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Con il passo di una ballata, Mia moglie e io, il debutto letterario di Alessandro Garigliano (in uscita in 26 ottobre per per LiberAria Edizioni), mette in scena un protagonista che fa i salti mortali affinché la mancanza di lavoro, e dunque di realizzazione personale, non lo annienti del tutto. Seguendo il ritmo di un montaggio alternato, il protagonista si inventa un mestiere e, con la moglie, mette in scena atti efferati. I due interpretano cadaveri, immaginando le loro storie, e girano cortometraggi che sperano possano dare loro, un giorno, una parossistica notorietà. A questa narrazione si unisce quella dei lavori che il protagonista svolge a tempo determinato: le esperienze da manovale, da commesso libraio e da orientatore. Lavori esercitati con sovrumano impegno e ossessiva epicità. La ballata incede con un registro umoristico: humor nero che informa e deforma. La danza si svolge tra il protagonista e la propria sconfitta, la depressione, che assume di volta in volta sembianze diverse fino a mostrare la sua vera identità ovvero quella di una donna con la quale il protagonista instaura un rapporto sensuale e perverso, di repulsione e attrazione. Il controcanto di una tale esistenziale lotta per la sopravvivenza è la dolcissima storia d’amore con la moglie del protagonista: la sua anima complementare. Speculativo lui, pragmatica lei; astrattamente furioso l’eroe, altrettanto dialogante l’amata: pur essendo precaria, insegnante di scuola media, dimostra al marito la possibilità di salvezza.

L'AUTORE - Alessandro Garigliano è nato nel 1975 a Catania, dove vive. Ha lavorato in ambito editoriale. Collabora con minima&moralia. Ha creato e cura il diario culturale liotroblog.com.

LEGGI SU AFFARITALIANI.IT UN ESTRATTO DAL CAPITOLO "MIA MOGLIE E IO"


Reagivo sprofondando in uno stato di insicurezza, minato da rimorsi e rimpianti. Sentivo vortici di decadenza spirare ogni giorno nel vuoto tra il materasso e il piumone. Voltandomi e rivoltandomi, con in mano un libro o un giornale, leggevo dappertutto della crisi annunciata, la mobilità e l’emigrazione coatta. In quei momenti mi figuravo di avere come compagna la morte, giacente al mio fianco, sovrana di tutto. Era una depressione aggraziata che entrava in punta di piedi, mi avvolgeva con braccia giganti e, sebbene sentissi che poteva strozzarmi, nella mia perversione recente, in quei giorni di magra, quando l’impegno sociale si faceva sempre più rado, quell’ombra di morte pareva infondermi una sicurezza deviata, una rassegnazione impotente dentro cui potevo cullarmi come un malato ebbro della sua malattia: rannicchiato sul letto al riparo dal mondo ingeneroso là fuori.
A volte invece si era spalancato dentro di me un vuoto che sembrava potersi colmare con la speranza, uno spazio sterminato di libertà all’interno del quale avevo creduto di potere costruire progetti, di inventarmi orizzonti. In quello stato sospeso si era infiltrata la folgorazione che mi aveva illuminato la mente, l’idea geniale che stavamo rappresentando nel finto set di casa nostra. L’intuizione che avevo avuto guardando CSI (serial tv che non avrei mai visto se non per tenere compagnia a mia moglie, per consentirle di poggiare sdraiata sul divano la testa sulle mie gambe), l’avevo elaborata grazie all’ozio in cui avevo trascorso giornate inutili. Pensare che, a ogni episodio, due o tre attori erano pagati per apparire mummificati o per essere squartati dal medico legale, aveva messo in moto la mia creatività. E avevo reso felice mia moglie prospettandole i cadaveri quali protagonisti dei nostri cortometraggi, la realizzazione di perfetti provini per CSI: dovevamo interpretare i morti ammazzati.
Mentre cominciava a spogliarsi, non riuscivo a trattenere l’amata erezione spontanea. Non c’era da parte sua nessuna forma di seduzione femminea, lasciava volare gli indumenti come fosse una noia da dissipare: tutto quel nero di cui erano tinti i vestiti, il maglione, la gonna, le scarpe, tutto quel nero snellente che, data la mia situazione frustrata e immobile, la rendeva ai miei occhi una vedova sacra, andava ad ammassarsi di lato morbido e inerte. Adesso toccava fingere nella finzione. Mentre si dovevano mettere in scena le vittime di atti brutali, a me toccava dissimulare il mio atto d’amore. Mia moglie senza nessuna malizia seminuda di fronte e io acquattato in agguato che simulavo la ricerca del migliore punto di vista, giocherellando con la videocamera senza avere al momento, in realtà, nessuna intenzione di fare il regista. Ero solo felice di sentirmi vivo in quell’attimo, continuando a percepire il serpeggiare languido che mi attraversava come un solletico la carne, la riscossa del corpo come fosse in tripudio. Dandomi lei sempre le spalle potevo ammirare i capelli d’oro nero che partivano lisci dalla scriminatura centrale, per muoversi in piccoli riccioli sotto la testa. Mi avvicinavo pian piano senza sembrare. Non avremmo dovuto nemmeno spalmare di cerone il corpo della protagonista, perché la pelle che osservavo sempre più da vicino era di un candore tale da farmela associare alla purezza di una tazza di latte a colazione, alla pelle diafana di un infante, alle mura imbiancate di fresco di una casa mai abitata. E se la lucidità che a sprazzi riaffiorava me la ridava gelida, perfettamente compenetrata nel ruolo che aveva da interpretare, il desiderio di averla trasformava il suo corpo in un magnete capace di svuotarmi d’ogni energia, pronto a crollare ovunque dentro di lei. Mia moglie invece sembrava raccolta in pace tutta dentro se stessa. Sebbene non riuscissi ad ascoltare quel che diceva, la sentivo canticchiare; tra gli altri indumenti ammucchiati vedevo, senza guardare, aggiungersi reggiseno e mutande. Fino a quando non andava in picchiata sul materasso, contorcendosi alla ricerca delle posizioni più astruse, liscia e nuda come una palla pazza toccava un punto con una forma, per poi balzare in un altro punto articolando lesta una figura diversa.
A lungo andare però sentivo incombere di nuovo le ombre del vuoto e dirottavo l’attenzione sulla performance in atto.
Distesa nella posizione concordata all’inizio, suggerivo di allargare un poco le piccole gambe perché dovevamo ricostruire il collasso degli arti inferiori che erano piombati esangui contro il letto dopo avere avvinghiato una circonferenza enorme di lardo. Quindi non tenderle in modo rigido come se fossero ancora in funzione i muscoli, ma lasciare che le ginocchia si arcuassero naturalmente quale effetto di un’inerzia residua. Rimaneva in silenzio assecondando i consigli, muovendo le gambe e assestando con impercettibili movimenti la geografia dell’intero corpo in armonia col cambiamento subìto. Il seno recitava con una professionalità che nessun’altra parte del corpo riusciva nemmeno lontanamente a imitare, si afflosciava come un grande attore che simula uno svenimento altero. Le piccole smagliature che ne cicatrizzavano l’attaccatura al torace gli conferivano quel tocco espressivo in più, testimonianza di un amore sofferto o di chissà quale altra avventura goduta fino in fondo.
Ora toccava a me selezionare il punto di vista adatto. Mi spostavo a scatti ispirati con la videocamera in mano, prima a destra dall’alto per una visuale obliqua, rendendomi però subito conto che il profilo non dava alla scena un taglio adeguato: il corpo ripreso così sembrava emanare impensati fluidi vitali. Provando e riprovando a qualsiasi altezza e a diverse distanze scoprivo in realtà che l’angolatura che spiava il corpo di lato riusciva a riesumarlo come se lo sguardo fosse quello di un carnefice che attendeva che il proprietario del corpo si svegliasse per abusarne con quanta più violenza possibile.
Scattava in quell’istante la sensazione che potessi riuscire a elaborare un punto di vista rivoluzionario, considerato il soggetto del cortometraggio. Supplicavo mia moglie di immobilizzarsi perché l’avrei immortalata, era il caso di dire, in una posa sempiterna. Vedevo il cadavere di mia moglie rivoltarsi attraverso una mano che frullava in segno di spregio. Lasciavo cadere la provocazione, riflettendo su come realizzare quanto avevo intuito.
Innanzitutto dovevo procurarmi una scala, e questo non era un problema; l’ottima e costosa scala a pioli in ciliegio tornava utile per ogni occasione. Salito fino all’apice non avrei dovuto commettere l’errore di limitarmi a riprendere la scena dall’alto ma in diagonale; dovevo altresì allungarmi schiacciando contro il tetto la schiena perché il punto di vista fosse perpendicolare. Il senso dell’inquadratura doveva espandersi in una dimensione assoluta. Con un simile punto di vista non solo schiacciavo la carcassa distesa incarnando l’obeso incriminato: avrei anche creato una sorta di movimento ascendente verso il mondo ultraterreno, rappresentato laicamente dalla massima possibile altezza: il tetto di casa.
Ero in estasi.
Andando avanti e indietro con lo zoom cercavo di far coincidere il profilo del materasso con la cornice dell’inquadratura in modo da avere un’immagine piena. Lo spettatore si sarebbe trovato davanti per alcuni secondi una scena con un soggetto quasi bidimensionale, appiattito di fronte allo schermo durante lo scorrere dei secondi: una linearità pari solo all’azione maestosa, cinica e semplice della morte.
A questo punto potevo chiedere soddisfazione. Scendendo dalla scala quasi cadevo nello slancio per avventarmi contro la mia distante metà. Adesso non poteva né doveva rifiutarsi di concedere tutto l’amore che aveva in faretra. Adesso bisognava azzuffarsi ignari di qualsivoglia forma di sesso, ma vicini a odorarsi, a sondare e scoprire come l’intera esistenza potesse solo concentrarsi e dilatarsi gridando l’orgasmo con una paura che si liquefaceva infine attraverso la gioia.
Eppure resisteva.

(continua in libreria...)

Tags:
alessandro garigliano"mia moglie e io"liberaria edizioni
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