Ambiente/ E' l'ora della Green Economy

Venerdì, 16 gennaio 2009 - 10:50:00


Marco Fedeli
Di Francesca Zardini - arts@affaritaliani.it

Dopo la “New-Economy” si parla di ”Green Economy”, ad annunciarlo il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon. Affari ha intervistato il Professor Marco Fedeli, docente di Marketing ed Economia Aziendale dell’Università di Genova, Managing Director di Globiz,  un pioniere italiano, tra i primi ad adottare il termine “Green” in riferimento a prodotti e servizi bancari, ideatore del premio “Green Globe Banking” fondatore di Green Globe Banking-Award&Conference (Ggbanking.it). 

Parlare di Green Economy è diventata una moda in questi ultimi mesi, e fa molta tendenza parlare di Economia Green, o di eco-sostenibilità … Lei però ne parlava già diversi anni fa, come veniva recepito l’argomento allora? Quali difficoltà ha incontrato nell’essere in fondo un pioniere in Italia di questa filosofia? Le banche come la accoglievano?
“Il mondo cambia velocemente: quattro anni fa, quando ho cominciato ad utilizzare il termine Green Globe Banking in Italia, lo scenario bancario era diverso: era il momento dei grandi accorpamenti, e l’urgenza era quella di definire una massa critica, idonea a competere in Europa e a primeggiare in Italia. Nonostante i diversi appelli  del mondo ambientalista, l’opinione pubblica pensava alle problematiche ambientali come a qualcosa di astratto. Valeva il concetto ‘a me non accade’ e tutto sembrava molto lontano. Dalle banche venivamo considerati dei visionari, ma nel senso deteriore del termine. Poco era l’ interesse per il Green Globe Banking, a parte qualche rarissima eccezione rappresentata dalle Banche di Credito Cooperativo, da sempre attente al territorio, e in qualche banca dal dna straniero. Poi, alcune tristi vicende [Parmalat, Argentina, ecc.] hanno portato l’attenzione ai temi della Responsabilità Sociale di Impresa: si sono moltiplicate le banche che da allora hanno presentato il bilancio sociale, come espressione della consapevolezza di un nuova etica del business. Con il passaggio sempre più attuale ad un modello sociale postmoderno, il ruolo sociale dell’impresa è divenuto più chiaro. Ruolo a cui fa riscontro una domanda sempre più imperiosa di beni e servizi ecosostenibili.”

Ci parli della storia del premio, come è cambiato il premio dalla prima edizione? Quali sviluppi si auspica per questo premio? Quali sono le soddisfazioni più grandi che avete raccolto fino ad ora?
“Il termine Green Globe Banking nasce ufficialmente nel 2007, con la 1° Green Globe Banking Conference tenuta alla Nuova Fiera di Roma nel corso di Parklife, manifestazione dedicata ai Parchi Naturali e voluta dal Ministero dell’Ambiente. Inaspettato è stato l’entusiasmo che le banche attive in quel momento sull’ecologia hanno riservato alla nostra iniziativa: si trattò di una vera ‘posa della prima pietra’: da lì abbiamo dato un segnale al sistema bancario che quella nuova disciplina, che andava sotto il nome di Green Economy, lambiva anche la finanza. Già nel 2008 insieme alla Conference, a cui hanno partecipato relatori di eccezionale competenza e valore, è stato istituito il Premio. L’interesse delle banche è stato subito eccezionale: 4 dei primi 5 gruppi italiani hanno aderito all’iniziativa, mandandoci interessantissime case history. Era il segnale che il premio godeva di grande credibilità e prestigio. E l’assegnazione dell’award a una banca così significativa nel panorama finanziario italiano come Intesa Sanpaolo ne è stata la testimonianza. Del resto il Comitato Scientifico che ha esaminato le candidature è formato di prestigiose personalità della cultura, del mondo universitario e istituzionale, delle professioni: un concetto ‘multistakeholders’ innovativo che ha realmente rappresentato il punto di vista del cittadino, seppur evoluto. Non posso poi non ricordare con enorme piacere che questo percorso, iniziato da me e da Globiz, la società che dirigo, in perfetta solitudine, ha trovato illustri compagni di viaggio: Enea - l’Ente Nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e l’ambiente, Planet Life Economy Foundation, il Master Universitario di Marketing Territoriale dell’Università Cattolica di Piacenza, la Società Geografica Italiana, Aziendabanca. Ora aspettiamo altri amici e possibilmente anche qualche prestigioso sponsor che ci aiuti a rendere ancora più interessante l’iniziativa.”



Chi all’interno della banca è il vostro interlocutore, ovvero chi si occupa nello specifico di Green Banking all’interno di un istituto di credito? Occorrerebbe formare persone con un know-how specifico? Mi può definire questo quid, questo fattore x, questo lateral thinking, che può aiutare a pensare in termini green? Perché, se non vado errata, lei parla di Green Economy non come di una semplice responsabilità d’impresa, ma di una molla propulsiva per riattivare l’economia, una risorsa per uscire dalla recessione, una voce che all’interno di un bilancio è attiva, e può condizionare e rendere attive, o più in profitto, altre voci di un conto economico bancario…
“Le rispondo con uno stereotipo: da più parti si dice che l’ambiente è uno dei più grandi business oggi all’orizzonte. Qualcuno parla addirittura di rivoluzione ambientale dopo le due grandi rivoluzioni, agricola e industriale, che hanno segnato la storia dell’umanità. In questa dimensione non mi sento di escludere che proprio dall’ambiente il sistema economico possa trarre nuovi elementi per costruire un sistema in armonia con le risorse e i limiti del pianeta in cui viviamo. In questo sistema infatti si aprono e si rincorrono nuovi spazi di business, nuovi equilibri di domanda e offerta su prodotti e servizi ‘sostenibili’, nuovi scenari per la creatività del management. La responsabilità di impresa è quindi il frame concettuale in cui si sviluppano nuove capacità imprenditoriali e manageriali per soddisfare bisogni ormai ben più che emergenti, ovvero nuove opportunità di profitto attraverso la costruzione di maggior benessere sociale.
Visto dall’interno della banca il Green Globe Banking è appannaggio di manager acuti e attenti, concentrati sulle opportunità di creare nuovo valore dalla lettura dell’evoluzione dei trend e dei mercati; di esperti che fanno del product [service] design una professione fortemente incentrata su visione e pragmatismo; di comunicatori in grado di intercettare segnali psicologici e sociali di nuovi target di riferimento. Target sempre più trasversali e mobili, estranei alle superate categorie sociodemografiche, che trovano la loro sistematizzazione  nei concetti di community e di tribal marketing”.

A suo avviso parlare di green banking potrebbe riabilitare l’immagine poco lusinghiera che le banche si sono recentemente conquistate? Se sì perché? Come? Con che tempistica? Quali sono gli ostacoli che tuttora continuate a trovare nel teorizzare e proporre il Green Banking?
“E’ vero. A mio parere una genuina vocazione verso le problematiche ambientali, realizzare nuovi prodotti/servizi/iniziative per favorire la diffusione di comportamenti ecosostenibili da parte dei suoi clienti [è il concetto di impatto indiretto] darebbe la possibilità ad una banca di continuare a sviluppare il suo mestiere [e il suo profit] congiungendolo con il profit sociale della comunità che serve. Una reale politica win-win che potrebbe avere risultati inimmaginabili nella reputation della banca. Eppure le piattaforme strategiche delle banche non sono ancora fortemente avanzate su questo terreno. Il sistema soffre tuttora di una visione tattica, di modelli sperimentativi e mordi e fuggi. Sono convinto che la Green Economy abbia già iniziato un percorso senza ritorno: sta alle banche salire sul treno del Green Globe Banking  che non è ancora in piena velocità: in gioco ci sono spazi di attrattività e feeling con il proprio pubblico sempre più ampi, da occupare e valorizzare in una logica di sana e virtuosa competizione tra i differenti player.”

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