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Culture
Economia civile & Formazione Professionale. Intervista a Ivan Vitali

di Filomena Del Vecchio

Alla XXVII edizione del Seminario Europa che, nell'anno del bicentenario della nascita di don Bosco, il CIOFS-FP (Centro Italiano Opere Femminili Salesiane per la Formazione Professionale) ha intitolato Energia giovane. Pane per il futuro del pianeta, mettendo in diretta simmetria i fondamentali della missione salesiana per l'educazione dei giovani con il tema dell'Expo milanese, sembra emergere un'altra sintonia, quella tra la formazione professionale e l'economia civile. È qui infatti che incontriamo Ivan Vitali, uno dei fondatori e consigliere della Scuola di Economia Civile, che al Seminario Europa è intervenuto con una relazione intitolata all'"intelligenza nelle mani", espressione di don Bosco che sembra indicare il talento di chi, come nel miglior made in Italy,  unisce abilità manuale e intelligenza creativa. Da Vitali ci facciamo raccontare che cosa c'è alla base dell'economia civile, e magari anche qual è l'affinità con la formazione professionale.

Vitali, partiamo dall'inizio: che cos'è l'economia civile?

L'economia civile è una prospettiva che rilegge l'intera economia. Si fonda sul mercato, nella sua vocazione di mutuo vantaggio per tutti coloro che, attraverso di esso, scambiano beni e servizi. Si fonda sui principi di reciprocità e fraternità, e per questo rappresenta un'alternativa all'economia capitalistica mainstream. Nasce nell'Italia del 700, con l'Illuminismo napoletano, con Antonio Genovesi, che indicò la finalità dell'agire economico nella "felicità pubblica".

I concetti chiave quindi…

I concetti chiave sono appunto la reciprocità, che in latino significa ciò che va e torna vicendevolmente, e la fraternità. Reciprocità e fraternità possono realizzarsi solo attraverso la gratuità, che è la qualità dell'interesse per tutti e di tutti, e si sostanzia nel riconoscere un valore infinito, perciò si trova all'opposto del concetto di "gratis" nel senso di "a prezzo zero".

La reciprocità, diceva…

La reciprocità si sostanzia nel fare qualcosa per qualcuno che poi - direttamente a me o, indirettamente, a qualcun altro - innesca un circolo virtuoso di scelte e di azioni che stanno alla base delle relazioni organizzative, aziendali, economiche e personali. Quando la reciprocità assume forma positiva, i contratti permettono di generare valore, progetti, alleanze, imprese, sviluppo. Quando invece assume forma negativa, le relazioni distruggono la fiducia, lo sviluppo viene minacciato, si erode il valore esistente, si dissipano capitale e potenziale umano generando dolore,  miseria, guerre…

E invece la fraternità?

La fraternità è strettamente legata alla reciprocità in quanto consente di esprimere il proprio potenziale, la propria vocazione anche a persone che non si trovano in condizione di uguaglianza in termini di dignità e di rispetto dei diritti fondamentali. La fraternità è la qualità che dà vita alle relazioni, che rivela le intenzioni sottese alle azioni.  Quando si vive la fraternità si riconosce nel volto dell'altro qualcuno che ha dignità e valore pari al nostro, si legge l'umano nell'altro, indipendentemente dal mio e dal suo interesse, dall'età, dalla religione, dalla situazione economica, dall'interesse contrattuale e così via.

E quindi la relazione che ne nasce…

La relazione non può essere fredda, anonima, distante. È immediato rendersi conto di come la fraternità abbia un ruolo centrale e un fondamentale valore economico quando pensiamo al peso che la fiducia ha nelle relazioni tra le persone, nei contratti, nel desiderio - o meno - di assumersi il rischio di fare impresa. Ciò vale in politica, nelle attività economiche di ogni tipo e forma, in maniera più immediatamente evidente nelle relazioni familiari, amicali, nei servizi  di cura alla persona, come l'educazione, la formazione, le attività sociali e sanitarie.

Al nostro elenco manca ancora la gratuità.

Anche per capire la gratuità è necessario un riferimento al movente. Il superamento del mero calcolo strumentale mezzi-fini, la possibilità di amare un'attività professionale, o una persona, senza garanzie dei risultati che questo "fidarsi" può portare, richiedono una passione intrinseca, un "vedere con occhi diversi" la realtà, le persone, il presente e il futuro.

Ossia la gratuità è necessaria…

Chi mai farebbe impresa se pensasse che il futuro è peggio del presente? Che cosa lo motiverebbe se non il desiderio di innovare, di creare, oltre che di trovare conferma del proprio agire attraverso successo, riconoscimento, guadagno economico? Gli imprenditori, gli educatori, i genitori che vivono senza gratuità non vedono questo potenziale, questo valore, così liquidano le imprese, smettono di investire nell'oggi per il domani, trovano meno rischioso vivere di rendita. Ma la rendita, nelle relazioni umane ed economiche, è asimmetria, "non fare" a fronte di chi fa, è disperdere potenziale, è economia non civile.

Veniamo al piano pubblico, della comunità.

Una delle modalità forse più evidenti in cui l'economia civile esprime la propria differenza rispetto all'economia capitalistica è nella declinazione del proprio modello e dei propri valori in ambito pubblico e comunitario. Ancora oggi - in maniera iper-semplificata e fuorviante - si insegna che il mercato di beni e servizi è grado di auto-regolarsi. Ma ciò non vale sicuramente per i beni comuni, quei beni in cui il livello di utilizzo efficiente per l'individuo diventa inefficiente e insostenibile per la collettività.

Un esempio?

Un esempio è il consumo di aria pulita, acqua, suolo, animali, natura che contrappone il benessere di oggi con la possibilità di disporre delle stesse risorse domani. Quando l'economia non è civile, manca la visione di una "fraternità intergenerazionale" e l'interesse di qualcuno oggi va a danno di tutti, oggi e domani, danneggiante compreso.

Lei ha fondato una scuola e la incontriamo nel contesto del Seminario Europa delle salesiane che fanno formazione professionale. C'è economia civile nel loro discorso?

Il rapporto di consonanza tra l'economia civile e il CIOFS-FP è legato non tanto all'oggetto del servizio svolto quanto al modo in cui viene realizzato. Ci sono molti modi profondamente incivili - a volte anche illegali - di prestare servizi alla persona, nonostante la forma giuridica, le etichette, le dichiarazioni di alti intenti. Chi fa educazione, formazione, accoglienza e sa vedere nell'altro una persona di uguale dignità, in cerca di ascolto, motivazioni, senso, di un aiuto che magari non sa chiedere, riesce a incarnare nel rapporto un bene relazionale che arricchisce i contenuti del contratto di servizio con un che di intangibile che gli dà senso, un bene relazionale che fa la differenza, ad esempio, tra un servizio di manutenzione di un corpo e la cura amorevole verso un essere umano. Al CIOFS-FP lo sanno.

Lei parla di pubblica felicità e fa un discorso di civiltà: è così che si esce dalla crisi?

Un modello economico che non ascolta il lamento di chi soffre, che mercantilizza persone, ambiente, natura, che non conosce limiti e crea strumenti finanziari fuor di rapporto con le risorse reali può contenere e arginare  alcune manifestazioni di crisi ma, come notiamo sempre più frequentemente, genera speculazioni, "bolle", che una volta esplose, generano miseria e sofferenza. L'economia civile non ha la soluzione magica alle crisi esistenti, ma propone un modello economico e di sviluppo per gestirle, con l'uomo al centro, un modello che consenta di evitarne di ulteriori.

 

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