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Culture

 

 

Art e Dossier

di Fabio Isman

Una leggenda metropolitana si aggira da decenni per il mondo dell’arte e della cultura: quella secondo cui i depositi dei musei italiani celerebbero migliaia di tesori, preclusi al pubblico e invisibili, per qualcuno perfino a rischio e a repentaglio nella loro conservazione; c’è chi, soprattutto nella destra più liberista, pensa perfino che, con quegli oggetti, si potrebbero raggranellare non pochi euro; e una recente norma governativa permette di affittarli a lungo all’estero. Tomaso Montanari, critico a volte perfino troppo impietoso, ha parlato di «escort culturali»(1). Ma forse, non è proprio così; e vale la pena, innanzi tutto, di fare un po’ di chiarezza. Di distinguere tra i musei locali e quelli statali; tra le pinacoteche e gli istituti archeologici.
I beni dei trecentonovantanove istituti statali sono abitualmente catalogati. E spesso visibili: anche quelli nei magazzini. Né i depositi contengono degli oggetti dimenticati: essi costituiscono il naturale complemento di quanto si vede e visita. Non si può pensare a un museo privo di un deposito. Antonio Paolucci, già soprintendente per il Polo museale fiorentino e ministro dei Beni culturali, oggi direttore dei Musei vaticani, spiega: «Quando riusciremo a far capire che il deposito “è” il museo, parte costitutiva e irrinunciabile al pari delle opere esposte, sarà sempre troppo tardi; è il luogo dove le opere, stressate da lunghi viaggi, si riposano»(2). Una recente mostra ha esposto, a Palermo, alcuni di questi oggetti: il catalogo spiega che i magazzini «sono il cuore del museo; indispensabili alla sua vita. Il percorso espositivo è la “punta dell’iceberg” del patrimonio che è custodito nella collezione», e il deposito ne costituisce l’indispensabile serbatoio. Serve non solo per mantenere, e abitualmente per mantenere bene, con tutti i sacri crismi, ciò che di solito non è nelle sale; ma per sostituire un quadro che parte per una mostra, o che va in restauro. Se il percorso espositivo di un museo racconta una storia (e non solo dell’arte), con quanto è nei depositi se ne possono narrare altre: approfondire temi o periodi. E poi, basta con il mito che, là dentro, vi siano infiniti capolavori; Bruno Zanardi, restauratore famoso, si domanda se «i vari “Maestro del Farneto”, Jacopo Loschi, Pietro Sparapane da Norcia, Pietro Ruzzolone, Antonio Viviani detto “il sordo di Urbino” e via “minoreggiando”, aumenterebbero a dismisura»(3) i visitatori dei nostri musei. E si dà una risposta implicita, s’intende negativa.
Ormai, le mostre con quanto è di solito nei depositi si rincorrono dappertutto: i magazzini non sono più illustri sconosciuti, nemmeno per il grande pubblico. E si rincorrono anche le cifre, chissà quanto fondate. L’Egizio di Torino esporrebbe solo un quinto di quanto possiede; palazzo Madama, un decimo; agli Uffizi, milleottocentotrentacinque opere in mostra e duemilatrecento nei depositi. Ma il vizietto (che tale non è) non è soltanto nostrano: a New York, il Guggenheim mostra l’8% di quanto conserva, 9% il Prado, 10% il British Museum. In compenso, è italica diceria, e sempre più spesso ribadita, che i magazzini siano ignoti e infrequentabili. In parte sono invece on line gli “oggetti di riserva” fiorentini, catalogatissimi e studiabili quelli degli Uffizi; possono essere visitate le diciotto sale dei depositi di Palazzo bianco, a Genova, con duecentoventiquattro opere di cui si cura amorevolmente Piero Boccardo: i dipinti sono disposti più fitti che nell’itinerario dell’esposizione, c’è anche qualche buon autore, e si segue un autentico percorso, per nazionalità e periodo degli artisti; nel 2010, soltanto con quadri della riserva, è stata organizzata un’interessante mostra Storie di passioni, di amori e tradimenti.
Anche a palazzo Madama, a Torino, i depositi non sono “off limits”; e forse, i più belli sono quelli delle ceramiche, ordinate nelle bacheche, dismesse, dell’antico museo, con un piacevole sapore d’“antan”. Ma un primato spetta alla grande vetrina circolare pensata da Jean Nouvel al museo parigino di Quai Branly: è all’ingresso, e rimuove subito qualsiasi barriera con il visitatore. Anche la pinacoteca di Brera a Milano ha inserito uno “storage” nel percorso di visita; alla Galleria Borghese di Roma, i depositi da decenni sono aperti; l’Ermitage di San Pietroburgo ha creato fuori città un mega magazzino che si visita, ed è ora un centro culturale frequentato; anche quelli del Metropolitan sono accessibili, e attraverso parte di essi passano addirittura i visitatori. E si potrebbe continuare a lungo.
È evidente che ben diversi problemi possono esistere a livello locale, e che, nel passato, qualche buona scoperta è stata compiuta anche nei magazzini. A Venezia, al piano più alto di Palazzo ducale, c’è ancora un luogo dove sono state stivate le tele nell’Ottocento, quando i francesi s’impadronirono della città e distrussero centinaia di luoghi religiosi; trecentocinquanta dipinti non più visti da allora, ma conservati in locali e in modo ormai perfetti. Non sono opere fondamentali, anche se con esse si potrebbero organizzare, forse, interessanti esposizioni (ci sono i ritratti di decine dei procuratori di San Marco, la carica più elevata della Serenissima dopo il doge); ma uno studioso, negli anni Venti del secolo scorso, vi ha identificato La creazione degli animali di Tintoretto, che proveniva dalla Scuola della Trinità. Però, erano, appunto, gli anni Venti.
Tutt’altro discorso riguarda invece i magazzini dei musei archeologici. Perché questi istituti sono assolutamente legati al territorio. Le loro “riserve” rappresentano il naturale deposito di tutto quanto si ritrova negli scavi della zona. Tutto, ma proprio tutto. Se uno studioso vuole sapere che cosa esattamente è stato recuperato nel tal scavo di dieci o più anni fa, se per caso su un bucchero ritrovato vi fosse non so quale segno inciso, sa dove cercare. Ed è giusto che sia così: più che magazzini, sono degli archivi. Qualcuno si sognerebbe mai di esporre tutto ciò che un archivio contiene? Sarebbe impossibile, terribilmente minuzioso e dispersivo; non attirerebbe nemmeno il più masochista tra i visitatori di mostre. Nei magazzini archeologici, dunque, vi sono migliaia di buccheri, moltissimi spesso perfino identici tra loro; ma ci devono stare, perché se qualcuno vuole esaminare quel dato scavo deve poterlo fare, e non si possono esporre se non in minima parte. Pensate a quale quantità di frammenti sono stivati sicuramente là dentro. Anche qui esistono, tuttavia, moltissime differenze. A Roma, sono ancora in cassa, circa novecento, gli oggetti degli scavi di quando l’Italia unita arrivò nella capitale dei papi; ma, in questo caso, perché l’Antiquarium comunale, mentre si costruiva la prima metropolitana della città, fu lesionato; e nel 1938 l’edificio andò fuori combattimento: da allora, Roma non ha avuto un altro Antiquarium. E in quelle casse sono state compiute importanti scoperte: la bambola romana e il corredo della Crepereia Tryphaena, oppure il frontone del tempio di Apollo Sosiano, oggi esposto alla Centrale Montemartini. E all’Eur, visibile solo agli studiosi, è la Forma Urbis di Roma antica, pure importantissima(4).
Insomma, nei depositi dei musei archeologici sono ancora possibili interessanti scoperte; Sabatino Moscati diceva, forse non troppo celiando, che «gli scavi migliori avvengono proprio lì», e però lui stesso è rimasto vittima di una singolare e divertente beffa del destino. In Sardegna, Giuseppina Manca di Mores, studiando le terrecotte del tempio di Antas, a Fluminimaggiore vicino a Iglesias, ha scoperto la più antica raffigurazione del Sardus Pater, il mitico fondatore dell’isola che si fonde conla figura altrettanto mitica di Iolao, con il suo curioso cappello di piume: stava preparando un lavoro per un libro coordinato da Mario Torelli, che uscirà nel 2014 per l’Accademia nazionale dei Lincei, e si è avventurata tra le casse con dentro i frammenti mai studiati degli scavi condotti nel tempio forse più significativo di tutta l’isola, punico del 500 a.C. e dedicato al dio Sid Addir, forse dove era già un luogo di culto nuragico per il dio delle acque. Antas fu ristrutturato per volere di Augusto, e restaurato nel 200 d.C. durante l’impero di Caracalla; conteneva una statua gigantesca: a giudicare da un dito ritrovato era alta almeno tre metri ed era forse del Sardus Pater che, ora si sa, campeggiava con Eracle sul frontone. Gli scavi principali in loco sono del 1966, ma i risultati sono rimasti in buona parte nelle casse. Li dirigevano due famosi archeologi, Gennaro Pesce e appunto Moscati.

(1) T. Montanari, Opere d’arte, o nuove escort culturali?, in “Il Fatto quotidiano”, 25 giugno 2013.
(2) In un’intervista a Vittorio Zincone, su “Sette” del “Corriere della Sera”, giugno 2011.
(3) B. Zanardi, I conti sbagliati, in “Il Mulino”, 8 agosto 2012.
(4) Cfr. F. Isman, In mille casse sta il passato della città, in “Art e Dossier”, n. 283, dicembre 2011, pp. 28-31.

 

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