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Culture
In un libro la testimonianza dei militari italiani internati nei campi nazisti

di Antonietta Fulvio

 “Né un preavviso né un preallarme, all’improvviso non sapevamo da chi doverci difendere, se dagli inglesi o dai tedeschi. Era una domanda la nostra che non aveva risposta fino a quando i tedeschi non ci hanno radunati chiedendoci di restituire le armi. Comincia da qui una pagina buia per l’esercito italiano e soprattutto per questi soldati gli IMI, internati militari italiani, che si vedono traditi disprezzati e dimenticati”. E comincia così il lungo racconto di Nicola Santoro che nel libro “Internato 159534”, edito da Il Raggio Verde, raccoglie le sue testimonianze insieme a quelle di Fernando Simeoni. Due giovanissimi militari italiani che il destino fa incontrare nel campo di lavoro di Treuenbrietzen a 40 km da Berlino nell’area industriale. I suoi ricordi, che il tempo non ha offuscato, si intrecciano con gli appunti annotati sul diario di Fernando: si ricostruiscono pagina dopo pagina circa due anni di prigionia, i giorni scanditi dal lavoro coatto e dalle umiliazioni, i morsi della fame e quelli delle cimici, i bombardamenti, le repressioni, infine, la liberazione con il fortunato rientro a casa e la voglia di dimenticare. Ma poi più forte il desiderio di quel viaggio a ritroso che è recupero della memoria specie di “tutti quegli internati il cui nome si è dissolto ma il cui valore ancora oggi è esempio di redenzione per l’Italia”.

Ma chi erano gli IMI?

I.M.I. fu il nome dato dalle autorità tedesche ai soldati italiani catturati, rastrellati e deportati nei territori del Terzo Reich nei giorni immediatamente successivi alla proclamazione dell’Armistizio di Cassibile, l’8 settembre 1943. Nicola Santoro nel 1843 aveva appena 19 anni e si ritrovò a condividere l’atroce esperienza della prigionia insieme a Fernando Simeoni il cui diario integra il volume, corredato da una ricca appendice documentaria e impreziosita dal disegno che gli studenti del Liceo Classico “Colonna” di Galatina hanno realizzato per Nicola Santoro dopo aver ascoltato la sua storia.

Sono pagine dolorose, testimonianza degli stermini perpetrati nei campi di concentramento in virtù di una “soluzione finale” che costò la vita a circa sei milioni di ebrei. “Noi italiani venivamo portati nei campi di lavoro e sopravvivevamo. Campi di lavoro, perché, secondo l’idea di Hitler, gli italiani che avevano tradito dovevano lavorare per l’armata tedesca e fornire armi e munizioni alla stessa”. Solo per questo venivano risparmiati. Gli Imi erano manodopera da sfruttare: dodici ore al giorno senza sosta per un litro di brodaglia e qualche volta un pezzo di carota o una patata e il riposo solo la domenica che coincideva con un digiuno, anche quello forzato. Pagine intense e dolorose per rompere il silenzio. Far conoscere le vicende che Nicola, Fernando e tantissimi altri hanno vissuto sulla propria pelle. “Insieme, danno voce alla tenace, coraggiosa, non minore “Resistenza” degli IMI, che in stragrande maggioranza non cedettero alla proposta di continuare la guerra accanto ai nazisti  – si legge nell’introduzione del presidente del consiglio regionale di Puglia Onofrio Introna.

Furono 650.000 gli Imi che scelsero coraggiosamente di non collaborare con i tedeschi e i fascisti. Con il loro “no” accettarono condizioni disumane di prigionia che per circa 50.000 di loro significarono la morte. Tra questi vi furono anche i 127 italiani trucidati dai soldati della SS il 23 aprile 1945 a Treuenbrietzen.

Gli italiani non vollero venir meno al giuramento di fedeltà alle Istituzioni, difesero la dignità personale e l’onore delle forze armate italiane – continua Introna. Si opposero alla violenza, tennero idealmente alto il vero Tricolore, preferirono affrontare le sofferenze piuttosto che tornare a combattere a fianco di chi negava i diritti umani e in Russia aveva mostrato ai nostri soldati il volto di massacratori senza pietà di ebrei e slavi. In questo senso gli IMI entrarono a pieno diritto nella Resistenza.”

Fernando Simeoni rientrato a casa non trovò più i suoi genitori, morti durante un bombardamento anglo-americano. Assunto in servizio al Comando Generale della Scuola di Guerra di Civitavecchia come coadiuvatore superiore fino al momento del pensionamento è scomparso nel 2010 ma se fosse ancora vivo condividerebbe la missione che Nicola, oggi novantenne, dedica al recupero della memoria per testimoniare ai giovani tutta l’atrocità e l’assurdità della guerra. Nato a Cursi (Lecce) il 22 febbraio 1924, Nicola Santoro fu arruolato nel 1943 con l’incarico di marconista del Genio Militare presso la caserma di Udine. Da Imi trascorse due anni circa nel campo di lavoro di Treuenbrietzen e, dopo la sua liberazione, dal 1948 al 1979, ha lavorato per le Poste Italiane, prima come impiegato poi come direttore. Da sempre antifascista ha militato nel partito della Democrazia Cristiana e si è impegnato nel suo paese come amministratore comunale dal 1955 al 1975. Nel 2010 in occasione della Giornata della Memoria ha ottenuto il riconoscimento della medaglia d’onore.

Questo libro che raccoglie le memorie di Nicola Santoro, internato 159534, fornisce un contributo di grande rilievo per la conservazione della memoria delle vicende per troppo tempo dimenticate di questi soldati che lasciati a se stessi dopo l’8 settembre si trovarono ad affrontare da soli la marea montante di una storia che la società avrebbe cercato, subito dopo, di rimuovere. Spiega nella prefazione Loredana Di Cuonzo dirigente del Liceo Classico “Giuseppe Palmieri” di Lecce, tra gli istituti scolastici che, negli anni Nicola, accompagnato dal figlio Edoardo, ha voluto visitare portando agli studenti del Salento la sua testimonianza di prigioniero “convinto che alla coscienza delle barbarie che si sono prodotte nel 900 deve integrarsi la coscienza per la pace che progredisce”.

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