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Cronache

 

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di Lorenzo Lamperti

"A Wall Street peserebbe quanto Apple. Alla Borsa di Milano sei volte l'Eni. I loro fondi riuniti rappresentano la quinta economia mondiale. Hanno in mano un grande potere". Valentina Furlanetto, giornalista e autrice del libro "L'industria della carità", svela le opacità sul mondo delle ong in un'intervista ad Affaritaliani.it: "Le associazioni sono ormai delle grosse multinazionali. Hanno ceduto alla logica del marketing. E in un Paese come il nostro, dove regna la corruzione, andare a rompergli le scatole sembra sbagliato. Ma è giusto pretendere trasparenza".

 

DIAMO I NUMERI AL TERZO SETTORE. LA CARITA’? PESA QUANTO APPLE

Quanto vale l’economia del bene? Tanto, anzi tantissimo. Se fosse quotata a Wall Street peserebbe quanto Apple prima dell’uscita dell’iPhone 5. Alla Borsa di Milano invece varrebbe sei volte un’azienda come Eni.

• L’insieme delle attività delle ong, delle onlus, delle fondazioni e degli enti caritativi è quantificabile in 400 miliardi di dollari annui

• Nel mondo operano circa 50mila ong che ricevono oltre 10 miliardi di dollari di finanziamenti annui

• I volontari in azione sul pianeta sono 140 milioni. Più del doppio della popolazione italiana

• L’Onu calcola che se i fondi delle ong fossero riuniti rappresenterebbero la quinta economia mondiale

• Secondo l’Ocse il numero di ong è passato da un centinaio nel 1945 a circa 2500 nel 1993

• Negli Usa le grandi organizzazioni filantropiche gestiscono un patrimonio di 268 miliardi di dollari e il non profit vale l’8% del Prodotto interno lordo

• Negli anni ’60 le ong italiane non arrivavano a 20. Oggi quelle riconosciute sono 248, si interessano di tremila progetti in 84 paesi del mondo, occupano 5500 persone e gestiscono 350 milioni di euro l’anno.

In che modo la carità diventa un’industria, come recita il titolo del tuo libro?

In realtà sotto la parola “carità” ci sono molte cose. Il titolo del libro forse dà già un giudizio su cose molto diverse. Quello che ho fatto io è stato occuparmi di alcune associazioni che fanno parte del grande mondo del terzo settore. Non potevo occuparmi di tutto, ho fatto una panoramica a volo di uccello sulle principali realtà. Mi rendo conto che si tratta di una fotografia parziale ma di libri che parlano bene di no profit e carità sono piene le librerie. Ed è anche giusto che sia così, però penso ci fosse la necessità di raccontarne anche le opacità. Andare a vedere i conti, la trasparenza e l’efficienza di queste associazioni. Ci voleva un libro non buonista.

Nel libro tocchi molti argomenti. Dalle fondazioni bancarie alle adozioni a distanza fino al mercato dei vestiti usati. Tutti filoni che poi trovano riscontro anche nelle cronache degli ultimi mesi…

Beh, sì, c’è stato recentemente l’arresto del segretario dell’Istituto dei Ciechi di Milano, il caso dell’asilo Mariuccia… Nel libro parlo anche di altre cose che sui giornali non sono mai apparse. Per me era importante buttare tanti sassolini. Con questo non voglio dire che tutto il terzo settore operi male. Però è un mondo che era nato proprio per evitare gli sprechi della cooperazione di Stato e il Welfare. Oggi, con un giro di denaro pari a 67 miliardi, la gestione è diventata complicata. Alcuni operano bene, altri male. È giusto cercare di capire il perché.

Quando il no profit ha ceduto al business?

Il terzo settore ammonta al 4,3% del pil, come la moda. Per esempio, per le adozioni internazionali girano 45 milioni l’anno e il Cifa, l’ente più grande del settore, ne conta 12 di cui 4 fermi per garanzia. Poi succede che arrivino degli sconosciuti e facciano una scalata lanciando un’opa. In quel caso il Cifa era in buona fede e non se lo aspettava. Hanno promesso che avrebbero rivisto lo statuto. Gli enti e le associazioni devono loro stessi tutelarsi ed equipaggiarsi con più regole.

Un giro di denaro così imponente inevitabilmente porta all’esercizio di un potere. Per il no profit in che cosa si concretizza questo potere?

Quando glorifichiamo l’associazionismo e il volontariato dovremmo ricordarci di guardare anche al rovescio della medaglia e quindi a uno Stato che non fa il suo dovere. Quando il no profit ha questi numeri significa già che lo Stato ha fallito. In Italia si è delegato troppo all’associazionismo. Questi enti dovrebbero essere un qualcosa in più, non farsi carico di tutto. E comunque, certo, il no profit esercita un grande potere. Quando si decide di sponsorizzare una ricerca piuttosto che un’altra già si sta esercitando un potere. Nella beneficenza non c’è un controllo democratico. La beneficenza è un esercizio di potere. Quando Bill Gates con la sua fondazione va a vaccinare i bambini fa una cosa meritoria però decide lui dove e quando farlo. E magari nello stesso momento la sua fondazione veniva finanziata dalle aziende che in quella stessa zona inquinavano e provocavano le malattie ai bambini. La filantropia è un esercizio di potere e di sussidiarietà in cui lo Stato cala le braghe. E se negli Stati Uniti si sono attrezzati con degli anticorpi in Italia non è così. Abbiamo mutuato degli atteggiamenti tipicamente americani senza però avere i paletti necessari a regolamentarli.

Quali sono gli strumenti di cui ci sarebbe bisogno?

L’obbligatorietà dei bilanci, la rendicontazione e l’efficacia dei progetti. Così va a finire che magari costruisci una scuola ma che poi non c’è elettricità o non ci sono le strade per arrivarci.


DOVE FINISCONO I SOLDI? Una folla di benefattori

Leggi l'estratto dal libro "L'industria della carità" di Valentina Furlanetto (per gentile concessione di Chiarelettere editore)

Leggi la risposta di Greenpeace Italia

Lo scorso luglio la Corte dei Conti ha diffuso un rapporto molto critico nei confronti delle ong. È cambiato qualcosa in questi mesi?

Zero. I giudici contabili purtroppo li ascoltano poco, cade tutto nel dimenticatoio. E poi in un Paese come l’Italia con tutta questa corruzione e i bilanci opachi dei partiti andare a fare le pulci alle associazioni sembra, non so, di andare a vedere le doppie punte a Kate Moss. Però se vogliamo diventare un paese normale dovremmo fare anche questo. Le associazioni mettono la loro reputazione al centro del loro operato. Proprio per questo dovremmo chiedere e pretendere ancora più trasparenza. Andrebbe solo a loro vantaggio.

Se la carità è un’industria il prodotto è la povertà. Come si vende questo prodotto?

Attraverso le donazioni, talvolta il sostegno degli enti pubblici e le raccolte fondi. Raccolte da organizzare con pubblicità e marketing. È normale che le associazioni debbano farsi conoscere. Però non è possibile che venga usata, come qualche volta accade, la stessa percentuale per finanziare i progetti umanitari e per fare marketing. Lo scopo di queste associazioni dovrebbe essere quello di chiudere dopo aver fatto il loro dovere, non quello di sopravvivere e diventare più grosse. Non si dovrebbe gridare “emergenza, emergenza” per avere nuovi fondi. Poi finisce che vengono costruite città e cittadelle perpetue in paesi come il Congo o Haiti. I territori di guerra non sono neutri. Stare lì per anni e anni senza mai dare il controllo alle popolazioni del luogo non è una cosa indifferente. Medici Senza Frontiere, per esempio, ha fatto una grande riflessione su questo tema. Spesso andando lì facciamo più per noi che per loro.

Da questo discorso sembra che le logiche del no profit siano diventate del tutto simili a quelle delle multinazionali. Esistono dei punti sui quali invece continuano a essere diverse?

Il no profit ha mutuato tutta una serie di atteggiamenti del profit. Un esempio molto italiano è il passaggio delle associazioni da padre a figlio. Se ci sono cose che non sono state assunte dal profit? Sì. Per esempio, al profit si chiedono la trasparenza dei conti e l’efficienza. A queste associazioni invece no. È giunto il momento di farlo.

Twitter: @LorenzoLamperti

UNA SERIE COMPLESSA DI DISFUNZIONI”. LA CORTE DEI CONTI BACCHETTA LE ONG. E A DAVOS SI DICE CHE LE ASSOCIAZIONI “HANNO PERSO IL GUSTO DELLA SOLIDARIETA’”

Il 16 luglio 2012, tra il silenzio e l’indifferenza generale, la Corte dei Conti ha diffuso una relazione dal titolo: “Contributi alle Organizzazioni non governative per la realizzazione di attività di cooperazione”. Una relazione piuttosto dura. Nelle 67 pagine scritte dai giudici contabili si legge, tra l’altro, che “non è più procrastinabile l’introduzione nell’ordinamento normativo nazionale della previsione di una procedura concorsuale di selezione dei progetti da sovvenzionare, sul modello delle procedure selettive attivate da EuropeAid”.

Nel rapporto, che prende in esame l’attuazione di 84 progetti in 23 paesi diversi nel triennio 2008, 2009 e 2010, si evidenziano le problematiche sorte in 28 di questi progetti. Insomma, un progetto su tre incontra difficoltà. Tra i motivi, la Corte cita progetti fermi o in ritardo da anni, infrastrutture realizzate su terreni di terzi o inesistenti, rendiconti indisponibili, fondi bloccati in Italia ma anche progetti-fantasma e irregolarità di vario genere nella rendicontazione delle spese. Per questo, secondo i giudici contabili, c’è la necessità di “indurre l’adozione di opportuni provvedimenti per una rivisitazione organica dei profili ordina mentali che disciplinano la materia”.

In particolare, la Corte chiede alla Dgcs (la direzione generale della Cooperazione Italiana allo Sviluppo) di prevedere “termini perentori” per i controlli, “non sovvenzionare progetti che non siano preceduti da un’accurata, approfondita e informata istruttoria”, “verificare non solo la sufficienza del patrimonio delle ong rispetto alle obbligazioni assunte ma anche di verificare che la ong fornisca effettive garanzie in ordine alla realizzazione delle attività”. Critiche alle ong sono arrivate anche negli scorsi giorni durante il World Economic Forum di Davos. Secondo il panel “NGOs: New Models for the 21st Century” sono diventate grandi burocrazie, non più concentrate sulla risoluzione dei problemi sociali. Le associazioni, secondo il panel, sono meno interessate a raccogliere fondi per finanziare i progetti umanitari. “Serve recuperare il senso e il gusto della solidarietà ormai devastato dall’ossessione dell’accountability (la responsabilità nei confronti dei donatori)”, si afferma.

Insomma, si sta dicendo che l’interesse delle ong si è spostato dai beneficiari, le persone da aiutare, verso i donatori, le persone che pagano. L’incontro si è concluso con un avvertimento: “Serve un ricambio generazionale. A capo delle ong si vedono le stesse facce da decenni”.

L.L.

 

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