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Culture

 

 

ALBERTO COLANGIULO

di Alessandra Peluso

Un brivido lungo la schiena  percorre i due adolescenti Vasco e Riccardo, detto Fischio quando - durante la festa di Sant'Agata - assistono ad un omicidio.

In una sera calda e umida d'agosto nel Basso Salento la folla attende impaziente l'uscita di Sant'Agata dalla chiesa per prender parte alla processione, un rito molto atteso e sentito dalla gente del luogo che resta atterrita nel vedere all'improvviso che don Gino non c'era più a celebrare il sacro rito. Da una tranquilla e abitudinaria realtà ad un burrascoso evento che sconvolge l'intero paese: l'omicidio del parroco.

È un racconto a tinte gialle quello che si legge in “Il tesoro di Sant'Ippazio”  di Alberto Colangiulo. Scene abilmente descritte che si susseguono creando suspense nell'attesa di conoscere l'assassino, diverte il maresciallo Gerardi e il suo aiutante Verzin così come i riti e le superstizioni che costituiscono il tessuto sociale salentino.

Cominciano le indagini serrate intorno alla chiesa di Sant'Ippazio, accanto alla quale vi era solo un giardino con una villa abbandonata e una piccola abitazione di una bellissima signora, Maria. Ma poiché niente è come sembra stupisce e affascina il romanzo e i personaggi che ognuno con una personalità rendono la trama molto interessante e accattivante.

Folcloristiche le scene alle quali si assiste nel vedere il maresciallo e coloro che sono interrogati tra i quali la stessa signora Maria, il sagrestano, la perpetua.

Il sagrestano Rocco de Salve, detto 'Zu, viveva da solo in chiesa tenendola in cambio pulita e splendente come un gioiello, la statua di Sant'Agata è sempre brillante di lucido. “La mattina presto è sempre fuori che pulisce il sagrado, ogni dodici di agosto lo lava addirittura con il sapone profumato e dopo aver ricavato una specie di cera con l'incenso la strofina negli angoli nascosti dentro e fuori dalla chiesa. Quando il sole scalda, la cera si squaglia rilasciando l'odore di incenso e così crea un'atmosfera di miracolo”. (p. 84 e s.).      

Si cela un fitto mistero dietro questi riti che sembrano riprendere tradizioni e profezie medievali. Magia, esoterismi sono l'emblema del romanzo “Il tesoro di Sant'Ippazio” che attrae il lettore stregato da odori e riti che inneggiano al sacro. Sembra che ogni cosa sia avvolta dal mistero anche gli stessi Vasco e Fischio, giovani ragazzetti, probabili testimoni di un delitto. 

Alberto Colangiulo esordisce in modo singolare raccontando tra finzione e verità una storia intricata e misteriosa attorno ad un delitto che nasconde un mondo sommerso di riti e tradizioni.

Scritto con uno stile decoroso che crea il giusto pathos pagina dopo pagina tiene il lettore senza fiato sino alla conclusione della storia che non è per nulla scontata, ma anzi ricca di colpi di scena ai quali gli stessi protagonisti - come il maresciallo Gerardi - assistono attoniti.

«Non tutti gli errori portano dispiaceri. Ci sono errori che portano gioie» aveva esordito la signora Spiridione, la madre di Vasco, alla luce della notte dell'Assunta, infilando le dita nei ricci del figlio e accarezzandoli come aveva fatto poco prima il padre. (p. 187). E non è certamente un errore il romanzo di Colangiulo che conquista come un tesoro invitante e irresistibile.

Il tesoro di Sant'Ippazio” abbaglia e mistifica: la vita di Ippazio è narrata con amabile cura nella quale si destreggiano le vicende e i personaggi degni di un giallo a cinque stelle.  

 

 

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