Morpurgo, partiamo da "L’Autoritratto" (uscito nella collana Le Arti di Edizioni Falsopiano), pièce che nella sua introduzione Massimo Marino mette in relazione a "Finale di partita" di Samuel Beckett e alla famosa serie di contorte, lacerate figure nelle quali Francis Bacon fissa il proprio volto... Com'è nata l'idea della pièce?
Ero ragazzo – ma già mi affascinavano le senescenti immagini dell’Impossibile. Cosa di più inverosimile che l’autoritratto di un cieco? Sottolineo: non il semplice e forse banalissimo fatto che un cieco dipinga – del resto, non scrive forse, il sottoscritto?… - ma proprio e soltanto: che si ritragga, ‘sapendo’ o ‘ignorando’ che la sua interrogazione della Materia non potrà mai offrirgli quella risposta che soprattutto nella tradizione tomistica prendeva il nome di adaequatio intellectus et rei, cioè la corrispondenza (isomorfismo) della Copia (conoscenza) alla Cosa (Oggetto). Quel che più ingegneristicamente ma meno ingegnosamente siamo ormai assuefatti a chiamare: feedback.

Che ruolo gioca la ricerca filosofica ne "L’Autoritratto"?
Quello del monologhista: che dopo essersi a sé rivelato e esposto, si presenta al pubblico – eventualmente afono, rigorosamente solo e diffidente, solistico regista.     P.S.: per un lettore di cose filosofiche da sempre appassionato al tema della testimonianza e della relazione verità/verosimiglianza, non c’era tema più indicato né più fascinoso di quello inerente la capacità delle parole di sostituirsi alle immagini. Tecnica che nel caso presente dimostra come sotto le braci della Descrizione pulsi vivente e infernale la trama di un’Altra Creazione. Quella stessa che il logos cerca di abbandonare ammaestrando il mito affinché apprenda a  credersi pura favola. E tuttavia il problema è quello stesso dell’Argumentun ornitologicum di Borges e del coleottero di Wittgenstein: se solo io vedo determinate creature (uccelli in visione, coleottero in scatola…), che parte rimane a chi mi legge o mi ascolta – quale luogo rimarrebbe a me, se quel lettore e quell’ascoltatore fossi io? Credere, o non credere: questo l’amletismo che Walter, il descrittore vedente, infligge a Egon il pittore cieco. Pur imbarazzandomi in questo preciso caso il ricorso al primo pronome personale, io appositamente scelsi – quando, adulto, toccai il manoscritto redatto una ventina d’anni prima, che algebrizzava la materia etichettando i personaggi con le lettere A puntata e B puntata – scelsi dunque per quelle rinate ex-lettere i nomi di Walter (tedesco che contiene e abbraccia il latino Alter) e Egon (tedesco che abbraccia e contiene il latino Ego). L’Altro e l’Uno, si potrebbe pensare che siano ‘strani pronomi’ per uno stesso nome, il quale però mai non potrebbe venir nominato: quasi che, nel suo peculiarissimo caso, il fatto di essere un nome gli impedisca di avere un portatore.

Nella sua introduzione al volume, Massimo Marino scrive che "la cecità diventa metafora di un’impossibilità di conoscere". "L’Autoritratto", non a caso, ha suscitato interesse nel circuito Unione ciechi (e non solo), e presto potrebbe debuttare a Milano all’Istituto dei ciechi: può fornirci qualche dettaglio in più?
Sì. La pièce (che effettivamente debuttò nel 2008 a Milano, allo Spazio Zazie di Fabio Mazzari, il quale poi sulla mia pièce scrisse un bellissimo e personalissimo ricordo, ora compreso nel volume) fu scelta tre anni dopo dalla direzione di Dialogo nel buio dell’Istituto dei ciechi di Milano per il ciclo Teatro al buio, e avrebbe dovuto debuttare esattamente due anni fa, nel gennaio 2011. Stante forse anche la mia irremissibile estraneità alla Milano da bere, da mangiare o da digiunare, il fatto è che la mia mancata carriera affaristico-diplomatica – e la concomitante scelta di essere e fare lo scrittore (ciò che fra l’altro comporta una certa qual licenziosità morale: per il ‘povero nella città’ – lo si voglia poi immaginare a braccetto con un volumetto di Baudelaire, di Ungaretti o di Walter Benjamin - la questione non è tanto che il Tempio sia zeppo di mercanti, quanto piuttosto e proprio: che sia stravuoto di Fustigatori) – dette generali circostanze mi esposero, dicevo, a più riprese al pavido occulto e ipocrita ludibrio di chi operò in senso opportunistico, e pur avendo l’arrosto a portata di mano e di dono, si accanì nella vendita del fumo. Fu così che io – i nomi di quell’ennesima vergognosa vicenda non sono abbastanza notevoli per ambire a una menzione scritta – venni barbaricamente boicottato a un terzo delle prove (che si svolgevano proficuamente nel bel vestibolo della mostra di Dialogo nel buio, presso il suddetto Istituto), e sempre io venni ricattato secondo la più vergognosa e feudale costumanza italiana per tramite di una sedicente e meneghina scuola di teatro. Il debutto, coraggiosamente annunciato allora dai suoi lungimiranti ospiti, non ha ancora avuto luogo: né io so se, stante tutto il passato che mi concerne, io possa ora, colloquiando con un pubblico ancora innocente, promettere, presagire, profetizzare – farfugliare che, sì, prima o poi L’Autoritratto sarà carne e scenico spirito anche in quella avventurosa versione: al buio, con sole immagini sonore e tattili e forse anche olfattive, e per un pubblico finalmente il più unanime, di vedenti e non vedenti e, ne avessero la voglia cioè la follia, di ‘udenti e non udenti’.

Scrive sempre Marino: "La cecità si scontra con l’idea di sé tradotta in forma pittorica". Com'è nata l'idea di questo incontro-scontro tra cecità e arte pittorica?
In origine era il verbo? Ma forse più la mano. Senza tale simultanea antecedenza non si intelligono né il dio insufflatore (vocale) dei Giudei né tantomeno quello architetturale (visivo) degli Attici. Non si dà nulla che non sia letteralmente o metaforicamente operato da una mano, creatrice o devastatrice essa scelga poi di rivelarsi. E la pittura, la sua origine – come il fiume alla sua sorgente è terra e foglie, e già acqua che ancora però come tale non appare, né si beve o ci lava – così, e sin troppo similmente, la pittura è innanzitutto scultura, e ben prima: onanistico contatto con una tela che fu e poi tornò a essere federa, lenzuolo, sudario. La Sacra Sindone cos’è in fondo? Una stele di Rosetta un po’ più labile, velleitaria, e intrigante. Anziché riferire i tre codici del geroglifico, del demotico e del greco, di uno soltanto si fa essa latrice: di un volto che non appare certo più nettamente definito della o distinto dalla testura della materia che ne sgrava l’epifania. Vaghi o eccelsi il linguaggio, egli che transita senza pudore dall’icona all’etichetta, quanto il disegno il quale gioca, morbosa e perversa ombra, a nascondino con il supporto. E pare quasi mormorarci: io il supporto non lo sopporto… io cerco di evadere… io di esistere. Ed ecco il ‘mio’ dipinto: uno che, fatto da chi non potrà mai vederlo, scritto da un altro che nemmeno avrebbe potuto dipingerlo, ne ricambia l’azzardo prendendo il largo, e esistendo nella forma della mancanza. Sulla scena, difatti, il dipinto altro o altri non è che la Quarta Parete. Quella che, lasciando vedere l’Altro, non può mai apparire e lasciar vedere Sé Stessa (ma non si gridi iddio ci scampi al sacrificio d’una nuova universata Ifigenia sul nuovo altare del Palcoscenico!....).

Lei è un appassionato autore di aforismi. A questo proposito, Edizioni Falsopiano nei prossimi mesi pubblicherà "Pregiudizi della libertà I e II", ristampando il primo volume e dando a tipografica luce il secondo dei numerosi volumi ancora inediti della raccolta. Quali novità dobbiamo aspettarci? Nell'era dei 140 caratteri di Twitter, l'aforisma è tornato di gran moda...
Le mode non sono, se non la ricorsività della vergogna. Ecco una nuova incursione nel campicello del dire, che nessuna avventura agrimensurale ha mai sinora ridotto alla forzosa camicia dei confini fondiari. Effettivamente questo mio antichissimo idolo si è mutato in feticcio: del che impunemente mi dolgo. Il colossale e sempre agonizzante cetaceo del Vuoto, la cui voracità è pari alla dismisura del suo infinito Apparato Digerente, si nutre di tutto, specie quando quel tutto sia il nulla. E, dopo aver abusato del Romanzo, del Melodramma e della Sinfonia – ma anche degli slogan, delle gang-slot, delle parole d’ordine e di appisolati, soporiferi contrordini – ecco che si dà un tono dandosi alla Cultura. Genere detestabile: ipocrita ipostasi: specie senza individui, che io personalmente cioè in solitudine detesto sin dall’età della ragione mia, più o meno da che son maggiorenne e diplomato (essendo un anno avanti a scuola, le due date coincisero) . (Per la laurea, viceversa, ritenni di dover risarcire la tempestività di cui avevo, pur involontario, abusato a cinque anni, infliggendo ai miei Esaminatori quell’accademico Quarto di Secolo che mi confermò – così a tutti parve – degno di seguitare nella coltura dell’Ars retorica). Tornando all’Oggi, io non ravviso obiezioni legittime a che le Ragazzine di Provincia, le quali quotidianamente salgono sul 14 o sul 144 per recarsi in Largo Richini o in piazzale Leonardo, sfoglino fra una pensilina e l’altra qualche battuta scartata da una caramella Ambrosoli - o scollata dal world wide web e incollata all’istante su quel francobollo gratuito che è la Lingua - anzi. Mi accontenterei di un rogo, questo sì. Sognatore impenitente, immagino che per errore qualcuno acquisti una copia del mio libro, ne annusi l’anomalia, ne subisca l’invettiva, ne sospetti il sesto grado: e, alpinista della domenica quando la domenica cade in un Ventinove Febbraio, lo getti fra i fumiganti copertoni della Sally cantata da De Andrè). In tal modo, notiamolo insieme,  brucerebbe l’eresia, in luogo dell’eretico.

Sta lavorando a nuovi progetti teatrali e cinematografici? Quali?
Effettivamente. Da anni ho nel baule due bozze monumentali per il teatro – una novela modulare destinata alla scena e che ha per protagonisti due rozzi e raffinatissimi mendicanti: il titolo deve restare segreto, come i due nomignoli, non così invece l’innovatività dell’idea. La quale consiste nell’avere il sottoscritto predisposto uno scheletro lato sensu strutturalista – diciamo, una Lisca Drammaturgica – intorno al quale e grazie al quale i miei poveri giocolieri, intrattenitori di sé al confine del tempo e dello spazio, affabulatori di vicende quasi solo cerebellari – possono, come chiedono, continuare ad libitum aspettando la fine e sine die rinviandola. Mi pare illecito invece tacere il titolo del lavoro che da quasi due anni è sulla Rampa di Lancio, e la cui correzione fece di me successivamente un Alfieri del fallimento e un miniaturista da Naviglio Grande. Cape Canaveral – un quattro più tre sulle sempre più difficoltose relazioni fra la Terra e la Torre e fra la Torre e la Navicella. Più o meno piccole cose sono poi apparse, o sul legno di un palco e/o sulla carta di minuti ma libracei copuscoli (si noti l’Omissione della R, dovuta al fatto che chi mi dovesse fare l’appello ne dovrebbe pronunciare quattro in fila…) in questi affrettati anni: L’Isola, Tubor, Bogey, L’Appello, Pioggerellina nella stanza, L’Intervista. Vive poi nel non invasivo limbo di un magazine virtuale il già abbastanza ectoplasmatico La Valle dell’Eco. Vivrà forse anche come radiodramma, registicamente curato dal sottoscritto per la Radio svizzera italiana (per la quale diressi nel 2008 proprio L’Autoritratto) - il più recente L’Aquilone – un atto unico ambientato fra le dune di una riva oceanica, semipsichiatrico e in ogni modo assai lamentevole. Per uno schermo molto piccolo – forse il mio solo! Quale scherno… - mi accingo a montare, con l’aiuto dei giovanissimi e generosi collaboratori che ne eseguirono pure le riprese, due brevi documentari, poetizzanti entrambi e assai poco istruttivi, l’uno sul gioco e l’atmosfera del Golf, l’altro sulla singolarità di un Orto Botanico gemellato con una Galleria d’arte: quelli della lariana Villa Carlotta.

 

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L'autoritratto
 

 

Morpurgo, partiamo da "L’Autoritratto" (uscito nella collana Le Arti di Edizioni Falsopiano), pièce che nella sua introduzione Massimo Marino mette in relazione a "Finale di partita" di Samuel Beckett e alla famosa serie di contorte, lacerate figure nelle quali Francis Bacon fissa il proprio volto... Com'è nata l'idea della pièce?
Ero ragazzo – ma già mi affascinavano le senescenti immagini dell’Impossibile. Cosa di più inverosimile che l’autoritratto di un cieco? Sottolineo: non il semplice e forse banalissimo fatto che un cieco dipinga – del resto, non scrive forse, il sottoscritto?… - ma proprio e soltanto: che si ritragga, ‘sapendo’ o ‘ignorando’ che la sua interrogazione della Materia non potrà mai offrirgli quella risposta che soprattutto nella tradizione tomistica prendeva il nome di adaequatio intellectus et rei, cioè la corrispondenza (isomorfismo) della Copia (conoscenza) alla Cosa (Oggetto). Quel che più ingegneristicamente ma meno ingegnosamente siamo ormai assuefatti a chiamare: feedback.

Che ruolo gioca la ricerca filosofica ne "L’Autoritratto"?
Quello del monologhista: che dopo essersi a sé rivelato e esposto, si presenta al pubblico – eventualmente afono, rigorosamente solo e diffidente, solistico regista.     P.S.: per un lettore di cose filosofiche da sempre appassionato al tema della testimonianza e della relazione verità/verosimiglianza, non c’era tema più indicato né più fascinoso di quello inerente la capacità delle parole di sostituirsi alle immagini. Tecnica che nel caso presente dimostra come sotto le braci della Descrizione pulsi vivente e infernale la trama di un’Altra Creazione. Quella stessa che il logos cerca di abbandonare ammaestrando il mito affinché apprenda a  credersi pura favola. E tuttavia il problema è quello stesso dell’Argumentun ornitologicum di Borges e del coleottero di Wittgenstein: se solo io vedo determinate creature (uccelli in visione, coleottero in scatola…), che parte rimane a chi mi legge o mi ascolta – quale luogo rimarrebbe a me, se quel lettore e quell’ascoltatore fossi io? Credere, o non credere: questo l’amletismo che Walter, il descrittore vedente, infligge a Egon il pittore cieco. Pur imbarazzandomi in questo preciso caso il ricorso al primo pronome personale, io appositamente scelsi – quando, adulto, toccai il manoscritto redatto una ventina d’anni prima, che algebrizzava la materia etichettando i personaggi con le lettere A puntata e B puntata – scelsi dunque per quelle rinate ex-lettere i nomi di Walter (tedesco che contiene e abbraccia il latino Alter) e Egon (tedesco che abbraccia e contiene il latino Ego). L’Altro e l’Uno, si potrebbe pensare che siano ‘strani pronomi’ per uno stesso nome, il quale però mai non potrebbe venir nominato: quasi che, nel suo peculiarissimo caso, il fatto di essere un nome gli impedisca di avere un portatore.

Nella sua introduzione al volume, Massimo Marino scrive che "la cecità diventa metafora di un’impossibilità di conoscere". "L’Autoritratto", non a caso, ha suscitato interesse nel circuito Unione ciechi (e non solo), e presto potrebbe debuttare a Milano all’Istituto dei ciechi: può fornirci qualche dettaglio in più?
Sì. La pièce (che effettivamente debuttò nel 2008 a Milano, allo Spazio Zazie di Fabio Mazzari, il quale poi sulla mia pièce scrisse un bellissimo e personalissimo ricordo, ora compreso nel volume) fu scelta tre anni dopo dalla direzione di Dialogo nel buio dell’Istituto dei ciechi di Milano per il ciclo Teatro al buio, e avrebbe dovuto debuttare esattamente due anni fa, nel gennaio 2011. Stante forse anche la mia irremissibile estraneità alla Milano da bere, da mangiare o da digiunare, il fatto è che la mia mancata carriera affaristico-diplomatica – e la concomitante scelta di essere e fare lo scrittore (ciò che fra l’altro comporta una certa qual licenziosità morale: per il ‘povero nella città’ – lo si voglia poi immaginare a braccetto con un volumetto di Baudelaire, di Ungaretti o di Walter Benjamin - la questione non è tanto che il Tempio sia zeppo di mercanti, quanto piuttosto e proprio: che sia stravuoto di Fustigatori) – dette generali circostanze mi esposero, dicevo, a più riprese al pavido occulto e ipocrita ludibrio di chi operò in senso opportunistico, e pur avendo l’arrosto a portata di mano e di dono, si accanì nella vendita del fumo. Fu così che io – i nomi di quell’ennesima vergognosa vicenda non sono abbastanza notevoli per ambire a una menzione scritta – venni barbaricamente boicottato a un terzo delle prove (che si svolgevano proficuamente nel bel vestibolo della mostra di Dialogo nel buio, presso il suddetto Istituto), e sempre io venni ricattato secondo la più vergognosa e feudale costumanza italiana per tramite di una sedicente e meneghina scuola di teatro. Il debutto, coraggiosamente annunciato allora dai suoi lungimiranti ospiti, non ha ancora avuto luogo: né io so se, stante tutto il passato che mi concerne, io possa ora, colloquiando con un pubblico ancora innocente, promettere, presagire, profetizzare – farfugliare che, sì, prima o poi L’Autoritratto sarà carne e scenico spirito anche in quella avventurosa versione: al buio, con sole immagini sonore e tattili e forse anche olfattive, e per un pubblico finalmente il più unanime, di vedenti e non vedenti e, ne avessero la voglia cioè la follia, di ‘udenti e non udenti’.

Scrive sempre Marino: "La cecità si scontra con l’idea di sé tradotta in forma pittorica". Com'è nata l'idea di questo incontro-scontro tra cecità e arte pittorica?
In origine era il verbo? Ma forse più la mano. Senza tale simultanea antecedenza non si intelligono né il dio insufflatore (vocale) dei Giudei né tantomeno quello architetturale (visivo) degli Attici. Non si dà nulla che non sia letteralmente o metaforicamente operato da una mano, creatrice o devastatrice essa scelga poi di rivelarsi. E la pittura, la sua origine – come il fiume alla sua sorgente è terra e foglie, e già acqua che ancora però come tale non appare, né si beve o ci lava – così, e sin troppo similmente, la pittura è innanzitutto scultura, e ben prima: onanistico contatto con una tela che fu e poi tornò a essere federa, lenzuolo, sudario. La Sacra Sindone cos’è in fondo? Una stele di Rosetta un po’ più labile, velleitaria, e intrigante. Anziché riferire i tre codici del geroglifico, del demotico e del greco, di uno soltanto si fa essa latrice: di un volto che non appare certo più nettamente definito della o distinto dalla testura della materia che ne sgrava l’epifania. Vaghi o eccelsi il linguaggio, egli che transita senza pudore dall’icona all’etichetta, quanto il disegno il quale gioca, morbosa e perversa ombra, a nascondino con il supporto. E pare quasi mormorarci: io il supporto non lo sopporto… io cerco di evadere… io di esistere. Ed ecco il ‘mio’ dipinto: uno che, fatto da chi non potrà mai vederlo, scritto da un altro che nemmeno avrebbe potuto dipingerlo, ne ricambia l’azzardo prendendo il largo, e esistendo nella forma della mancanza. Sulla scena, difatti, il dipinto altro o altri non è che la Quarta Parete. Quella che, lasciando vedere l’Altro, non può mai apparire e lasciar vedere Sé Stessa (ma non si gridi iddio ci scampi al sacrificio d’una nuova universata Ifigenia sul nuovo altare del Palcoscenico!....).

Lei è un appassionato autore di aforismi. A questo proposito, Edizioni Falsopiano nei prossimi mesi pubblicherà "Pregiudizi della libertà I e II", ristampando il primo volume e dando a tipografica luce il secondo dei numerosi volumi ancora inediti della raccolta. Quali novità dobbiamo aspettarci? Nell'era dei 140 caratteri di Twitter, l'aforisma è tornato di gran moda...
Le mode non sono, se non la ricorsività della vergogna. Ecco una nuova incursione nel campicello del dire, che nessuna avventura agrimensurale ha mai sinora ridotto alla forzosa camicia dei confini fondiari. Effettivamente questo mio antichissimo idolo si è mutato in feticcio: del che impunemente mi dolgo. Il colossale e sempre agonizzante cetaceo del Vuoto, la cui voracità è pari alla dismisura del suo infinito Apparato Digerente, si nutre di tutto, specie quando quel tutto sia il nulla. E, dopo aver abusato del Romanzo, del Melodramma e della Sinfonia – ma anche degli slogan, delle gang-slot, delle parole d’ordine e di appisolati, soporiferi contrordini – ecco che si dà un tono dandosi alla Cultura. Genere detestabile: ipocrita ipostasi: specie senza individui, che io personalmente cioè in solitudine detesto sin dall’età della ragione mia, più o meno da che son maggiorenne e diplomato (essendo un anno avanti a scuola, le due date coincisero) . (Per la laurea, viceversa, ritenni di dover risarcire la tempestività di cui avevo, pur involontario, abusato a cinque anni, infliggendo ai miei Esaminatori quell’accademico Quarto di Secolo che mi confermò – così a tutti parve – degno di seguitare nella coltura dell’Ars retorica). Tornando all’Oggi, io non ravviso obiezioni legittime a che le Ragazzine di Provincia, le quali quotidianamente salgono sul 14 o sul 144 per recarsi in Largo Richini o in piazzale Leonardo, sfoglino fra una pensilina e l’altra qualche battuta scartata da una caramella Ambrosoli - o scollata dal world wide web e incollata all’istante su quel francobollo gratuito che è la Lingua - anzi. Mi accontenterei di un rogo, questo sì. Sognatore impenitente, immagino che per errore qualcuno acquisti una copia del mio libro, ne annusi l’anomalia, ne subisca l’invettiva, ne sospetti il sesto grado: e, alpinista della domenica quando la domenica cade in un Ventinove Febbraio, lo getti fra i fumiganti copertoni della Sally cantata da De Andrè). In tal modo, notiamolo insieme,  brucerebbe l’eresia, in luogo dell’eretico.

Sta lavorando a nuovi progetti teatrali e cinematografici? Quali?
Effettivamente. Da anni ho nel baule due bozze monumentali per il teatro – una novela modulare destinata alla scena e che ha per protagonisti due rozzi e raffinatissimi mendicanti: il titolo deve restare segreto, come i due nomignoli, non così invece l’innovatività dell’idea. La quale consiste nell’avere il sottoscritto predisposto uno scheletro lato sensu strutturalista – diciamo, una Lisca Drammaturgica – intorno al quale e grazie al quale i miei poveri giocolieri, intrattenitori di sé al confine del tempo e dello spazio, affabulatori di vicende quasi solo cerebellari – possono, come chiedono, continuare ad libitum aspettando la fine e sine die rinviandola. Mi pare illecito invece tacere il titolo del lavoro che da quasi due anni è sulla Rampa di Lancio, e la cui correzione fece di me successivamente un Alfieri del fallimento e un miniaturista da Naviglio Grande. Cape Canaveral – un quattro più tre sulle sempre più difficoltose relazioni fra la Terra e la Torre e fra la Torre e la Navicella. Più o meno piccole cose sono poi apparse, o sul legno di un palco e/o sulla carta di minuti ma libracei copuscoli (si noti l’Omissione della R, dovuta al fatto che chi mi dovesse fare l’appello ne dovrebbe pronunciare quattro in fila…) in questi affrettati anni: L’Isola, Tubor, Bogey, L’Appello, Pioggerellina nella stanza, L’Intervista. Vive poi nel non invasivo limbo di un magazine virtuale il già abbastanza ectoplasmatico La Valle dell’Eco. Vivrà forse anche come radiodramma, registicamente curato dal sottoscritto per la Radio svizzera italiana (per la quale diressi nel 2008 proprio L’Autoritratto) - il più recente L’Aquilone – un atto unico ambientato fra le dune di una riva oceanica, semipsichiatrico e in ogni modo assai lamentevole. Per uno schermo molto piccolo – forse il mio solo! Quale scherno… - mi accingo a montare, con l’aiuto dei giovanissimi e generosi collaboratori che ne eseguirono pure le riprese, due brevi documentari, poetizzanti entrambi e assai poco istruttivi, l’uno sul gioco e l’atmosfera del Golf, l’altro sulla singolarità di un Orto Botanico gemellato con una Galleria d’arte: quelli della lariana Villa Carlotta.

 

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