Il collezionista Guido Galimberti commenta con Affaritaliani.it la Casta dell'arte

LO SPECIALE DI AFFARI/ Casta dell'arte, il dibattito s'infiamma. Di' la tua

di Virginia Perini

"Mi sembra un'espressione troppo forte. Parlare di 'Casta dell'arte' significa sostenere che il mondo dell'arte sia paragonabile ad un sistema in qualche modo mafioso e lo trovo esagerato, soprattutto in quanto tesi non supportata da dati, fatti accertati o documentazione". Guido Galimberti è un collezionista di fama internazionale da quando a 19 anni si innamorò di un'opera di Andy Warhol e decise di comprarla. Prima di fare del suo amore per l'arte un lavoro, fondando nel 2007 Opera Art Solutions (società di art advisoring), svolgeva l'attività di advisor finanziario. E oggi partecipa al dibattito lanciato da Affari sull'esistenza di una presunta Casta dell'arte. "In tutti i mercati c'è qualcuno di più forte e qualcuno di più debole. Nell'articolo che ha dato avvio al dibattito si parla del proprietario della prestigiosa casa d'aste Christie's, François Pinault. Beh, non credo che possa essere definito un miliardario che ha colonizzato Venezia, io al contrario lo reputo un benefattore, qualcuno che è stato in grado di fare quello che nessuno ha fatto: ha portato il turismo a Venezia e mosso economia e cultura. Mi viene in mente un detto di Andy Warhol: chi non fa parla, ecco io sono per il fare. Quello che penso in sintesi è che sia facile stare seduti e criticare. Mi fa anche sorridere pensare che c'è chi lamenta il fatto che Venezia sia "in mano a un francese". Lui fa il finanziere e concepisce l'arte inserita nel lusso. Può essere criticabile, certo, però da parte sua vedo atti concreti, cultura, movimento. Il rischio che i soldi prendano lo strapotere sull'arte? Non credo, Pinault investe sui giovani e come lui molte altre persone del settore. Trovo che questa Biennale sia lo specchio del mondo dell'arte, in cui vi è possibilità di spaziare per tutti. Sgarbi è stato molto bravo, ha dato spazio ad artisti poco noti che hanno grande talento come Filippo Martinez".

Guido Galimberti si racconta nella videointervista.

Quale augurio si sente di fare al made in Italy in questo we dedicato al contemporaneo?

Gli auguro di trovare stabilità e il suo posto, per altro meritato, nell’ambito della storia dell’arte italiana. L’auspicio è che il contemporaneo smetta di cercare l’effetto sorpresa a ogni costo, relegandosi di propria volontà a effimera moda. Chi ama l’arte come me è stanco di essere sorpreso, tanto che difficilmente potrà avere l’aria stupefatta di fronte all’ennesima provocazione pseudo-artistica. E’ l’ora che l’arte contemporanea prenda coscienza della propria dignità e del suo prezioso ruolo nella società attuale.

Come si sta sviluppando l'arte italiana? E' in fase di miglioramento rispetto al passato?

muro graffito berlin

A proposito dell’arte in Italia non parlerei di miglioramento o peggioramento. Io vedo la continuità del corso della storia dell’arte italiana. La giovane architettura dell’arte contemporanea affonda le basi in un background illustre, quando parliamo di arte a mio avviso parliamo di un unicum composto da tasselli consequenziali e non opponibili l’uno all’altro.

Che cosa dovrebbe imparare il nostro Paese da città come Berlino o New York?

Assolutamente niente, all’infuori di una certa dose di scaltrezza. Noi abbiamo tutto il talento, l’esperienza e la ricchezza intellettuale per insegnare ai nostri cugini berlinesi e newyorkesi, se qualcosa ci manca è un pizzico di furbizia nel “vendere bene” il patrimonio che ci appartiene. Berlino e New York vendono bene quel poco che hanno, anzi mi si conceda di dire che vendono bene anche quello che non è loro, con strutture museali innovative organizzate secondo standard di estrema efficienza. La “festa dell’arte” può essere un’ottima occasione per smettere di guardare ammirati oltre confine e concentrarci sulle potenzialità dell’arte di casa nostra.


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