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Culture

di Alessandra Peluso

lupo

"Restare, partire" sembra un'opera autobiografica di Massimo Stragapede: una possibilità, un'apparente scelta  che angoscia, devasta l'animo umano non soltanto dell'autore ma di chiunque si trovi nella situazione di scegliere di restare nella propria terra, Taranto, col duro lavoro nell'industria siderurgica dell'Ilva (un mostro dal quale non si può sfuggire) e col solito turno e in un ambiente abituale oppure partire, abbandonare tutto per rincorrere un sogno, una vita dignitosa.

Mera chimera di molti o forse troppi oggi che ricercano la felicità altrove, che non si accontentano, che possono e vogliono di più.

"Restare, partire" è il dilemma che accomuna molti giovani del Sud in passato negli anni del dopoguerra come oggi con l'unica consapevolezza che ora si può scegliere e decidere di cambiare la sorte del proprio destino nella propria terra; mentre, un tempo si era costretti senza porsi alcuna domanda – non ce n'era tempo nè opportunità – a partire con una misera valigia di cartone con tante speranze e poche certezze.

Il romanzo narra la storia di Mimmo, un giovane che trascorre gran parte del suo tempo nell'Ilva, e puntualmente ogni fine turno si chiede se "restare o partire".

È insistente questo interrogativo, martellante, incessante da togliere il fiato, appare come il dubbio amletico "essere o non essere": scegliere in sostanza se vivere o sopravvivere.

Eh sì, perchè restare o partire risiede nell'essere umano incantenato alle sue origini, all'apparente vita quasi imposta ma non voluta, ad un lavoro che ammala ma che a Taranto paradossalmente è l'unica via di salvezza per lavorare e quindi sfamarsi e nutrire bocche umane; oppure scegliere di lasciare per desiderare una vita migliore forse più ricca ma che ti pone come davanti ad uno specchio riflesso l'immagine nitida di te, chiedendoti se è il caso di essere o non essere pur restando o partendo. Dal momento che non esiste il paese dell'Eldorado, non esiste la ricchezza, la felicità se non la ritrovi prima in te stesso, nessun posto mai te la offrirà. Nulla viene regalato in questo mondo.

L'essere e l'esserci dipende da ognuno di noi, così come scegliere di non essere e andarsene in un non-luogo, nell'utopia di un isola che non c'è se non in te stesso. Perciò restare o partire è in fondo la metafora dell'esistenza, è il dubbio persistente, è la possibilità della quale parla Kierkegaard che invita a scegliere una vita senza condurci alla disperazione e ad una malattia mortale, negando la possibilità di vivere.

"Restare, partire" di Massimo Stragapede è un romanzo geniale con una scrittura semplice ma incisiva racconta i dubbi di molte vite che sanno aspettare, che credono che si possa fare meglio e cambiare le menti - perchè qualcuno davvero cambi - oppure tristemente partire attendendo qualcosa che forse non arriverà.

Molti gli episodi narrati che designano una triste verità, che provocano un riso amaro, che dipingono terre di ulivi marcite da mostri che inquinano e distruggono ma ancora esistono e sembrano le uniche occasioni per lavorare e non solo, ne sopraggiungono altre che stanno per devastare ettari di terreno che non chiedono, non hanno possibilità di chiedere ma soggiacciono all'incolumità dell'uomo. È una guerra tra poveri, è una guerra che sta distruggendo la nostra Terra non soltanto quella salentina, ma l'intero pianeta perchè pur avendo l'opportunità di scegliere purtroppo l'uomo continua a fare male a se stesso e alle future generazioni.

Così si vedono le rondini che nidificano tra le strutture metalliche che sovrastano il bancanale – rivelando poi il senso dell'intero romanzo: «Lascia il suo carico di cibo a tre beccucci famelici e rivola via, attraverso le finestre di ponente». «Naaaa... Micidiale! Ma... la notte, le rondini non dormono?». «Evidentemente tutto 'sto casino e 'ste luci non gli fanno capire più niente». «Che sfiga però... Ma dico io, ne' stavano posti pe' farsi la casa? »

«Sì però loro poi se ne vanno... » (p.81).

     

   

Tags:
massimo stragapede"restarepartire"
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