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Culture
L’arte di Antonio Ligabue tra cinema e libri

Di Chiara Giacobelli

Uno spirito inquieto, talvolta tormentato da manie ossessive, sempre in bilico tra la violenza e la necessità di redimersi. Un uomo che non seppe amare se non nei termini del possesso, della follia; e poi l’incapacità di restare fermo nello stesso luogo troppo a lungo.

Erano molti i demoni interiori di Antonio Ligabue, espulso sin da bambino dalle scuole per ragazzini disadattati, arrestato, fuggiasco, internato ben quattro volte in ospedali psichiatrici a causa del suo comportamento aggressivo, della depressione, dell’autolesionismo. Eppure, vi fu un canale attraverso il quale l’abisso dell’artista riuscì a liberarsi e ad acquisire forme, colore, visioni: la pittura.

Non era un mondo buio e disperato quello in cui Ligabue viveva, bensì un fermento creativo che sentiva l’esigenza di esprimersi, rompendo gli schemi convenzionali e conformisti di una società a cui non sentiva di appartenere.

La figura di Antonio Ligabue, tra i più importanti pittori del Novecento, è estremamente affascinante, nella misura in cui la sua arte rispecchia un sentire diverso, anticipatore dei tempi e all’eterna ricerca di un posto nel mondo. Gli autoritratti, i dipinti, le sculture, le tinte intense sulle tele sono divenuti tratti distintivi della sua pittorica, insieme a un rapporto viscerale con la natura. Quella stessa natura – fatta di animali, vegetazione, foreste ed esotismo – che l’umanità a cavallo tra l’Otto e il Novecento tentava di dominare, plasmare a proprio piacimento, iniziando così già allora quella distruzione dell’ecosistema che avrebbe condotto alla drammatica situazione attuale. Non poteva saperlo, allora, Antonio Ligabue che un giorno i temi del surriscaldamento globale, dell’estinzione delle specie e dell’inquinamento sarebbero stati all’ordine del giorno, tuttavia percepiva già l’assurdo nei cambiamenti sociali a cui stava assistendo impotente e ne prendeva le distanze. Riversando la sua percezione preveggente sulla tela.

“Il genio infelice” è il romanzo della vita di Antonio Ligabue che Chiarelettere ha portato da poco sugli scaffali delle librerie per far luce sugli aspetti meno conosciuti di un grande artista, la cui vita fu densa di avvenimenti spesso dolorosi e degradanti. Se ne è occupato Carlo Vulpio, giornalista esperto di cultura e arte, già autore di altri volumi: in questa biografia romanzata la sua penna cerca di entrare nell’intimità di un’anima difficile da decifrare e ancor più da raccontare. “Pianse. «Dove sono i miei quadri?». Inveì. «Non dovevo nascere!»”. E ci sembra di vederlo, con le mani tra i capelli e il passo malfermo, a saltare da un ospedale all’altro, da un incubo a un sogno, sostenuto da amici che furono perspicaci nell’intuirne il talento e ne agevolarono in qualche modo l’ascesa professionale.

Ligabue, infatti, a differenza di molti altri geni incompresi delle proprie epoche, raggiunse la celebrità quando era ancora in vita. Una prima mostra delle sue opere si tenne a Roma nel 1961 e mentre era in punto di morte a causa di una paresi, dal letto dell’ospedale ascoltava i racconti di coloro che potevano vedere i suoi amati lavori acquistare una fama nazionale. Non riuscì a godersi appieno il successo, ma neppure morì povero e sconosciuto come tanti suoi colleghi.

Definito da più parti il Van Gogh italiano, Antonio Ligabue prende vita nelle pagine de “Il genio infelice” attraverso una scrittura diretta e lineare, che si impegna a lasciar parlare il personaggio, nascondendo l’autore e la sua interpretazione personale dietro la sospensione del giudizio. “Meglio gli animali degli uomini. Gli uomini non mi vogliono mica bene a me”. In una frase ecco riassunta l’intera esistenza di un pittore ed ecco spiegati capolavori così vivi di contrasti, di passione, di intensità emotiva – nei confronti della natura e degli animali, non certo degli uomini.

Ma non è soltanto l’editoria ad aver dedicato un omaggio a Ligabue negli ultimi tempi. Al cinema è andato in scena nelle sale – con alcuni disguidi dovuti al Covid – il film “Volevo nascondermi”, dove il regista Giorgio Diritti ha diretto uno strepitoso Elio Germano nei panni dell’artista. Lo sguardo perso nel vuoto, gli attacchi di rabbia e frustrazione, l’inquietudine, l’andare e venire, il sentirsi estraneo a tutto ciò che lo circondava. Un film bellissimo che ci permette di entrare a piccoli passi nelle dinamiche della sua mente e quindi della sua arte, restituendo valore a una figura forse un po’ troppo in secondo piano rispetto ad altri nomi.

Infine, la Fondazione Archivio Antonio Ligabue si occupa di perpetuarne la memoria, promuovendone le opere attraverso mostre, monografie, collaborazioni con le principali realtà del settore, oltre a fornire un ricco materiale attorno alla sua vita e personalità. In attesa della prossima mostra e dell’uscita del film in dvd o in tv, vi rimandiamo alla biografia letteraria, per svelare ombre e luci di un genio condannato all’infelicità.   

 

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