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Cronache

 

estorsione soldi

Doveva essere un progetto contro il doping, ma è finito a tarallucci e vino. O meglio, a cognac e night club. La storia è di quelle che ne vengono a galla a chili negli ultimi tempi: fondi pubblici (europei in questo caso) destinati a progetti sociali e che qualche furbetto utilizza per spese personali. A rendere particolare questa vicenda è la location, una rispettabile scuola (l’Istituto Einaudi di Carrara), e il protagonista, un fidato professore che cena dopo cena e viaggio dopo viaggio si era intascato circa 70mila euro. Come? Utilizzando i fondi stanziati dall’Unione Europea nella lotta scolastica contro il doping, per noleggiare film, viaggiare in aereo, mangiare pesce, bere liquori, acquistare due portatili, autoremunerarsi le riunioni, entrare ai night club. Tutte spese difficilmente ricollegabili a una qualche campagna per sensibilizzare gli studenti contro l’uso di sostanze proibite nello sport.

E infatti l’Europa non ha mai creduto al rendiconto presentato, e all’epoca dei fatti (2002), l’istituto Eianudi fu costretto a risarcire di tasca propria oltre 67mila euro alla Commissione Europea. Adesso questa cifra la Corte dei Conti della Toscana ha stabilito doverla rifondare alla scuola lo stesso professore (54mila euro) e in parte preside e dirigente scolastico (6.500 euro l’uno), rei di non aver controllato l’operato del prof.

L’indagine era stata avviata nel 2006, su sollecitazione di un dirigente scolastico, che aveva appurato come l’Ue si fosse giustamente ripresa tutti quei soldi in quanto emergevano “spese non eligibili, perché o prive dei giustificativi, o effettuate fuori periodo del progetto o non attinenti”. Difficile sostenere il contrario. Oltre ai taxi non documentati e i 400 euro a seduta che il comitato si autoconferiva, a inchiodare il prof ci sono biglietti per Copenaghen, Bruxelles, e addirittura Santiago del Cile, ben 6.000 euro sulla sola tratta Roma-Pisa e ingiustificabili ingressi ai night club: tutto messo in contro al progetto scolastico contro il doping. Una sfrontatezza che ha tolto alla Corte di Conti ogni possibile dubbio sulla sentenza.

Andrea Re

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