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Culture


La nona edizione delle Buone Pratiche del Teatro si terrà il 9 febbraio 2013 dalle 9.30 alle 18.30 a Firenze, capoluogo di una Regione dal ricchissimo tessuto teatrale. L’iniziativa raccoglie dal 2004 a scadenza annuale centinaia di teatranti, politici, amministratori, studiosi e studenti, per quelli che la stampa ha definito “gli Stati Generali del teatro italiano”. Nella prima parte della giornata, verrano discussi alcuni nodi problematici del sistema teatrale italiano; nella seconda, diverse realtà presenteranno le loro Buone Pratiche, ovvero le soluzioni che hanno escogitato per affrontare una situazione in continuo movimento, che pone sfide sempre nuove. La cultura come fattore di crescita civile e sviluppo economico è da sempre al centro delle Buone Pratiche del Teatro: speriamo che diventi oggi uno dei temi qualificanti della campagna elettorale in corso, alla quale l’incontro fiorentino può offrire interessanti spunti di riflessione. Per l’edizione 2013, il tema scelto dai due curatori, Mimma Gallina e Oliviero Ponte di Pino, è “Del Buon Governo del Teatro”. Nemmeno l’ultima legislatura è riuscita ad approvare l’attesissima legge sul teatro, dibattuta e promessa da decenni: continua insomma a mancare un quadro di regole che dia un indirizzo complessivo al sistema; dunque assumono ancora maggiore importanza i provvedimenti del governo, degli enti locali e dell’Unione Europea; ai richiami al valore economico e sociale della cultura non corrispondono però né investimenti adeguati né la capacità del settore di riformarsi dall'interno, creando nuovi equilibri e più efficaci meccanismi di selezione. In questo scenario, parlare di Buon Governo del Teatro significa prima di tutto affrontare il tema delle regole, da capire, rispettare e possibilmente migliorare. Anche perché stanno cambiando altre regole: le convenzioni che da sempre modulano il rapporto del teatro con lo spettatore.

Hanno confermato la loro partecipazione, tra gli altri: Lucio Argàno, Fabrizio Arosio, Stefano Boeri, Marco Cacciola, Roberto Calari, Patrizia Coletta, Emilia De Biasi, Elio De Capitani, Ilaria Fabbri, Alessandro Hinna, Lanfranco Li Cauli, Massimo Luconi, Giovanna Marinelli, Beatrice Magnolfi, Renato Palazzi, Armando Punzo, Andrea Rebaglio, Giuliano Scabia, Giulio Stumpo, Hossein Taheri, Carlo Testini, Michele Trimarchi, Alessandra Valerio. La partecipazione alle Buone Pratiche del Teatro è libera e gratuita: è sufficiente inviare una mail a buonepraticheteatro@gmail.com.

Le Buone Pratiche del Teatro sono organizzate dall’Associazione Culturale Ateatro nell’ambito del progetto “T e a t r o. Per costruire una memoria del futuro” in collaborazione con Fondazione Cariplo. Questa nona edizione è resa possibile dalla collaborazione con Fondazione Toscana Spettacolo e Regione Toscana

Altre info e aggionamenti sul sito www.ateatro.it

ALCUNI DEI TEMI DELLA NONA EDIZIONE
DELLE BUONE PRATICHE DEL TEATRO

 
 
Un governo tecnico del teatro?
Il nostro sistema teatrale si è costruito nel corso degli anni, trovando punti d’equilibrio tra finalità e interessi diversi, ma si è progressivamente cristallizzato, ostacolando l’emergere di nuove modalità e rallentando il necessario ricambio generazionale. Si sono così stratificati anche sprechi e inefficienze. Come sta accadendo per altri settori, il Governo Monti ha operato una serie di scelte “tecniche”, che però avranno un profondo impatto sul settore: la nuova legislazione sul lavoro, l’abolizione delle Commissioni Ministeriali, il riequilibrio delle competenze tra Stato e Regioni dopo la stagione del federalismo, solo per fare qualche esempio. Continua infine a crescere l’importanza dell’Unione Europea, anche per quanto riguarda lo sviluppo culturale.
Si avverte ancora più urgente la necessità di ridisegnare gli assetti, reinventare forme, ricreare un sistema condiviso di regole: tentare di immaginare un buon governo del teatro.
 
Economia della cultura e buon governo del teatro
Il ruolo centrale della cultura come fattore di crescita civile e di sviluppo economico pare ormai diventato una convinzione diffusa: tuttavia ripetere che “La cultura salverà l’Italia” rischia di creare un luogo comune, in assenza di scelte politiche conseguenti.
I gridi di dolore, prima circoscritti agli addetti ai lavori e alle loro sempre più deboli organizzazioni, sono stati raccolti e rilanciati da ambienti autorevoli. Il 19 febbraio “Il Sole-24 Ore” ha lanciato con impegno il meritorio "Manifesto per una Costituente della cultura", condotto un’approfondita riflessione sulle pagine del “Domenicale” e del quotidiano, e organizzato gli affollati Stati Generali della Cultura (lo scorso 15 novembre), anche se in verità lo spettacolo è rimasto ai margini del dibattito. In diverse occasioni (e di recente proprio agli Stati Generali della Cultura) il Presidente Napolitano ha ribadito con forza la centralità del fattore culturale.
D’altro canto, la crisi economica limita risorse e ambizioni. I finanziamenti alla cultura, pubblici e privati, continuano a diminuire. Il lavoro, quando c'è, è sempre più precario. L’investimento in cultura (in Italia ma anche negli altri paesi europei e nel bilancio comunitario) rischia di essere subordinato a fattori esterni: le ricadute sul sociale, sul turismo, sull’occupazione, sull’istruzione, come "motore" o "moltiplicatore" dello sviluppo... Si tratta anche dunque di salvaguardare l’autonomia della cultura.
Sul versante economico, non basta più razionalizzare i costi, e nemmeno fare rete (anche se è indispensabile). Ma la contrazione delle risorse pubbliche è inevitabile? E può essere guidata da strategie consapevoli, piani organici, visioni politiche? Ed è realistico l’obiettivo di sensibilizzare il “privato”?
O l’unica alternativa è fare di più con meno? Qualcuno ci ha provato, e ci è riuscito: forse ha trovato il segreto della decrescita felice...
Il punto di partenza deve però essere la consapevolezza dell'economia “reale” della cultura e dello spettacolo.
 
I processi di selezione: nomine, progetti, bandi e bandomania
Nel paese della lottizzazione (prima) e della casta (poi), i meccanismi di selezione e ricambio generazionale si sono inceppati (e imputriditi). Anche nel teatro. Rispetto alla cooptazione o al clientelismo, lo strumento del bando pubblico dovrebbe premiare il merito e garantire la trasparenza. Ma non è tutto oro quel che luccica. Per fare un bando che funzioni davvero (ne abbiamo parlato nelle BP di Torino), non bastano l’onestà e le migliori intenzioni: serve anche competenza. Per il successo di un bando (e per la sua corretta stesura) sono infatti necessari diversi elementi: una visione e obiettivi politici chiari (e realizzabili); un processo di valutazione efficace e verificabile dei candidati e dei progetti; infine un meccanismo di valutazione in corso d’opera e a posteriori, su obiettivi e risultati. Insomma, anche su questo versante ci sono buone e cattive pratiche... Il bando non può essere l’alibi, o la soluzione di tutti i mali.
La necessità di ricambio e selezione riguarda tutto il settore, ma in primo luogo le istituzioni e i teatri pubblici; e (a monte) presuppone la ridefinizione delle missioni e delle funzioni. Ma su questo terreno non pare accadere nulla. E non sempre alle minori risorse corrispondono coerenti pratiche di sobrietà, sia sul versante dell'attività sia sul versante dei compensi.
 
La formazione del pubblico, la qualità della programmazione, il marketing teatrale
Un teatro può funzionare solo se ha un suo pubblico. Che cosa è stato fatto, che cosa viene fatto in questa direzione?
Un primo nodo riguarda la qualità della programmazione dei teatri: molte sale comunali sono affidate alla buona volontà di qualche funzionario pubblico, e alla ricerca del facile consenso da parte dell’assessore di turno. Ecco allora proliferare i sottoprodotti cinematografici o televisivi, e gli pseudo-eventi che si consumano tra anticipazioni, interviste alla star di turno, con annessa photo opportunity per il politico locale.
Da decenni ormai molte delle proposte più stimolanti e originali emergono al di fuori della rete delle sale e dell’offerta tradizionali (i cartelloni teatrali), a discapito dell’aggiornamento degli spettatori, di una corretta distribuzione delle risorse, della valorizzazione dei talenti.
L’altro versante del problema riguarda l'attività dei teatri per conquistarsi il pubblico. Il sospetto è che non si faccia abbastanza, che lo spettatore spesso resti ai margini dei pensieri dei teatranti. E' una scelta autolesionista, soprattutto perché il contesto è in rapida mutazione. L’avvento della rete 2.0 sta cambiando l’equilibrio tra i diversi media, esalta la liveness (il grande atout del teatro), cambia il modo di promuovere i consumi culturali. Il teatro 2.0 punta a un diverso coinvolgimento del pubblico, e a una diversa concezione del “qui e ora”.
 

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