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Culture
Cildo, dal micro al macro l'arte è sinestesia...

di  Pasquale Diaferia e Flavia Fiocchi

Le opere d’arte spesso hanno il difetto di risultare inaccessibili. Chiuse in una loro autodefinizione e autodeterminazione, peggiorate da critici che, con paroloni altisonanti che per capire bisogna avere a portata di mano lo Zingarelli, rendono ancora più pedanti e inattuali. Queste opere d’arte non interessano ai curatori di Hangar Bicocca. È quasi sempre il contatto con il pubblico qui a fare la mostra, il suo coinvolgimento ed è davvero interessante, oltre alla specificità delle singole mostre, leggere le reazioni del pubblico difronte alle opere e alle installazioni. Così è successo per la mostra di Roth, per quella di Ragnar Kjartansson, per le stanze di Micol Assaël e per la nuova Installations dell’artista brasiliano Cildo Meireles in programma fino al 20 luglio 2014. Dodici tra le più importanti installazioni realizzate dall’artista dal 1970 ad oggi che l’Hangar sa come sempre, grazie ai suoi spazi pressoché illimitati, contenere ed esibire. Sipario nero e si va in scena, con una sola raccomandazione : attivare tutti i sensi. Il primo, l’udito. Un forte rumore di vetri che si frantumano, è la grande installazione Através (1983/1989), un labirinto di barriere, di tutto ciò che può intrappolre l’uomo e la vita. Recinti, filo spinato, vetro, assi di legno, teli, reti da pesca, su un percorso accidentato di vetri in frantumi, distrutti dallo spettatore ad ogni passo in più verso il centro dell’installazione dove troneggia una palla di cellofan, falsa idea di qualcosa di duro e impenetrabile, che tale non è. Ancora sullo spazio calpestabile si concentra Meireles, nell’opera Cinza, due ambienti contigui i cui pavimenti sono composti, in netta opposizione, da neri pezzi di carbone e da bianchi pezzi di gesso.

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L’arte rimane attaccata addosso allo spettatore, alla suola delle sue scarpe che opera una fusione tra i due colori, dando nuova voce all’opera. L’udito è messo alla prova con Babel, torre di biblica reminiscenza, formata da decine di apparecchi radiofonici dai più datati ai più moderni, alla ricerca di un’unico suono indecifrabile. Il gusto è il senso stimolato dall’opera Entrevendo (1970-1994), un imbuto lungo otto metri in legno, alla cui estremità è posizionato un ventilatore di aria calda. Masticando due cubetti di ghiaccio, uno dolce e uno salato, si è attirati verso il caldo, instabili nel tubo di legno, mentre il ghiaccio si scioglie, coinvolgendo tutti i sensi. L’odore delle 70.000 candele disposte a ideale cortina e delle ossa bovine ai piedi del tapee indiano, sono lo stimolo olfattivo di Olvido, la grande opera esposta per la prima volta in occasione della mostra personale di Meireles al Moma di New York. Il tapee dei nativi americani, macchiato dal potere del denaro, è realizzato infatti da 6000 banconote dei diversi paesi americani, difeso dal potere spirituale delle candele, aventi entrambi un potere distruttivo che genera morte e ossa. E la vista? La vista è tutta la mostra, ma è anche l’ installazione, Abajour (1997/2010), presenta alla Biennale di San Paolo del 2010. L’opera che fa dire, “c’è sempre qualcosa sotto”, qualcosa di nascosto, su cui riflettere, dietro le immagini, dietro la bellezza, dietro un paesaggio marino, il verso dei gabbiani, una nave che altro non è che un veliero coloniale del XX secolo, azionato da marinai così come l’opera è alimentata e messa in moto dallo sforzo fisico di tre persone che agiscono su un meccanismo simile al timone della nave. L’arte è anche fatica, l’arte è tempo e lavoro. Ed anche un po’ illusione, sogno, un sesto senso, che Marulho (1991/1997), si diverte a stimolare, omaggio alla storia dell’arte, al monocromo e alle irridenti sperimentazioni di Manzoni e di Klein. Illusione di mare, un molo, il colore blu, la parola acqua ripetuta in stereo in varie lingue, ma tutto è virtuale, l’acqua non c’è, sono solo immagini che la riproducono, pagine di libri aperti. Forse l’odore del mare, quello si, lo si può sognare. Immagini odorose: sinestesia.

Cildo
 

Uno spunto finale su cui riflettere per capire a fondo una relazione, uomo-opera d’arte, che all’Hangar così bene si compie? Difronte all’opera Amerikkka, una distesa di uova, simbolo di incertezza e pericolosa sospensione, una signora esclama “ma sono uova vere?”. Crolla quella distanza intellettuale con l’opera d’arte, che risulta ora davvero “vera”, colpendo e influenzando così a fondo lo spettatore da fargli superare anche i limiti dell’impossibile. Su quelle uova si può camminare e ci si può addirittura sdraiare. Uova comode, riecco la sinestesia.

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