"Cella 211", doppia uscita: al cinema e in libreria

ANTEPRIMA/ Arriva nelle sale italiane "Cella 211" di Daniel Monzón, film spagnolo di culto tratto dal libro omonimo di Francisco Pérez Gandul, che esce in contemporanea in libreria per Marsilio (leggi su Affaritaliani.it il primo capitolo in esclusiva). Un thriller carcerario esposivo

Martedì, 13 aprile 2010 - 08:18:00

IL FILM


Cella 211 (Celda 211) è un film del 2009 diretto da Daniel Monzón, basato sul romanzo Celda 211 di Francisco Pérez Gandul. Il film ha ottenuto sedici candidature ai Premi Goya 2010, vincendo otto premi, tra cui miglior film, miglior regia e miglior attore (Luis Tosar).

cella 211
La locandina

"Quando mi capitò tra le mani il romanzo Celda 211, lo lessi tutto d’un fiato e capii immediatamente che avrei voluto portare la storia sul grande schermo. Già l’inizio del racconto era impressionante: introduceva un universo potente, realistico e di grande umanità, e per tutto l’arco narrativo la vicenda si sviluppava mantenendo una tensione a dir poco soffocante, con alcuni colpi di scena memorabili" (Daniel Monzón)

LA TRAMA DEL FILM- Juan Oliver è stato da poco assunto come secondino presso un carcere di massima sicurezza. Prima di iniziare il suo primo turno di lavoro, decide di visitare una sezione del carcere dove sono rinchiusi dei pericolosi criminali, ma durante la visita viene ferito alla testa da un pezzo di intonaco caduto da una parete in ristrutturazione. Juan Oliver viene soccorso dalle guardie, che lo adagiano su una brandina della cella 211, momentaneamente vuota, ma proprio in quel momento scoppia una rivolta, guidata dal duro e carismatico Malamadre, leader dei detenuti. Dopo che le guardie si sono date alla fuga, Juan Oliver rimane abbandonato nella cella, in balia degli eventi. Nonostante le tragiche circostanze, il giovane secondino non si perde d'animo e decide aguzzare l'ingegno, fingendosi un detenuto come gli altri. Nel tentativo di ottenere la libertà e sedare la rivolta, Juan Oliver scoprirà nuovi aspetti della sua personalità, scoprendo che in caso di sopravvivenza un uomo è disposto a tutto.
(da Wikipedia)


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cella 211
La copertina
Mentre è in uscita nelle sale italiane "Cella 211" di Daniel Monzón, Marsilio porta in libreria il romanzo omonimo di Francisco Pérez Gandul da cui è tratto il film. Un thriller carcerario esposivo che per protagonista il giovane Juan Olivier, al suo primo incarico come secondino in un carcere di massima sicurezza, si presenta al lavoro con un giorno d’anticipo sul primo turno di guardia. Mentre visita il braccio che rinchiude i detenuti più pericolosi ha un mancamento. Nel tentativo di rianimarlo, le guardie lo distendono temporaneamente sulla brandina di una cella al momento vuota: la cella 211. Ma non hanno il tempo di aspettare che Juan si riprenda: il carismatico Malamadre, leader indiscusso dei detenuti più pericolosi, è riuscito ad assumere il controllo del braccio e a scatenare una sommossa. Alle guardie non resta che togliersi da lì al più presto e mettersi in salvo, abbandonando l’ignaro Juan al proprio destino in mezzo ai rivoltosi … Un originale e raffinato thriller carcerario che si avvale di un tema di grande impatto, una trama piena di colpi di scena e un protagonista camaleontico confrontato a un tragico destino.

"Cella 211" – cinque edizioni in Spagna - è il primo romanzo di Francisco Pérez Gandul, con cui è arrivato in finale al Premio Fernando Lara nel 2004. Nella settimana del cinema Noir di Gijon nel 2005 è stato premiato come Miglior romanzo Noir. Gandul sta attualmente lavorando al suo secondo romanzo ed è anche autore di sceneggiature.

cella 211
Un'immagina del film

IN ESCLUSIVA SU AFFARITALIANI.IT IL PRIMO CAPITOLO DEL LIBRO
(per gentile concessione dell'editore Marsilio)

«È solo un mancamento. Levategli la cravatta e sollevategli le gambe. Se il primo giorno gli capita una cosa del genere, chissà cosa succede la volta che Malamadre gli mostra i canini.» Che vergogna! Cosa penseranno di me. Non lo racconterò a Elena, si preoccuperebbe e non è il caso, sono solo i nervi, quella maledetta ansia che mi attanaglia sempre il primo giorno. Mi succedeva anche a scuola. Arrivavo, vedevo la signora Ursula e vomitavo immediatamente, sul banco, macchiando la cartella nuova di Enrique, e l’odore di fiele mi restava addosso tutto il giorno, come se avessi il naso impiastricciato di bile, appiccicosa e ripugnante. E mi succede ancora adesso, lo stesso nodo allo stomaco, la stessa sensazione di soffocare, la stessa puzza di marcio nell’aria. Se la smettessi di avere questo groppo alla gola glielo direi, che non è niente. Solo i nervi, quella maledetta ansia che mi prende sempre il primo giorno. Lo sapevo che mi sarebbe successo. Quando ho baciato Elena sulla porta di casa le ho sorriso, però sentivo già l’ansia che strisciava là sotto, come una fune che si sta  attorcigliando, finché è diventata un nodo appena arrivato all’entrata della prigione. «È una buona occasione» mi ha detto mio padre. «Qui lo sai già cosa ti aspetta, miseria e nient’altro.» Due anni a prepararmi per il concorso e finalmente la lettera del Ministero della Giustizia: «... essendole stato assegnato un posto come agente del Corpo di Polizia Penitenziaria presso la casa circondariale di Siviglia 2, è invitato a presentarsi al responsabile del servizio il 20 marzo prossimo venturo alle ore otto.» Ormai saranno le nove, ma oggi non è il 20. «Passerò di là il 19» ho detto a Elena quel giorno prima di metterci a fare l’amore sul tavolo in quercia della cucina. Stava mescolando qualcosa in una pentola. Sapeva di cavolo. Mi mostrava le cosce attraverso il grembiule semiaperto, e le ho detto: «Mi stai facendo arrapare.» Lei ha guardato dalla finestra per assicurarsi che sua madre fosse ancora nell’orto a raccogliere i pomodori. «Per così poco?» mi ha guardato provocante, si è aperta il grembiule e me l’ha fatta vedere attraverso le mutandine trasparenti. Allora le ho detto: «Vieni qui» e lei mi ha stretto i fianchi con le gambe, facendo cadere l’insalata e l’olio dalla tavola. «Come nel Postino suona sempre due volte» mi ha ricordato più tardi. «Sì» le ho detto, «andrò là il 19, giusto per non farmi prendere alla sprovvista il primo giorno di lavoro. Per conoscere la prigione e i nuovi colleghi.» Oggi è il 19 e devono essere le nove. «Come stai?» «Sottosopra.»
«Hai qualche malattia?» «No, è stato solo un malessere.» «Appena riesci ad alzarti ti portiamo in infermeria, va bene?» «Non ce n’è bisogno, adesso mi passa.» Credetemi se vi dico che Juan Oliver era una brava persona. L’ho capito appena gli ho stretto la mano quella mattina di marzo. Gli davo venticinque anni. «Ventisette appena compiuti» mi disse. Era alto, con i capelli neri a spazzola, e il mento quadrato e sporgente. Aveva l’aria di uno che ha lavorato duro nei campi, e le sue mani mostravano che non era il tipo che se ne sta a suonare il piano sotto i pioppi. Non toccava a me accoglierlo, ma si era presentato un giorno prima del previsto, e il capo, José Utrilla, non c’era perché era il suo onomastico. Come numero due della gerarchia, andai a riceverlo. Mi ricordo perfettamente quant’era timido, il suo modo nervoso di fare sì con la testa mentre gli parlavo, e quel sorriso a metà, franco eppure a metà, che gli era comparso quando, per cercare di rompere il ghiaccio, gli avevo raccontato un paio di barzellette, di quelle così vecchie e stantie che sembrano abbandonate dietro le sbarre delle celle come briciole sul pavimento di un’osteria. Si sentiva a disagio nel locale del corpo di guardia. Germán Zafra, il più anziano degli agenti, gli disse che con quei vestiti addosso – pantaloni e camicia grigi, con due tasche con pattelle sul petto – doveva stare attento che non lo scambiassero per uno dei detenuti del raggio 5 e lo sbattessero in cella d’isolamento. Ricordo che insieme a Germán, che quel giorno era responsabile del raggio, e a Fermín Solano, un altro agente, gli proposi di fare un giro del carcere. Non dimenticherò mai com’era teso mentre camminavamo per le  gallerie. Si direbbe che quei lunghi corridoi fiancheggiati dalle celle gli facessero venire la claustrofobia. Per fortuna i detenuti erano all’ora d’aria, è vero che doveva abituarsi il più in fretta possibile, ma i primi scambi di occhiate con loro sono comunque duri per uno che è appena arrivato (lo so bene, dalla memoria affiora con un realismo esagerato la mia esperienza di sedici anni prima nella prigione di Dueso). E in quel raggio gli sguardi erano costantemente duri, provocatori, arroganti. Aveva appena fatto una domanda sul sistema elettronico di chiusura delle porte delle celle quando notai il sudore che gli scorreva dalle tempie fino agli zigomi, e il suo volto che si faceva livido. Non ci fu nemmeno il tempo di domandargli se si sentisse bene. Andò giù dritto come un filo a piombo e in un attimo il suo corpo stava sul pavimento come un mucchio di macerie. «Chiama il medico» disse Germán. «L’infermeria è qui vicino, cazzo, lo portiamo e gli facciamo dare un’occhiata» rispose Fermín. «No, è meglio se lo lasciamo sdraiato finché si riprende, e poi lo portiamo in infermeria» ordinai io. Mannaggia a me che non ho dato retta a Fermín, mannaggia. Non fa altro che ricordarmelo.


IL TRAILER

«Cazzo, te l’avevo detto, ma il signor Armando Nieto vuole sempre aver ragione lui.» Non gli ho dato retta, no. L’abbiamo portato nella cella 211, che era vuota, e l’abbiamo steso sulla branda. «È solo un mancamento. Levategli la cravatta e sollevategli le gambe. Se il primo giorno gli capita una cosa del genere, chissà cosa succede il giorno in cui Malamadre gli mostra i canini» disse ridendo Germán. E in quel momento iniziò tutto. Chi sarà Malamadre? Sto ricominciando a vederci, a quanto pare. Il malessere se ne sta andando, come nubi trasportate dal vento, lente e parsimoniose, disegnando ombre che si spostano sui campi simili a pedine su una scacchiera. Quello che mi sta dando degli schiaffetti è Germán. Ma Malamadre chi sarà mai? Uno che chiamano così non deve essere un bravo figlio. «Una cattiva madre è l’essere più schifoso che ci sia; anche l’animale più spregevole del creato ama i propri cuccioli» diceva sempre la mia, di madre. Mi manca. Nemmeno Elena ha riempito quel vuoto. Rimpiango la sua tenerezza, la sua capacità di vedere senza bisogno di aprire gli occhi, e la sua forza. Se fosse qui, mi avrebbe già detto che sono proprio figlio di mio padre, quando mi fa male da qualche parte sembra che nessuno abbia mai provato un dolore simile, basta con questa scemenza dell’ansia, è ora che io affronti la vita come si deve, guardandola in faccia, senza mai perdere di vista gli occhi verdi della speranza e quelli neri delle disgrazie, senza fare il gradasso ma senza neppure finire prigioniero del destino. «Magari è tutto scritto, figlio mio, ma nessuno ci può costringere a scriverlo noi stessi» e guardava papà con quegli occhi da cui sgorgava miele, e che quando lei aveva ragione si accendevano del colore dell’ambra. A Malamadre di sicuro la sua non ha mai parlato così. Adesso credo di riuscire ad alzarmi. «Come stai?» Sottosopra, gli ho detto. Sembra una brava persona, questo Armando. Credo che ci andrò d’accordo. È semplice e la bontà gli si legge in faccia. Mi aspettavo un osso duro. Magari José Utrilla lo è. Prima di andarmene a casa devo domandare ad Armando che tipo è. Meglio  sapere prima con chi si ha a che fare per non partire con il piede sbagliato. E adesso cosa succede? Perché suona l’allarme?

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