In tv i nuovi feuilletton, la letteratura passa sul piccolo schermo

Giovedì, 21 gennaio 2010 - 17:06:00

di Virginia Perini

Il reality è morto. Chi lo ama, chi lo studia, chi non aspetta che sedersi davanti alla tv deve saperlo: è un genere 'culturalmente' esaurito. "Il Grande Fratello cala negli ascolti perché non ha più nulla da raccontare, è un susseguirsi di vicende cucite male e pettegolezzi. Con una struttura meccanica e noiosa. Amici di Maria De Filippi, invece, piace perché la gente vuole sentirsi raccontare delle storie". Simone Regazzoni, docente di Filosofia a Genova e Milano, allievo di Jaques Derrida e celebre per aver interpretato filosoficamente Lost, il telefilm che ha rivoluzionato per temi e tecniche l'orizzonte delle serie tv, demolisce così uno dei concetti chiave dello spettacolo. 

Ma Amici non è un reality dunque? "E' di più. Mi piace chiamarlo pseudo reality o nuovo teleromanzo di formazione dato che rappresenta la forma narrativa del nuovo millennio e i suoi protagonisti vengono seguiti 'dalla nascita'". Ecco perché entra in campo la filosofia. Lo pseudo reality risponde all'esigenza narrativa della gente e diventa lo specchio della società postmoderna. Vediamo perché. "Come nell'editoria (L'esigenza narrativa nella società liquida, Duccio Demetrio ne indaga le cause per Affari) quello dello story telling è un tema caldo anche nello showbiz: la narrativa è l'elemento costitutivo della nuova televisione. Prendiamo come esempio proprio la scuola di Amici. I ragazzi entrano che non sono nessuno, privi di qualunque specificità. Hanno, talvolta, molto talento. Che cosa colpisce subito la nostra attenzione? Semplice, il loro status rappresenta quello di ognuno di noi. Potenzialmente ogni ragazzo dai 18 ai 26 anni potrebbe essere su quel palco. Allora scatta il processo di identificazione. Il sogno che quei ragazzi cercano di realizzare è anche il sogno di chi li guarda da casa".

La novità di Amici, il primo cantautore Pierdavide Carone

C'è qualcosa però, dietro il sipario, che muove questo grande romanzo vivente. Un'anima che in passato non c'era e oggi ne è il motore immobile: il marketing. "Tutto è mosso e deciso dalle case discografiche. I ragazzi sono bravi, hanno talento e vengono buttati sul mercato per questo, come dei prodotti del business. Sono delle vere e proprie creazioni di mercato, costruite passo dopo passo secondo logiche manageriali". E del resto è stato detto anche questo: l'arte passa per il marketing. Senza se e senza ma. "Ormai la discografia italiana è Amici, il resto non esiste e qui dico purtroppo", aggiunge. Poi subito la precisazione: "Non che una volta fosse meno rilevante l'aspetto economico, intendiamoci, a Sanremo gli artisti si presentavano con un disco e alle loro spalle era la major a muovere i fili. Lì però non c'era racconto". E continua: "Mi viene in mente Christian Salmon. Lui critica aspramente l'utilizzo strumentale della narrazione. Secondo il noto intellettuale l’arte di narrare storie è stata manipolata e ridotta a strumento scientifico di persuasione, di propaganda, di manipolazione, nelle mani della politica e soprattutto degli uffici di management delle aziende. Nel primo capitolo del suo Storytelling, la fabbrica delle storie, attacca duramente la Nike, raccontando di come abbia superato le difficoltà derivate dalle accuse di usare manodopera sfruttata nei paesi poveri con una serie di narrazioni e contronarrazioni".

Al di là delle opinioni il fenomeno si rivela dirompente. Non è solo questione di auditel. I protagonisti delle stagioni diventano delle star, dei miti da seguire, venerare e conoscere anche nella vita privata. Basta fare un giro su YouTube o sul forum del sito ufficiale per rendersene conto: adulti, bambini e adolescenti seguono i cantanti nei tour, postano i video che fanno e li commentano. Regazzoni citava l'identificazione. Ebbene sì. Si identificano, li idolatrano, li trattano 'da conoscenti'. L'anno scorso è successo con Alessandra Amoroso e Valerio Scanu. E quest'anno gli idoli sono già stati eletti: Pierdavide e Emma. Folle impazzite capaci di litigare per ore sui loro sguardi, intenti. Ma è un amore che dura poco. Un'ossessione che si rafforza in qualche mese per esaurirsi in altrettanto, pochissimo tempo.

"E' così. Le icone con il loro eterno valore simbolico non esistono più. Viviamo nella società delle immagini mobili e fugaci. Al posto della Gioconda oggi ci sono i mille volti della tv. Le immagini scorrono sempre più veloci tra videofonini e Rete. Per questo non sono destinate a permanere, come le foto su Fb in sostituzione continua". Poi fa un passo indietro e spiega: "Il fatto di averle tanto vicine genera il processo di identificazione di cui parlavamo. E porta milioni di persone a vivere con tanta ossessione il rapporto con questi personaggi. Ma ahimé con la stessa velocità delle immagini, passano anche loro, i miti muoiono in un batter d'occhio. E' l'età del crollo dei simboli e dell'identità multipla". E resta sull'esempio musicale: "I Beatles erano per sempre, i miti di oggi durano una stagione".

La love story più seguita dai fans di Amici

Tutto bello, tutto interessante. Ma fino a quando? Quanti Valerio o Alessandra potremo amare e seguire? Uno all'anno? Due? Tre? Fino a che punto la nostra mente può rincorrere le immagini? "Chi può dirlo. Credo che prima o poi anche il modello Amici stuferà". La prossima frontiera? "L'abbandono dello studio televisivo per i luoghi pubblici. Il carcere, la scuola, la piazza. Per eliminare definitivamente il muro tra palco e spettatore... Intanto l'arte è altrove, nelle serie tv americane".

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