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Culture

di Alessandra Peluso

L'ombelicoDiGiovanna

È bizzarro come un giovane d’oggi possa trovare in una storia d’amore del passato un tema da trattare nel suo romanzo ed è altrettanto adorabile quando ciò avviene, soprattutto se raccontata in un modo straordinariamente coinvolgente e appassionante come L’ombelico di Giovanna, di Ernest Van Der Kwast. È l’ombelico di Giovanna il centro del mondo, il fulcro dal quale partono emozioni sconvolgenti, passioni che travolgeranno la vita di Ezio e Giovanna fino ad una rottura - mai definitiva - fino ancor prima dell’amore. È bellissimo il racconto ambientato nel caldo Salento, tra Lecce e le spiagge assolate di S. Cataldo nel 1945. «Era luglio, era il 1945. Una giornata calda. L’aria vibrava in lontananza. Ezio era andato in spiaggia col fratello più giovane». In quegli anni andare in spiaggia era un lusso per pochi, e i corpi erano coperti da lunghi costumi, niente doveva essere lasciato alla vista indiscreta di sguardi maschili. Il pudore, la vergogna, le regole imposte dalla famiglia comportavano un vademecum da rispettare senza battere ciglia, senza porre resistenza. L’unica ribelle in quegli anni sembrava Giovanna, una giovane donna che Ezio descrive come una sirena ammaliatrice che prima o poi lo avrebbe dovuto sbattere nella realtà, come un’onda si infrange su uno scoglio. Qui lo scoglio è il destino, la vita che Ezio purtroppo dovrà affrontare da solo così come Giovanna decisa, indomita, non accetta alcuna convenzione, si oppone alle regole e sceglie di vivere la vita liberamente. E forse sarà proprio questa libertà che la soffocherà fino a costringerla nella gabbia del suo ego, dalla quale invano tenterà di uscire.


«Giovanna si era accorta che i due ragazzi la stavano guardando, ma aveva fatto finta di non vedere i loro sguardi ipnotizzati - quelli di Ezio e del fratello Alberto -. La ventenne pugliese si tuffò in acqua e nuotò verso una conchiglia adagiata sul fondale. ... Aveva i polmoni di un delfino». Descrizioni minuziose e attente quelle dell’autore che non lasciano respiro, trattenendolo fino alla conclusione del romanzo. È come far parte di questo mare, queste onde, e come leggere le caldi notti d’estate di Albert Camus, dove si respira il profumo del sud, del Mediterraneo, si annusa il vento che soffia delicato e fa percepire la povertà. Questa povertà assordante e dilagante che non intralcia né la gente descritta da Camus né quella di Kwast perchè qui ciò che interessa è l’amore, il motore dell’universo.


È l’amore che seduce: una seduzione incredibilmente naturale e bella quella del corpo di Giovanna con i suoi lunghi capelli neri, col suo ombelico luccicante che lascia attoniti e accade in un istante che Ezio decide di correrle incontro e poi seguono le pagine come liriche nel caldo mare del sud come poesie cantate al suono della lira. L’autore è pudico nel parlare degli incontri tra i giovani amanti. Ed è bellissimo, non compare volgarità, ma il romanticismo avvolge la passione infuocata, negli anni del dopoguerra, ed anche la malinconia per destini che vorresti si incontrassero un giorno, che non sia l’ultimo.
 

Si tratta di vite solitarie che tentano di rispondere alla vita, di reagire all’esistenza, e terribilmente sole sino ad un’età ormai canuta, a trovarsi ancora in preda alla propria solitudine ad un passato che in cuore e mente non sembra essere passato, se non sono le rughe, i capelli bianchi, l’aspetto malandato a far cadere nella realtà e nel tempo fuggito. Tentano ancora i due protagonisti di coglierlo, di trattenerlo, catturarlo nei loro malinconici e vivi ricordi. Ed è proprio la maliconia che alberga in questa storia intensa e passionale, uno stato di profondo malessere per non avere il tempo ormai perduto, illudendosi di un’altra possibilità, forse ci sperano, come ogni lettore.  L’ombelico di Giovanna di Ernest Van Der Kwast fa sognare ad occhi aperti e fa riflettere nel pensare oggi come allora l’amore vissuto e sofferto con sensazioni ed emozioni però differenti che incantano il lettore del 2013, come incanta l’estrema purezza del sentimento, il modo di raccontarlo inalterato, come se il tempo fosse rimasto fermo a quel giorno di luglio del 1945 e lo sguardo ipnotizzato su quell’ombelico. Un ombelico scoperto che destava scalpore, chissà se adesso un uomo o una donna sia capace di provare quelle stesse sensazioni semplici, pure, con quel pudore che sembra far arrossire anche l’autore probabilmente nel raccontarle.

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