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Culture

In un minuto ritaglio di terra, adagiato placidamente tra le ridenti colline piacentine della Val d'Arda, esiste un luogo dove la storia non ha mai imboccato la via del tramonto: da oltre duemila anni il glorioso passato si oppone all'incedere perpetuo del tempo, attraverso i resti architettonici di Veleia Romana (o Velleia), uno tra i principali siti archeologici dell'Italia settentrionale, che testimonia altresì il funzionamento di quelle attività che portano alla conservazione e tutela del bene culturale. A dispetto di molti altri casi italiani meno positivi.
Istituita ufficialmente nel 158 a.C. quale municipio della capitale, la cittadella di Veleia Romana esibisce ancora oggi i fasti della sua epoca, tra imponenti architetture e muri che trasudano di storia.

Fu tra il 1760 e il 1765 che vennero riportati alla luce gran parte dei suoi resti: la basilica, le terme e i relativi impianti, i quartieri di abitazione, l'area del foro e le dodici statue raffiguranti i componenti della famiglia Giulio-Claudia, la cui conservazione, insieme a quella degli altri reperti, venne affidata al Museo di Antichità di Parma, istituito appositamente per l'occasione.

Al frenetico lustro di attività seguì una lunga battuta d'arresto, che durò per decenni. Soltanto tra il 1825 e il 1847 i cantieri riaprirono i battenti, sotto l'impulso di Maria Luigia d'Austria, moglie di Napoleone. E poi ancora, in maniera discontinua nel corso degli anni futuri. Inoltre, nel 1966 le strutture furono ragionevolmente sottoposte a un ciclo di interventi volto al restauro e quindi al loro consolidamento.

Oggigiorno, addentrandosi nel suo dedalo di viuzze, ordinate in cardi e decumani, la suggestione è tale che il contatto con la realtà viene a mancare, rapito da quelle testimonianze ancora integre: dal mulino in pietra (pistrinum), che veniva azionato da schiavi o da muli per macinare il grano in farina, alle terme con vasche di acqua fredda (frigidarium), tiepida (tiepidarium) e calda (calidarium), fino alla taverna, dove il popolo poteva trovare ristoro e giovarsi di cibo e bevande, nella fattispecie vino. E poi ancora l'opulenta casa del cinghiale, la basilica, dove si amministrava la giustizia e si intavolavano trattative di affari, e il foro, che custodisce un lastricato in arenaria e assumeva la funzione di centro cittadino in cui si condensavano le attività di svago, politiche e sociali.

All'interno della cittadella è presente anche l'antiquarium, un museo di dimensioni ridotte che raccoglie reperti, tra cui figurano il busto di Giove Ligure, quel che resta di un mosaico policromo, la stele del Venator e la riproduzione della Tabula Alimentaria, oggi conservata nel museo archeologico nazionale di Parma. Ultimo, ma non ultimo, l'edificio circolare di 28 metri che viene comunemente denominato anfiteatro, sebbene non sia comprovata realmente la funzione. Anzi, parrebbe che il suo probabile impiego si riferisse all'attività di serbatoio per la raccolta dell'acqua.

Forse distratto da così tanta bellezza c'è qualcuno che, in un improbabile accostamento, l'ha ribattezzata la Pompei del nord, ma Veleia Romana non può essere paragonata al sito archeologico italiano per "eccellenza", ubicato ai piedi del Vesuvio. Quest'ultimo infatti godrebbe di prestigio superiore e di tesori unici e inestimabili benché la cronaca attuale ci racconti diversamente: Pompei viene costantemente investita da cedimenti strutturali, nonostante la sua straordinaria eccezionalità. E quel lento logorio che sta incidendo la pietra, adesso ha cominciato a colpire con più impeto. Eppure, le svariate istituzioni che si sono alternate negli ultimi decenni non sono mai riuscite a porre un freno a questo fenomeno distruttivo.

Purtroppo è una piaga - come tante - del Belpaese, il quale non sa sfruttare le proprie bellezze. Di esempi, in questo senso, ce ne sarebbero in quantità. Non è di fatto rado imbattersi in contesti in cui alla rilevanza culturale prevalgano altri interessi, di sicuro economicamente più redditizi. Tuttavia, privati di anima. Spesso, infatti, gli interventi edilizi hanno la meglio: il cantiere vince sul resto archeologico, l'odierno scaccia via il passato, usurpandolo di quel ruolo che per antonomasia racchiude tra la memoria e la storia.

Ma almeno per quanto che riguarda Veleia Romana ciò non accade. Per fortuna l'occhio del visitatore, una volta tanto, resta appagato per quella località meravigliosamente minuta, il cui sviluppo su terrazze digradanti assurge alla coesione urbana. E le ricchezze che sfoggia rimangono lì, a tramandare la storia. La stessa storia di cui siamo figli e che a Veleia Romana diventa, nei giorni di apertura, tangibile.

di Maurizio Zanoni

 

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veleia romana
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