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Culture

L'Italia, come buona parte del mondo occidentale, sta facendo i conti con una polarizzazione tra (sempre più) ricchi e (sempre più) poveri.

Un'ingiustizia profonda che innesca una spirale negativa sull'intero ciclo economico: la ricchezza nazionale tende a decrescere, la propensione al consumo del ceto medio si abbassa, la recessione si abbatte sulla società. Serve un nuovo ciclo di sviluppo, spinto da nuovi soggetti vitali che pure iniziano a germogliare nel Paese, e accompagnato da una politica meno rozza e inconcludente, e soprattutto più competente.

Siamo sopravvissuti alla Grande Crisi, che rischiava di travolgerci, grazie a una delle nostre migliori qualità: la capacità di adattamento. E siamo stati investiti, come società, da una rivoluzione di carattere innanzitutto antropologico. Abbiamo coltivato più sobrietà, più razionalità, più misura, come stanno a dimostrare alcuni cambiamenti negli stili di vita e tutti gli indicatori dei consumi. Allo stesso tempo, però, è cresciuta una perdita di senso che ha alimentato rabbia, invidia sociale, pulsioni senza regole, indifferenza.

Siamo il popolo della sabbia, fragile per definizione, polverizzato, esposto ai rischi prodotti dal potere cieco dei mercati, dal furto della sovranità, dalla crisi della rappresentanza. Le tre grandi fratture che segnano l'Italia di questo tempo.

Il vento soffia sul popolo della sabbia, crea dune e avvallamenti, scatena tempeste.
Resistere non basta, e certamente non rende felici.

 

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