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Culture
Kalopolis, di Ada Fiore. IL LIBRO

di Alessandra Peluso

C’è voglia di “bendessere” (Vittorino Andreoli), c’è voglia di cambiare, di sentirsi protagonisti di un mondo pulito, sano, bello, proprio come scrive Ada Fiore in “Kalopolis”. Un bellissimo ed entusiasmante viaggio, liberamente ispirato all’Enciclica “Laudato sii”.

Un ambizioso progetto, meraviglioso, semmai si realizzasse. Leggerlo e rifletterci, intanto, è già un importante passo per comprendere come ciò che spesso si fa, possa risultare sbagliato; si pensi, ad esempio, allo spreco dell’acqua, allo spropositato uso di condizionatori e termosifoni - che sono diventati beni necessari - , alla produzione di rifiuti, ecc.

Ada Fiore, fedele alla sua compagna: la filosofia, diventa mentore di una nuova città, immagina in questo prezioso manuale “Kalopolis”, la  realizzazione di un mondo migliore, possibile, senza dubbio, se ognuno si comportasse responsabilmente.        

Si tratta di un fantastico viaggio tra padre e figlio, quell’Ulisse e quel Telemaco dei quali avremmo bisogno oggi, compiuto con la presenza di una bolla d’acqua. Ingegnoso e innovativo lo scritto di Ada Fiore, nel quale ogni dettaglio acquista senso e significato, nulla è posto al caso. Dopo la ricerca del sé, del bello, della verità, della giustizia con “Vota Socrate”, l’autrice continua imperturbabile la sua missione di rivoluzionare il mondo. E così, con “Kalopolis” dimostra come la rivoluzione sia possibile cambiando ognuno il proprio stile di vita, abbandonando le presunzioni, come si legge infatti: «La malattia dell’uomo risiede in una grande presunzione: egli è convinto che la sua libertà non abbia limiti» sentenziò il padre (p. 15).

È un dialogo, ogni parola attraversa il lettore, un confronto costruttivo che insegna come vivere bene ed essere felici. Eh già, perché la felicità per la Fiore significa tutelare l’ambiente, evitare gli eccessivi consumi, rispettare l’altro, mangiare sano, esercitare l’essere umano all’esercizio di una nuova solidarietà universale. Tuttavia, “Kalopolis” non è un’utopia. È una città-mondo in cui recuperare un nuovo modello dell’essere umano, della vita, della società, della relazione con la natura. È un luogo in cui i miti della modernità come l’individualismo, il progresso indefinito, il consumismo, il mercato senza regole vengono sostituiti da un diverso equilibrio ecologico: quello con se stessi, con gli altri, con la natura.

Certamente, non è facile, è un’impresa ardua; non si sarebbe arrivati nel punto in cui si è, per l’appunto, se l’uomo avesse ascoltato Bacone: scoprire, conoscere, ma non dominare la natura, se i tecnocrati si fossero ispirati a ideali di saggezza, di giustizia, di un uso ragionevole della ragione, come proclamava il motto kantiano dell’Illuminismo.

Inoltre, Ada Fiore e l’industria filosofica, della quale ne fa capo, insieme a molti giovani volenterosi, indica come far germogliare “Kalopolis” e come diventare un contadino di virtù e piantare nell’orto della responsabilità i semi migliori; e dunque, è presente il seme del coraggio, della temperanza, della sincerità, del garbo. Insomma, come si può rifiutare l’invito a costruire una città bella?

Donato Negro, Arcivescovo di Otranto, scrive nella postfazione: «Il testo della Fiore ha l’innegabile pregio di dirci come si possono percorrere le vie per raggiungere la bellezza, e queste possono essere percorse anche dai piedi agili e leggeri dei bambini…». E allora, adulto e bambino, per mano se coscienziosi e responsabili possono dare inizio al viaggio e far parte di una bellissima umanità in un fantastico mondo chiamato “Kalopolis”.    

Tags:
kalopolis ada fiore industria filosofica
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