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LA TRAMA - Un grande poeta viene trovato assassinato a Villa Ada. Il morto, non più giovane, viveva come un barbone negli anfratti della la più grande e più selvaggia villa romana. Chi lo trova è un altro poeta, un suo coetaneo che tutte le mattine all'alba va a correre tra il verde. Il commissario incaricato delle indagini, è a sua volta un poeta dilettante - e quando comincia ad affiorare l'ipotesi che l'assassino potrebbe essere un poeta rimette l'incarico nelle mani del questore, il quale segue la pista aperta dal suo sottoposto. Pista che si basava sull'ipotesi che il poeta assassinato fosse in possesso della macchina da scrivere l'oro, la quale - al di là del valore veniale - ne aveva uno ben più importante per la comunità dei poeti: come la lampada di Aladino chiunque avesse usato quella macchina avrebbe scritto poesie bellissime, tali perfino, forse, da fargli vincere il Premio Nobel. Ma la macchina magica esiste davvero o si tratta di una favola, di un mito, di una metafora? E i poeti ci credono o non ci credono? E' pensabile che qualcuno possa uccidere per la poesia? Nulla è acquisito, anche perché la platea dei poeti, o aspiranti tali, è potenzialmente infinita. Ce ne sono altri che frequentano Villa Ada? Tutti i runner della mattina vengono interrogati, ma ogni interrogatorio, lungi da semplificare la lavoro, lo complica lasciando tutto in sospeso su altre storie, su altri racconti che possono a loro volta avere, o non avere, a che fare con l'omicidio. Una cosa certa è che, abbastanza presto, un altro poeta morirà.

GiorgioManacorda

L’AUTORE Giorgio Manacorda è nato a Roma nel 1941. Ha insegnato letteratura tedesca all’Università della Calabria e all’Università della Tuscia. Ha scritto vari saggi su autori di lingua tedesca (da Goethe a Heiner Müller passando per Hofmannsthal, Roth, Kafka, Bachmann e altri) e si è occupato di poesia italiana contemporanea. Ha collaborato con i quotidiani La Repubblica e La stampa e ha diretto l’Annuario di Poesia. Il suo libro più recente è Scrivo per te, mia amata e altre poesie (1974-2007), Scheiwiller 2009, e il suo primo romanzo è stato Il corridoio di legno pubblicato da Voland nel 2012 e candidato al Premio Strega.

TRE APPUNTAMENTI:


17 – 18 gennaio 2013
In occasione dell’uscita del suo nuovo romanzo Delitto a Villa Ada, lo scrittore e poeta Giorgio Manacorda sarà a Treviso per incontrare i suoi lettori

Giovedì 17 gennaio
ore 20 Lions Club Treviso Host presso Ristorante "Al Migò"
Ca' del Galletto via Santa Bona Vecchia, 30
Giorgio Manacorda interverrà alla conferenza dal titolo La poesia nell'epoca del web

Venerdì 18 gennaio
ore 21 libreria Canova, Piazzetta Lombardi, 1
Bruna D'Ettorre incontra Giorgio Manacorda autore del romanzo Delitto a Villa Ada

 

LEGGI SU AFFARITALIANI.IT IL PRIMO CAPITOLO
(per gentile concessione di Voland)

1. IL COMMISSARIO SPERANDIO, ANTONIO MARCO.

Sperandio aveva quarantasei anni, era nato a Roma, ed era nato bene. Figlio di due professori universitari di letteratura (letteratura tedesca il padre e letteratura inglese la madre), era poliglotta e notevolmente colto, coltissimo per essere un poliziotto. Bell’uomo, carnagione scura, occhi verdi e barba nerissima, tradiva le origini siciliane della madre, sulla cui potenza genetica nulla aveva potuto il biondo esile padre veneto. Sperandio, dettaglio non irrilevante, era venuto al mondo e era cresciuto a due passi da Villa Ada, appena più su, vicino a piazza delle Muse, in una palazzina anni ’30 di via Adelaide Ristori, una della strade più belle della capitale, ed una delle più esclusive. Bell’uomo, ho detto, certo, ma anche prestante. E ci teneva molto se si allenava frequentando la villa tutti giorni prima di recarsi al lavoro; perché, grazie al suo magnifico stato di servizio, aveva ottenuto di tornare a Roma, e proprio al Commissariato Parioli. Sperandio si alzava tutti i giorni alle sei, faceva mezz’ora di stretching, si infilava la tuta e, con qualsiasi tempo e in qualsiasi stagione, senza aspettare che i cancelli di Villa Ada venissero aperti, si infilava nel buco del muraglione a pochi passi da casa sua e si metteva a correre nel folto della foresta. In quel punto, infatti, quel parco è del tutto selvatico, addirittura fiabesco nel suo silenzio e nel suo isolamento. La mattina presto nessuno corre in quei sentieri fra i rovi, in mezzo ad alberi abbattuti e sottobosco impenetrabili. Sperandio se ne rendeva conto, quella sua abitudine comportava anche un certo rischio. Ma il rischio è il mio mestiere. Si ripeteva la vecchia cobattuta nell’atto di varcare il muraglione. Il coraggio non è proprio questo? Paura di cosa? Non temeva davvero di fare brutti incontri. Sapeva come affrontarli. Eppure tutte le mattine riaffiorava la paura di quando aveva deciso di comunicare ai suoi genitori, ex sessantottini oltre che letterati, che aveva deciso di fare il poliziotto. Il poliziotto! Quella punta di dolore tornava varcando il muro del parco all’alba; lui si diceva che era perché anche allora aveva varcato un muro al di là del quale aveva lasciato i suoi genitori, li aveva abbandonati sotto la loro campana di vetro, dentro una bolla fatta di poesia, di arte e di sogni rivoluzionari appassiti. Lui, facendo il poliziotto, sceglieva la realtà più dura, ne era consapevole, ma almeno andava incontro al mondo. Così li aveva persi, irremovibili gli avevano fatto sentire tutta la loro disapprovazione, la loro silenziosa estraneità. Ormai erano morti da parecchi anni, ma lui seguitava a sperare che glielo avessero perdonato quel suo tradimento. Forse per questo, per recuperare la stima di quei due amanti della letteratura, forse per questo Sperandio scriveva poesie, senza molto successo per la verità, ma lui cercava di applicarsi tutti i giorni, la sera, quando tornava alla casa di via Adelaide Ristori e la trovava vuota di affetti ma ancora piena di libri. Quel venti settembre, come sempre, Sperandio rientrato dalla corsa aveva fatto la doccia, aveva mandato giù un caffè ed era andato al lavoro nella sede del commissariato Salario-Parioli di via Guido D’Arezzo n. 22, cinque minuti a piedi da casa sua, tra piazza Ungheria e piazza Verdi. Quel venti settembre Sperandio era in ritardo, così quando arrivò la chiamata fece appena in tempo a saltare su una volante, e in un attimo si ritrovò di nuovo a Villa Ada, ma in basso, ai cancelli del laghetto.

(continua in libreria)


 

 

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