONE - Secondo alcune iniziali indiscrezioni, il presidente della Repubblica ha risposto a parecchie domande poste dai magistrati ma su alcune si è avvalso della facoltà di non rispondere. Molte le risposte, in alcuni casi il Colle avrebbe dunque deciso di far valere le sue prerogative costituzionali. Napolitano avrebbe risposto anche ad alcune domande del legale di Riina, Luca Cianferoni, ma senza mai utilizzare nel corso delle sue risposte la parola "trattativa". Secondo il legale del Comune di Palermo, Gianni Airò Farulla, i buchi nella deposizione di Giorgio Napolitano sono stati rilevanti: “Molte volte si è avvalso della facoltà di non rispondere”, ha detto l’avvocato ai cronisti fuori dal Quirinale, “molte volte ha risposto con dei ‘non ricordo’. Si è avvalso della facoltà di non rispondere a una domanda sui colloqui coi propri collaboratori". Ma questa ricostruzione è stata smentita da vari altri legali e anche ufficialmente dal Quirinale che ha diffuso una nota molto chiara: "Si e' svolta stamattina nel Palazzo del Quirinale l'udienza del processo in corso davanti alla II Sezione della Corte d'Assise di Palermo nella quale il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che aveva dato la sua disponibilita' a testimoniare, ha risposto alle domande senza opporre limiti di riservatezza connessi alle sue prerogative costituzionali ne' obiezioni riguardo alla stretta pertinenza ai capitoli di prova ammessi dalla Corte stessa. L'udienza e' durata circa tre ore", ha riferito l'ufficio stampa del Quirinale.

LE DOMANDE - La deposizione del capo dello Stato, che si è svolta soltanto grazie alla sua "disponibilità", come sottolineato ripetutamente dalla Corte, ha riguardato due temi probatori: la lettera scrittagli nel 2012 dal suo consigliere giuridico Loris D'Ambrosio dopo essere stato sentito dai Pm di Palermo, e le informative riservate degli apparati di sicurezza su un progetto mafioso di attentare, tra il 1993 e il 1994, alla vita di Napolitano e di Giovanni Spadolini, che all'epoca erano, rispettivamente, presidenti della Camera e del Senato. D'Ambrosio, che nel 2012 è morto d'infarto, era stato interrogato circa le sue telefonate con Nicola Mancino, imputato di falsa testimonianza nel processo per la trattativa, che si lamentava di essere sottoposto a indagini da diversi uffici giudiziari piuttosto che in un'unica sede. Nella lettera a Napolitano, che è stata peraltro resa pubblica dal Quirinale, D'Ambrosio manifestava il suo timore di poter essere considerato "utile scriba di indicibili accordi" negli anni '90, quando come magistrato era in servizio prima all'antimafia e poi al Dap. L'avvocato di Riina, sottolinea come quella che lui ritiene "la domanda più importante, quella sul colloquio Scalfaro-Napolitano quando l'ex presidente pronuncio il celebre 'non ci sto!'", non sia stata accolta dalla Corte. Nessuna domanda invece da parte del legale di Mario Mori, "per rispetto istituzionale". 

LE RISPOSTE - “Giorgio Napolitano ha riferito che, all’epoca, non aveva mai saputo di accordi” tra apparati dello Stato e Cosa nostra per fermare le stragi. Questo è il primo importante, indiscutibile, mattone. Poi, secondo quanto raccolto da Affaritaliani.it, il presidente Napolitano non ha fornito ulteriori particolari sulla lettera di D'Ambrosio, nonostante sia stato sollecitato varie volte sul punto, e nemmeno sugli "indicibili accordi". In compenso Napolitano ha ampiamente risposto su tutto il periodo '92-'93, e lo ha fatto molto chiaramente, dando indicazioni molto importanti per l'accusa. Risposte dalle quali emerge che già nell'immediatezza delle stragi del 27 e 28 luglio 1993, ai più alti livelli istituzionali e politici era chiara la consapevolezza che si trattasse di stragi di mafia nell'ottica di porre un aut aut alle istituzioni, che sarebbe stato posto in questi termini da Cosa Nostra: "o alleggerite la pressione nei confronti della mafia oppure si andrà incontro a una destabilizzazione costituzionale". Napolitano avrebbe anche detto di essere stato avvertito di quella fonte dei Servizi che parlavano dei progetti di attentato nei suoi confronti e in quelli di Spadolini (anche se come afferma l'avvocato Nicoletta Piergentili della difesa di Nicola Mancino "il Presidente ha riferito di non essere stato mai minimamente turbato delle notizie su presunti attentati alla sua persona nel 1993. Questo perchè faceva parte del suo ruolo istituzionale". Insomma, per i magistrati tutte conferme del fatto che lo Stato sapesse delle pressioni di Cosa Nostra per la revoca dei 41 bis (cosa che in effetti avvenni pochi mesi dopo gli eventi del luglio 1993). E una conferma di un serio pericolo che si è corso nel 1993, adombrato anche da un altro ex inquilino del Colle, Ciampi: quello di un colpo di Stato.

Gli “indicibili accordi”? “D’Ambrosio non chiarì quell’espressione” - A proposito degli “indicibili accordi”, Napolitano avrebbe detto che il suo consigliere non chiarì mai a cosa si riferisse con quella espressione. Napolitano avrebbe descritto alla corte l'esasperazione dell’ex consigliere giuridico, scosso perché vedeva messa in dubbio la sua lealtà di servitore dello Stato, dopo la campagna mediatica seguita alla pubblicazione delle sue intercettazioni con Nicola Mancino.

"Sapevo dell'ipotesi attentato, ma non fui mai turbato" - Napolitano ha detto di non essere stato mai “minimamente turbato” delle notizie su presunti attentati alla sua persona nel 1993 “perché faceva parte del suo ruolo istituzionale”, ha spiegato l’avvocato Nicoletta Piergentili della difesa di Nicola Mancino, ex ministro dell’Interno (di cui comunque non si sarebbe mai parlato durante la deposizione). “Chi riveste un ruolo istituzionale non può mostrare paura o farsi intimidire. Parisi mi disse di continuare a fare la mia solita vita e quindi avevo percepito che c’era un allerta ma non importante”.

“La strage di Capaci portò all'accordo su Scalfaro” - La strage di Capaci fu un fatto talmente forte da essere da stimolo a trovare un accordo politico sulla nomina di Oscar Luigi Scalfaro a capo dello Stato. Lo avrebbe detto, secondo quanto riferito dai legali presenti oggi all’udienza al Quirinale, il presidente della Repubblica durante la sua deposizione, ricordando l’attentato contro il giudice Giovanni Falcone del 23 maggio 1992, mentre le Camere riunite votavano per il nuovo Capo dello Stato. Non solo, Napolitano avrebbe anche detto che “la strage di via D’Amelio accelerò conversione decreto che introduceva il 41bis”, dicendo anche che non ricorda particolari contrapposizioni politiche a proposito del carcere duro.

Napolitano, su Ciancimino all'Antimafia ho un ricordo vago - Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nel corso della sua deposizione al processo per la trattativa Stato-mafia oggi al Quirinale, avrebbe detto di avere solo "un ricordo vago" circa la vicenda dell'audizione in commissione parlamentare Antimafia chiesta nel 1993 dall'ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino. Questo e' quel che viene riferito dai legali presenti all'udienza. Il capo dello Stato ha fatto presente comunque che, benche' all'epoca fosse presidente della Camera, non aveva nessuna competenza sui lavori della commissione Antimafia, presieduta all'epoca da Luciano Violante. Vito Ciancimino aveva chiesto la diretta tv della sua audizione, ma Violante rifiuto' e non se ne fece nulla. Su queste vicende, Napolitano avrebbe suggerito di leggere il libro di Gerardo Chiaromonte "I miei anni all'Antimafia".

Napolitano scherza, non ho la memoria di Pico Mirandola - Nella sua audizione al processo per la trattativa Stato-mafia oggi al Quirinale, il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, "qualche volta ha detto 'non posso ricordarmelo'. Ma in alcuni casi, con una certa dose di spirito e auto ironia ha anche affermato: 'Pensate che abbia la memoria di Pico della Mirandola'". Lo riferisce l'avvocato Ettore Barcellona, parte civile per contro del Centro Pio La Torre, uno dei legali presenti all'udienza. Il riferimento a Pico della Mirandola sarebbe stato usato diverse volte dal presidente della Repubblica che, in altre occasioni, invece avrebbe semplicemente detto di non ricordare, in particolare a proposito dei fatti relativi al periodo 1992-1993. Almeno uno dei quesiti ad avere ricevuto questo tipo di risposta proveniva dal legale del boss Toto' Riina, Luca Cianferoni

Al Colle iniziale tensione poi clima disteso - "Un po' di tensione, all'inizio. Ma dettata dal luogo, dal prestigio del contesto e sicuramente del testimone": cosi' Ettore Barcellona, legale di parte civile per conto del Centro Pio La Torre, al termine dell'udienza al Quirinale per la deposizione del presidente della Repubblica nell'ambito del processo per la trattativa Stato-mafia. L'udienza e' iniziata con puntualita', intorno alle 10 ed si e' prolungata per circa 3 ore. Le domande dell'accusa sono state poste inizialmente dal procuratore aggiunto Vittorio Teresi e successivamente dal sostituto Nino Di Matteo. Teresi in particolare si sarebbe concentrato sui temi relativi alle lettera che il consigliere giuridico del Colle, Loris D'Ambrosio, scrisse al capo dello Stato. E qui - ad inizio udienza - il presidente Napolitano avrebbe ricordato ai Pm (presenti anche il procuratore capo facente funzioni, Leonardo Agueci e i sostituti Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia) la sua prerogativa di riservatezza su argomenti riguardanti la sua carica istituzionale. Prerogativa comunque non invocato dal capo dello Stato, che ha comunque risposto, guardando i Pm, ai quesiti. Il sostituto Nino Di Matteo si e' soffermato soprattutto sul rischio attentati nei confronti di Napolitano nel 1993, quando era presidente della Camera.

Di Matteo, da Napolitano la conferma della percezione del ricatto - "Quella del Presidente e' stata una testimonianza utile per ricostruire il quadro dei fatti del 1992 e del 1993, soprattutto per ricostruire il clima e per cercare di capire quale fu la percezione a livello piu' alto delle istituzioni politiche degli attentati del maggio e luglio del 1993. E Napolitano nella sua testimonianza ha detto chiaramente che la percezione piu' immediata da parte delle piu' alte cariche istituzionali fu quella della riconducibilita' di quegli attentati ad una strategia stragista dell'ala corleonese di Cosa nostra". Lo ha detto il pm di Palermo Nino Di Matteo rispondendo alle domande di Sandro Ruotolo nella giornata che ha visto Giorgio Napolitano deporre quale teste nel processo sulla trattativa Stato-mafia. Obiettivo di Cosa nostra, ha aggiunto Di Matteo, era "porre lo Stato di fronte ad un aut aut, ha utilizzato questa espressione il presidente: o l'alleggerimento della repressione antimafia oppure il prosieguo della attivita' stragista con l'intento di destabilizzare le istituzioni repubblicane". E alla domanda dell'intervistatore se Napolitano abbia parlato di vero e proprio ricatto, il pm dice che "in una successiva domanda noi abbiamo utilizzato proprio il termine di 'ricatto di Cosa nostra' nei confronti delle istituzioni, e il teste ha confermato che quella era l'immediata percezione".

 

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