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Cronache
"Lo Stato sapeva dell'aut aut mafioso". Dopo il Colle pm più forti. Ecco perché

LA DEPOSIZIONE/ Da Napolitano risposte utili sul '93. Ma il presidente non svela nulla su D'Ambrosio

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di Lorenzo Lamperti

twitter@LorenzoLamperti

"C'era la consapevolezza che si trattasse di stragi di mafia nell'ottica di porre un aut aut alle istituzioni in questi termini: o alleggerite la pressione nei confronti della mafia oppure si andrà incontro a una destabilizzazione costituzionale". E' questo il passaggio più importante della deposizione di Giorgio Napolitano nella "Sala Oscura" del Quirinale davanti a pm e legali del processo Stato-mafia. E anche se la parola "trattativa" non viene mai usata le parole del Presidente confermano in pieno la tesi dell'accusa: lo Stato sapeva che Cosa Nostra pretendeva in cambio qualcosa per fermare le stragi e si temeva un golpe. E qualche mese dopo ci fu la revoca dei 41 bis. 

Insomma, i pm di Palermo sono usciti rafforzati proprio dal confronto più importante in programma nel processo più scomodo e vituperato degli ultimi anni. La loro tesi prende corpo e guadagna legittimità proprio con le parole di quello che era stato dipinto come loro antagonista numero uno, il presidente della Repubblica. Dopo le furiose polemiche istituzionali legate alle intercettazioni di Mancino e Napolitano (poi distrutte), il fascicolo Csm su Di Matteo, il caso legato all'audizione. Ci si potevano aspettare molte cose dalla giornata di ieri ma in realtà Napolitano è stato il più importante alleato per i magistrati. 

Già, e questo nonostante le risposte su Loris D'Ambrosio non abbiano aggiunto nulla agli elementi già noti. Sollecitato più volte dal pm Teresi sul passaggio della lettera del consigliere giuridico del Quirinale (poi deceduto) nel quale si parlava di "indicibili accordi", il presidente ha detto di non sapere nulla di questi sospetti: "D’Ambrosio mi aveva trasmesso solo ansietà e sofferenza per la strumentalizzazione delle intercettazioni tra lui e Mancino", più o meno quanto detto da Napolitano. "La lettera fu per me un fulmine a ciel sereno. Non ebbi sentore o percezione delle sue inquietudini legate al 1989-’93, ma dell’indignazione per il trattamento ricevuto".

Ma il contributo più importante di Napolitano è arrivato certamente dopo, in risposta alle domande del pm Di Matteo. Risposte dalle quali emerge che già nell'immediatezza delle stragi del 27 e 28 luglio 1993, ai più alti livelli istituzionali e politici era chiara la consapevolezza che si trattasse di stragi di mafia nell'ottica di porre un aut aut alle istituzioni, che sarebbe stato posto in questi termini da Cosa Nostra: "o alleggerite la pressione nei confronti della mafia oppure si andrà incontro a una destabilizzazione costituzionale". Napolitano avrebbe anche detto di essere stato avvertito di quella fonte dei Servizi che parlavano dei progetti di attentato nei suoi confronti e in quelli di Spadolini, dicendo però "di non essere stato mai minimamente turbato delle notizie su presunti attentati alla mia persona nel 1993. Questo perché faceva parte del mio ruolo istituzionale". Più evasivo sulla questione di Vito Ciancimino all'Antimafia (all'epoca presieduta da Luciano Violante), Napolitano ricorda anche il black out telefonico nella notte delle bombe e i timori espressi da Ciampi per un colpo di Stato.

Per i magistrati tutte importanti conferme del fatto che lo Stato sapesse delle pressioni di Cosa Nostra che voleva qualcosa in cambio per fermare le stragi. Le più alte cariche erano a conoscenza della matrice mafiosa degli attentati e dei tentativi di intimidazione, questo nonostante in quei drammatici giorni si parlò anche di piste molto diverse. Ma che cosa voleva in cambio Cosa Nostra per interrompere le bombe? Con ogni probabilità la revoca dei 41 bis. Cosa che avvenne qualche mese dopo, con la non conferma del carcere duro scaturita dall'asse Conso (allora ministro della Giustizia) - Di Maggio (vice capo del Dap).

 

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