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Culture
Eroe, antieroe, non eroe: American Sniper fa ancora discutere

Di Francesco Bricolo

Miglior montaggio sonoro, questo è l'unico Oscar che American Sniper (2014) ha preso delle nove nomination di partenza. Alcuni dicono che sia stato il grande successo al botteghino del film a convincere i giudici che non servivano premi come riconoscimenti. Si tratta del dodicesimo film diretto da Clint Eastwood a partire dal 2003: Mystic river (2003), The Blues (2003), Million Dollar Baby (2004), Flags of Our Fathers (2006), Lettere da Iwo Jima (2006), Changeling (2008), Gran Torino (2008), Invictus - L'invincibile (2009), Hereafter (2010), J. Edgar (2011), Jersey Boys (2014), American Sniper (2014). E' un Clint Eastwood imperdibile, perfetto, che non sbaglia un colpo, tutti capolavori che hanno in comune qualcosa, quello post 2003. Se togliamo proprio American Sniper da questo gruppo di film, ci troviamo davanti a storie che sembrano fare apposta a smontare il mito americano. Non l'America, nemmeno l'America del nord, ma invece gli Stati Uniti d'America come il pastore che pascola e protegge le pecore, che saremmo noi, il guardiano della civiltà occidentale che protegge i buoni dai cattivi. Proprio l'attore che ha impersonato nel genere western e nel poliziesco il mito americano dell'eroe e dell'antieroe, il buono che salva il cattivo, il guardiano della civiltà occidentale e dei suoi valori democratici, proprio l'attore che ha raccontato queste storie nel momento in cui si mette dietro la cinepresa inizia a raccontare storie opposte.

Mettendo le mani nel fango, girovagando lungamente nell'oscurità e soprattutto nelle molte sfumature dell'ombra, raccontando lentamente le molte sfaccettature della debolezza umana in storie diverse, Clint Eastwood non ha demolito l'eroe/antieroe americano e nemmeno lo ha svuotato dei suoi contenuti. Sembra quasi che sia riuscito a raccontare un'America che non ha più bisogno di ergersi a guardiano, custode del mondo. Molti si sono domandati come mai Clint Eastwood ha avuto questa trasformazione da quando, invece che davanti, s'è messo dietro la cinepresa, ma è davvero difficile rispondere a questa domanda. Un dettaglio però va colto. L'eroe e l'antieroe americano ha alcune caratteristiche di fondo che lo rendono tale. Può trattarsi di un eroe, dunque di un salvatore che salva vincendo, può trattarsi di un antieroe, dunque un salvatore che salva perdendo. In tutti e due casi quello che conta è la motivazione. Il mito americano del guardiano del mondo che si erge a paladino dalla giustizia e che combatte in difesa dei più deboli e, comunque sempre in difesa dei valori americani di libertà e giustizia, si fonda sulla motivazione dell'eroe e dell'antieroe. L'eroe si muove nella sua impresa solo ed esclusivamente per dovere morale, per un moto interiore, per una spinta spirituale o perfino per qualcosa d'indefinibile, confuso, perfino per qualcosa di contradditorio, ma sempre per una spinta interna. Non c'è alcuna possibilità di riconoscere l'eroe e l'antieroe americano laddove la motivazione fosse esterna. Non si può chiedere all'eroe di fare l'eroe. O meglio, si può benissimo chiederglielo e l'eroe può anche muoversi su richiesta esterna, ma alla fine il dipinto che ne esce è quello della spinta interiore.

La grandezza di Clint Eastwood dietro la macchina da presa sta nel suo aver demolito non l'eroe e l'antieroe americano, che continuano ad esistere e ad essere raccontati, ma il bisogno dell'Almerica di avere eroi e antieroi. Intendiamoci. Il racconto delle debolezze, delle zone d'ombra, la perlustrazione delle ambiguità, delle bassezze, non è una novità. Appartiene alla tradizione. La novità che ha portato il Clint Eastwood regista sta nell'essere riuscito a porre lo spettatore davanti ad un'America che non ha più bisogno di eroi e ottenere plauso, stima e followers. Prima non c'era riuscito nessuno. Nessun regista prima di Eastwood aveva fatto pieno centro con un così grande numero ci opere ottenendo come effetto il plauso della critica, le tasche piene di denaro e il pubblico che mano a mano si affeziona di più. Che Clint Eastwood sia un voltagabbana, che queste sue opere tradiscano la sua storia, che abbia sputato nel piatto dove ha mangiato, lo si può pensare, è vero. Prima diventi famoso raccontando lo stereotipo americano del cavaliere solitario e squinternato che salva il mondo e poi lo distruggi. Certo se qualcuno l'ha vista così, almeno ha colto il passaggio culturale che l'Eastwood regista ha fatto e la cosa in sé fa piacere. C'è infatti da chiedersi quante persone, quanti spettatori davanti alle ultimi dieci opere di Eastwood hanno colto questa visione. Sta di fatto che la credibilità che l'Eastwood regista s'è guadagnato è legata a molti fattori ed ad uno in particolare. Oggi lo si chiamerebbe X factor. Ci si mette un attimo a tracimare nel cinismo, nella depressione anedonica quando si entra nei meandri dell'intimità dell'eroe/antieroe. Si tratta di una persona straordinaria che riesce a fare cose straordinarie grazie alla maturità che ha raggiunto, questo è il punto e proprio da qui dobbiamo partire per un ultimo commento. Non so quanti se ne siano accorti, magari il successo al botteghino di American Snisper ha in qualche modo offuscato la lucidità emotiva degli spettatori. Ma qualche critico lo ha notato. Gianni Canova su Sky e Paolo Mereghetti sul Corriere hanno sicuramente colto il passaggio. Clint Eastwood con American Sniper torna a raccontare un'America che ha bisogno del suo eroe e antieroe e vien da chiedersi perché? Perché lo hai fatto Clint? C'eri riuscito, avevi fatto quello che nessuno aveva mai fatto prima di te nel cinema industriale legato al profitto e drogato di $ e ora torni indietro? A me piace pensare che questo apparente ripercorrere i propri passi, sia in realtà un andare avanti per l'unica via possibile. Wu wei, dicono in oriente. L'arte del vuoto interiore, dell'assenza di desiderio. Clint Eastwood è tornato a raccontare il mito dell'eroe antieroe perché sa benissimo che se si toglie il perno alla porta e non la si sostiene, la porta cade. L'occidente opulento non ha il suo Wu wei, non ha una cultura in grado di non avere eroi e antieroi ed è importante allora raccontare il sogno e la realtà.

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