L'allegria di Spinoza

Mercoledì, 11 marzo 2009 - 17:35:00
Scienza/ L'ottimismo allunga la vita e scaccia la crisi

Di Giuseppe Morello

L’allegria è uno stato dell’animo che accresce e sostiene la forza del corpo ad agire. La tristezza è al contrario uno stato dell’animo che diminuisce e ostacola la forza ad agire”. Lo diceva Spinoza molto prima dell’American Psycosomatic Society che, con qualche secolo di ritardo, è arrivata ad affermare che esiste un nesso tra stati d’animo positivi e buona salute. Il tema dell’ottimismo ritorna in questi giorni in cui la discussione attorno alla crisi economica e le affermazioni di molti commentatori e politici sembrano la riproposizione degli aforismi della celebre e divertente Legge di Murphy (“Se qualcosa può andar male, lo farà”), in un cupio dissolvi che inizia ad essere fastidioso, oltre che dannoso e inutile, soprattutto perché quando qualcosa va storto c’è sempre qualcuno che l’aveva detto. Il filosofo Popper si diceva ottimista in un mondo in cui tra gli intellettuali, essere pessimisti, è diventata una moda imperante, e per questo aggiungeva: “Non dobbiamo essere pessimisti. Non ha alcun senso dire: tutto va male. Il vero problema è: cosa possiamo fare perché le cose vadano un poco meglio. Forse possiamo fare molto poco. Ma ciò che possiamo fare, dobbiamo farlo.” Un modo di vedere che  ricalca l’opposizione di Gramsci tra “pessimismo della ragione” e “ottimismo della volontà”.

E invece quello che sta prevalendo in questi mesi è il pessimismo di chi “non si sente mai troppo bene quando sta bene, perché teme di sentirsi peggio quando sta meglio” (definizione del pessimista di George Bernard Shaw).  Fa paura il modo in cui ci si compiace della crisi, pur sapendo che quel compiacimento è una delle cause della crisi stessa. Una situazione assurda, come l’ha giustamente definita sul Corriere di qualche settimana fa Francesco Giavazzi, in cui i valori economici sembrano azzerati come se fossimo nel ’45 e invece “non c’è stato alcun bombardamento: le aziende sono ancora tutte lì, anche le case, anche le risorse naturali e i lavoratori hanno la medesima esperienza oggi che avevano ieri. È la sfiducia che ha trascinato il mondo in questa situazione assurda ed è da lì che occorre partire”.

La sfiducia dunque, la avvizzita capacità di sperare, di scommettere nel futuro. In questo senso non solo abbiamo il dovere dell’ottimismo, ma - imitando Pascal che scommetteva sull’esistenza di Dio per ragioni utilitaristiche (“Hai visto mai…”, sintetizzava Alberto Sordi) - ci conviene scommettere sull’ottimismo perché è l’unica opzione che ci dà qualche chance, mentre il suo opposto è certo che non ci è d’aiuto. Io per conto mio mi accontento anche della versione minimal dell’ottimismo data dallo scrittore George Bernanos: “l’ottimista è un imbecille felice. Il pessimista un imbecille infelice”.

giuseppe.morello@affaritaliani.it

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