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Culture

di Alessia Liparoti

"Ciao Alessia! Guarda, abbiamo comprato una torta di nocciole piemontesi: deve essere squisita. L'abbiamo presa nel negozio qui all'angolo se ti va di passare". È la coppia di scrittori Ayelet Waldman e Michael Chabon (Premio Pulitzer nel 2001) ad apostrofarmi così per le strade di Barolo, dopo l'intervista che leggerete. Sì, perchè il Festival Collisioni (5, 6,7 luglio) con i suoi 70mila visitatori fa diventare persino i più blasonati autori dei comuni turisti e persino testimonial dei prodotti locali. Per i vicoli caratteristici di questo magnifico borgo delle Langhe capita di incrociare il grande Ian McEwan mentre in total white con borsalino d'ordinanza passeggia accanto alla moglie e ammira scorci suggestivi alla ricerca forse di qualche ispirazione; David Grossman che assiste in t-shirt azzurra alla presentazione del libro di un collega e ti invita con un sorriso al suo incontro il giorno dopo; lo schivo Premio Nobel Naipaul concedersi agli autografi, Roberto Saviano stringere la mano a centinaia di fan e ancora Jamiroquai, Gianna Nannini, Elio e Fibra infiammare le notti in collina con la loro musica.

Ayelet e Michael mi concedono una lunga chiacchierata in occasione dell'uscita in simultanea in Italia dei loro ultimi romanzi, rispettivamente La ragazza dal treno d'oro e Telegraph Avenue, entrambi pubblicati da Rizzoli. Ed è davvero singolare ascoltare come si articola una loro giornata-tipo tra casa, bambini e scrittura e sentirli ricordare il loro primo incontro: «Prima di conoscerlo – racconta Ayelet – avevo letto I misteri di Pittsburgh (il primo romanzo di Chabon, ndr) il cui protagonista bisessuale aveva creato un vasto seguito di fan gay a Michael. ‘Ecco, un altro ragazzo gay, mi ero detta’». Tre settimane dopo erano fidanzati e un anno dopo, nel 1993, erano sposati. Lei, avvocato penalista, laureata ad Harvard con ‘un tale’ Barack Obama per cui ha seguito la campagna presidenziale, capelli rossi, animo combattivo e sensibile al contempo (l'ho vista commuoversi mentre Grossman ricordava la morte del figlio Uri e la genesi di Caduto fuori dal tempo), ha infiammato l'opinione pubblica americana, Oprah Winfrey inclusa, con le sue affermazioni controcorrente sulla genitorialità ("Amo mio marito più dei miei figli"); lui, amante dei fumetti e massimo esponente di quella che il Time ha ribattezzato "trickster literature", ovvero quel tipo di narrativa di genere un po' 'briccona' volta a intrattenere e a stabilire un dialogo speciale con il lettore grazie alla forza evocativa di dettagli e parole. Esperimento che gli è valso il Pulitzer (con Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay, Rizzoli 2001) e diverse collaborazioni con Hollywood (sue le sceneggiature di Spider Man 2 e di John Carter). Una coppia anomala che preferisce la tranquillità di Berkley (California) all'atmosfera "surriscaldata" dell'East Coast al punto che Jonatham Lethem ha dichiarato: “Michael è una delle persone meno nevrotiche della narrativa americana. Lui ci ricorda quanto sia semplice e importante divertirci, meglio di qualunque altro veterano scrittore professionista che conosco”. Sta a voi ora giudicare.

waldman chabon 500

Due scrittori in una stessa casa, per lo più marito e moglie. Come è una vostra giornata tipo? E come il vostro processo creativo viene influenzato l’uno dall’altra?
CHABON: Da quando siamo arrivati a Barolo abbiamo incontrato una serie di persone che si occupano di vino da generazioni, la loro intera vita gira attorno all'enologia. Ecco, è così anche nella nostra famiglia con i libri e lo scrivere. Io scrivo la mattina molto presto, alle prime ore dell'alba, ma in realtà io e Ayelet lavoriamo sempre. Non smettiamo mai: lavoriamo quando pranziamo e ceniamo, anche quando parliamo con i nostri figli. Perché alla fine sono loro che ci danno tante idee e tanti suggerimenti. La cosa strana è che sono molto più interessati al processo della scrittura quasi non gli importa nulla del prodotto finale, ovvero il libro. Se abbiamo un progetto in mente, noi ci mettiamo insieme, ne parliamo, loro ci chiedono come va con le scadenze, se siamo nei tempi, tutta una serie di dettagli. Anzi, ci controllano a volte.

Come delle ‘sentinelle’ dei vostri editori. Ma tanto voi siete degli autentici stakanovisti della scrittura.
WALDMAN: Direi di sì. Michael riesce addirittura a capire immediatamente se sto scrivendo oppure se sto navigando su internet. E a volte quando sono sul web e ci sto troppo, mi rimprovera dicendo: 'Non perdere tempo e vai avanti a lavorare'! Mio marito ha uno studio nel retro di casa, dove lavora dalle 3 alle 10 del mattino. Io prima giravo per i caffè fino a quando mi è venuta la sindrome carpale e per me è stato un problema lavorare fuori. Allora Michael è stato così gentile da lasciarmi togliere il divano del salotto, quello in cui era solito fare dei sonnellini, per inserire una scrivania. Così ora ne abbiamo due, uno di fronte all'altra. Io di solito lavoro di giorno, mentre lui di notte. A volte riusciamo anche a scrivere insieme uno in faccia all'altro.

La scrittura è un’attività molto seria e impegnativa per lei, Michael sebbene il fine di uno scrittore sia quello di entertain (divertire, intrattenere) come sottolinea più volte in Mappe e Leggende (Indiana Editore, 2013). In cosa consiste l'entertainment in letteratura?
CHABON: Per me il significato di entertainment è legato al divertimento in un senso particolare: quella tipica sensazione di riscoperta del piacere che provavo mentre leggevo da bambino. Una sensazione unica e fondamentale, che mi ha portato a voler scrivere delle storie. Così ho cercato di ritrasporre questa emozione nei miei libri, anche se provare piacere nello scrivere è molto più difficile che non nel leggere. Il vero entertainment non è poi solo un piacere fisico legato all’aspettativa, quanto un senso di risposta emotiva: impegnarmi a capire cosa c'è dentro una storia, cosa ad esempio ti spaventa o ti gratifica di un personaggio, cosa ti spinge a voler voltare pagina dopo pagina senza voler mai smettere. Si riesce a creare un contatto con la mente dell'autore, una connessione umana che diventa quasi un dialogo. La cosa bella è che è davvero uno scambio duplice, per cui tu non sei lì seduto passivamente ad essere divertito dalle cose che succedono e che leggi, ma partecipi con tutto te stesso. Anche se l'autore è morto da mille anni, la sua mente rimane lì e tu la senti viva.

E per lei, Ayelet? I suoi esordi professionali non sono stati davanti a uno scrittoio, ma nelle aule di tribunale.
WALDMAN: Sì, i miei inizi sono stati quelli di avvocato penalista, sebbene sia sempre stata una lettrice accanita e fondamentalmente onnivora: leggevo di tutto, dal pattume fino a Proust. Beh, magari Proust no (ride). Quando ho cominciato a scrivere è come se mi fosse mancato un po' il coraggio. Allora sono partita da cose più leggere, divertenti, un tipo di narrativa abbastanza commerciale. Questi polizieschi (The Mommy – Track Mysteries, ndr) che non richiedevano troppo impegno di comprensione. Né mi importava che la mia lettura non fosse impegnata. Ad un certo punto però mi sono accorta che nella vita non avevo fatto che studiare, e con il dolore che lo studio implica. Non avevo però studiato come si scrive. E in questo in realtà non c'è molto divertimento. Allora più scrivevo, più volevo capire anche il dolore e l'impegno di scrivere. Uno sforzo molto intenso, ma quando ti rendi conto che sei riuscita davvero, in quel momento a trovare le parole giuste che corrispondono esattamente all'idea che avevi in mente, ottieni una gioia indescrivibile.

Che ruolo ha avuto suo marito in questo passaggio a una narrativa più 'impegnata'?
WALDMAN: Mi sono rivolta a Michael per chiedergli come riuscire a scrivere cose più 'serie', senza celarmi dietro allo humor. Allora ho realizzato una serie di libri da questo spunto. Ma da quando ho scritto La ragazza dal treno d'oro per me è stata una svolta, il passaggio ad una scrittura molto più sofisticata. Mi sono abbandonata a ciò che Michael mi aveva suggerito. Mentre scrivo penso di stare dialogando con i miei autori preferiti: Schulz, McEwan - anche lui a Collisioni - Michael Cunningham e anche Michael Chabon. Questo mi ha permesso di uscire allo scoperto e di fare in modo che i miei libri fossero anche parzialmente una conversazione con loro. Michael anche in questo caso mi ha dato un consiglio: ‘Non devi essere pretenziosa o superba. Se la tua intenzione è quella di far divertire, devi farlo visceralmente e devi saper discernere cosa significa davvero scendere in profondità e dare delle emozioni che non siano semplicemente teoriche, ma fisiche e sensuali’.

Ayelet, ha citato il suo ultimo libro in cui ripercorre la storia delle sue origini attraverso una pagina tragica del Novecento, quella dell'Olocausto. Qual è il suo rapporto con l'ebraismo? Una volta ha dichiarato che i suoi genitori erano "atei, ma molto ebrei". Cosa significa?
WALDMAN: Penso che gli ebrei siano davvero singolari: sono forse gli unici ad operare una vera separazione tra Dio e la loro identità religiosa. E anche se è ateo, un ebreo rimane sempre ebreo. Non è semplicemente una questione di religione, ma una problematica etica e culturale che si eredita. Io ho deliberatamente evitato di mettere la storia della mia famiglia dentro il libro. La tragedia dell’Olocausto che riguarda l’Ungheria è una pagina particolare. Se su luoghi come Auschwitz abbiamo informazioni perché chi è sopravvissuto ha raccontato la sua vicenda, io e la mia famiglia proveniamo dalla Galizia, quella zona tra la Bielorussia, l’Ucraina e la Russia dove c’erano i campi della morte come Treblinka in cui non si è salvato nessuno. Quindi è mancata una narrativa. Come dice Michael, ‘nelle nostre famiglie estese è mancata la storia passata' poiché i nostri parenti sono stati presi, portati in un bosco e uccisi. Noi non sappiamo realmente cosa sia loro accaduto. Questo ha fatto sì che potessimo solo immaginare il nostro passato.

La storia degli ebrei ungheresi sembra avere diverse analogie con quella degli ebrei americani...
WALDMAN: Assolutamente sì. Mia nonna, ad esempio mi diceva sempre: “State attenti, non sentitevi mai sicuri, perché il pericolo è sempre dietro l’angolo”. E a me sembrava incredibile che un ebreo non potesse mai sentirsi al sicuro, che dovesse sempre prevedere una minaccia. Io non riuscivo nemmeno a crederci, in quanto ormai cittadina americana. È quello che avveniva allora a Budapest, soprannominata ‘Giudapest': lì gli ebrei erano talmente tanti che si sentivano davvero sicuri. Negli Stati Uniti ci sono Hollywood, la musica e molte contaminazioni narrative che hanno dato una connotazione particolare all’ebraismo. La stessa cosa succedeva a Budapest dove non esisteva la classe media.. Così per dare un’identità magiara, estremamente ungherese, il governo a un certo punto si è rivolto a noi, agli ebrei. Hanno cioè usato il mio popolo per creare una borghesia magiara e per fare in modo che questi ebrei diventassero più magiari dei magiari stessi. Quello che mi ha interessato di più di questo libro è stato esplorare questo. Ecco perché l’ho diviso in tre parti: quella contemporanea, quella della guerra e quella della storia ungherese dove c’è questo psicanalista così sicuro di essere ungherese da non mettere in discussione il suo futuro. Proprio come me, che da ebrea americana non pensavo fosse possibile sentirsi minacciata o in pericolo.

A proposito di ebrei-americani, sua madre, Michael, a seguito delle polemiche sorte attorno al suo libro Il sindacato dei poliziotti yiddish (Rizzoli, 2007) aveva sentenziato: “Ora sei davvero uno scrittore ebreo-americano: non puoi considerarti tale se non vieni castigato da altri ebrei per quello che hai scritto. Pensa a quanto accaduto a Roth con Il lamento di Portnoy”.
CHABON: Io ho un rapporto un po' complicato con l’ebraismo. Dire 'io sono ebreo' in realtà è impossibile proprio a partire da una definizione letterale. La stessa parola ‘Israele’ derivando dalla storia di Isacco e dallo scontro con l’angelo, significa ‘colui che lotta con Dio’. Ma non si esaurisce qui. Il nome Isacco significa letteralmente ridere, sorridere. È in questa definizione che sta l’essenza di un ebreo: è un tipo di riso particolare, come quello che Abramo e la moglie Sara fanno quando lei scopre a 92 anni di essere incinta e di portare nel proprio grembo un bambino. È il riso che l’ebreo ha sull’assurdità della vita, sull’assurdità del rapporto con Dio. E poi c’è anche il concetto di lotta. Isacco ha dovuto imbattersi nell’angelo e forse questo è il mito più importante per la mia gente.

E nel suo caso prevale di più il riso o la lotta?
CHABON: Direi che si alternano. Trascorro dei periodi molto intensi che passano dalla fascinazione all’ossessione fino al disinteresse, all'impazienza e persino a un senso di delusione. Non è tanto una questione di credo. Quando ho scritto Il sindacato dei poliziotti yiddish volevo espressamente che fosse controverso. Lo avevo anticipato in un saggio che forse avranno letto in quattro persone, ma tre di loro se la sono presa molto. E io da una parte ero dispiaciuto di averli fatti arrabbiare, ma dall’altra pensavo: ‘Chissà cosa succederà ora che esce il libro? Se vi siete irritati con questo, leggete il romanzo: vi farà imbestialire’. Trovo anche questa una reazione estremamente ebraica.

Michael, il suo ultimo libro, Telegraph Avenue, è ambientato nella contemporaneità, in un quartiere della sua città, quello che sorge attorno alla celebre strada che congiunge Oakland e Berkeley. Non sono state necessarie dunque tutte le ricerche dei romanzi precedenti?
CHABON: Quando ho scritto il mio primo libro, I misteri di Pittsburgh e successivamente nel 1994 Wonder Boys, avevo dovuto fare un sacco di lavoro di ricerca per ricostruire ogni dettaglio. Anche dopo, le mie storie sono state ambientate soprattutto negli anni 40-50, a New York oppure nell’Europa della seconda guerra mondiale o ancora nell’anno Mille. Dovevo inventare dei luoghi assolutamente fittizi e dovevo fare indagini per descrivere anche le più semplici azioni, come sollevare la cornetta del telefono; cosa che 70 anni fa avveniva in modo diverso da oggi. Così quando ho terminato questo tipo di sforzo, mi sono detto: ‘Devo tornare un po’ a casa. Voglio scrivere un libro che non necessiti di tutto questo lavoro’. Allora ho avuto l’idea di parlare di questo negozio di musica - una delle mie passioni - e di questa coppia di ostetriche, una nera e una bianca. E pensavo ci volesse molta meno fatica per descrivere il negozio sotto casa tua. In realtà non è stato così. Non ci è voluto meno tempo né è stato più semplice, anzi.
WALDMAN: Michael inventa e reinventa dei mondi in ogni singolo libro che scrive. È vero che in Telegraph Avenue si parla della nostra città, ma si parla anche di ‘chabonia’ che è la sua idea di mondo, quella che vive nella sua testa.

E poi, al posto degli eroi da fumetti, qui assume grande rilevanza la musica. Lei stesso ha affermato: ‘Mentre stavo ascoltando questo libro, ah no, mentre stavo scrivendo questo libro…’ Qualcosa di più di un lapsus freudiano.
CHABON: Ho voluto fare un’intensa ricerca musicale perché dovevo saperne almeno tanto quanto i miei personaggi. È vero che la musica mi piace, ma quel genere jazz, funk, soul non lo conoscevo così bene. In questo libro ho dovuto creare un mondo frase per frase e cercare di vivere e convivere con questo mondo. E poi è molto più difficile, se ci pensi bene, scrivere un libro sulla tua città e il tuo quartiere: potenzialmente ci sono un milione e mezzo di persone che nel leggerlo potrebbero non ritrovarsi e dire: ‘Ma questo dove ha vissuto? Questo posto non è così. Ha scritto cose non vere’. Paradossalmente è più facile scrivere un romanzo ambientato nell’anno Mille perché ci sono decisamente molte meno persone che possono giudicarlo.
WALDMAN: E poi ora ne sa molto di più di me di bambini, visto che ha lavorato con i personaggi di due ostetriche.

Ayelet, a proposito di bambini, celebre e contestata - persino dalla regina della tv Usa Oprah Winfrey – è stata la sua dichiarazione: 'Amo mio marito più dei miei figli'. Riflessione confluita nel saggio bestseller Sono una cattiva mamma (Rizzoli, 2011). Cosa vuol dire per lei essere un genitore?
WALDMAN: Secondo me un padre e una madre fanno bene il loro lavoro quando mettono al mondo degli esseri indipendenti, che hanno una vita propria e che riescono anche ad amare un’altra persona, decidendo di avere o meno con lei dei bambini, i quali, a loro volta si creeranno il proprio universo. Non si può avere un amore assolutamente egoistico nei confronti dei propri figli perché altrimenti gli paralizzi la vita. Io e Michael amiamo tantissimo i nostri bambini, ma io vedo in molte famiglie che le donne tendono a rigettare le proprie emozioni, frustrazioni o aspirazioni sulle spalle dei figli. Un genitore dovrebbe evitare proprio questo. Io sono innamorata di mio marito, e considero l’amore per lui più come un’ideologia che come un’ossessione. E se vogliamo evitare la solitudine o il sentimento dell’abbandono, dobbiamo dare la priorità al nostro matrimonio perché, specialmente in un periodo di aumento dei divorzi, per i bambini avere due genitori che si amano è fonte di grande sicurezza ed è il gesto d'amore più grande che possiamo fargli.

 

 

 

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