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Culture

di Pierfrancesco Pacoda

DonPasta

Dj, cuoco e scrittore, Don Pasta, miscela, anzi ‘mixa’ linguaggio differenti per raccontare, attraverso il cibo, le trasformazioni profonde delle identità. ‘La parmigiana e la rivoluzione’ è l’ultimo libro di un salentino ‘migrante’ che da qualche anno attraversa il mondo con le sue pentole, le conserve di pomodori e la sua collezione di vinili.
 

Dal vivo,
8 febbraio. Roma
ore 18-20. Teatro eliseo. Con Left e Libreria Amore e Psiche.
ore 20-1 Cinema palazzo. Con Soul Food
9 febbraio. Sabato. Milano. OCA Ansaldo. Con Puglia Turismo. Presentano Alioscia e Luca De Gennaro (Raffaele Casarano, Bardoscia, Insintesi)
13 febbraio. Genova. Teatro la Tosse
14 feb. Bologna. Libreria Modo e Enoteca Ortica

Don Pasta, che relazione c’è tra questo libro e il precedente   ‘Food Sound System’?
Questo libro è la diretta conseguenza di Food Sound System, che nacque per caso e per gioco. Mi sembrava naturale parlare delle cose che mi piacevano, il cibo, la musica e la festa, senza pensarci troppo. Da dj e uomo goloso i mixaggi venivano in modo decisamente spontaneo. La parmigiana e la rivoluzione è una sorta di riflessione sul mondo del cibo a partire da quello che mi è successo in questi dieci anni. Ho vissuto esperienze magnifiche in Africa, nelle periferie, a far concerti per migranti, a fare pasta con i detenuti e tutto ciò racchiudeva il senso ultimo del cibo. Il suo essere politico, nel senso di essere tollerante, curioso, ecologista, meticcio e tutto ciò da sempre.

In che maniera, secondo te, la musica entra in relazione con il cibo?
Entrambe servono per far star bene. Leggendo l'Odissea mi rendevo conto di quanto mangiare, far festa, cantare fossero il modo migliore per accogliere e conoscersi. Il cibo è essenziale da un punto di vista fisiologico, evidentemente, la musica da un punto di vista affettivo. 
Succede a tutti però di ritrovarsi a cucinare tra amici (o soli) ed ascoltare musica. Anche in questo caso non c'è nulla che io racconti che non sia universale, una cosa quotidiana e di tutti.

E cosa c’entra il Salento in tutto questo?
Il Salento è il luogo dove sono nato e cresciuto sino a 18 anni.  L'intera costruzione identitaria è avvenuta in quel luogo. Viaggiando molto mi accorgevo di quanto quelle lezioni di vita a tavola fossero indispensabili per stare al mondo. Trovandomi nel paradosso di riscontrare una perdita di civiltà nei luoghi ricchi e apparentemente civilizzati e una conservazioni di insegnamenti antichi e saggi nel mio luogo di origine, magari più povero e con tanti problemi. Il prendere il tempo, il seguire le stagioni, il cucinare un pò di più perchè magari passa qualcuno a trovarti, l'educare i piccoli a mangiar bene.

Quella della gastronomia e del vino è una moda dilagante. Che rapporto c’è tra la moda del cibo e il tuo lavoro?
Da certo punto di vista è una buona cosa. Anni fa la moda erano i grandi supermercati, lo scatolame preconfezionato. Adesso questo aiuta la gente a rendersi conto di quanto il cucinare possa essere bello, appassionante e divertente. Chiaramente come ogni moda, si rischia di falsificare il messaggio su cosa sia il cibo. Per me resta e deve restare il ricordo di come ci si possa proteggere in una comunità, farsi del bene offrendo qualcosa anche di molto semplice. Insomma la cucina italiana è famosa al mondo perchè è meravigliosamente buona restando semplice e povera. Questa è la cosa di cui a me interessa parlare.

Come si sviluppano le performance con le quali sei in tour adesso?
Da sempre, per la mia deformazione professionale di dj, tendo a mixare i media un pò come gli ingredienti. Unire musica dal vivo, cucina fatta davanti al pubblico, immagini di cucina popolare, interviste a vecchie signore che mi raccontano la loro storia cucinando. Con gli anni è diventato un processo modulabile in cui in vari ingredienti si uniscono sempre in modo diverso. Ultimanente lavoro sul progetto di performance e istallazione audio/video United Food, indagine sociologica sulle mutazioni delle identità delle città grazie alle culture dei migranti, chiaramente attraverso la metafora del cibo.

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