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LorenzoAmurri

La faccia immersa nella neve, come ovatta soffice che gli toglie il fiato. È la vertigine dell’apnea. Pochi attimi prima Lorenzo stava sciando insieme a Johanna, la sua fidanzata. Un momento spensierato come tanti, ormai irrimediabilmente ricacciato indietro, in un passato lontano. Poi la corsa in ospedale in elicottero, il coma farmacologico e un’operazione di nove ore alla colonna vertebrale. Dai capezzoli in giù la perdita completa di sensibilità e movimenti. D’ora in avanti Lorenzo e il suo corpo vivranno da separati in casa. Ma l’unica cosa che conta, adesso, sono le mani. Poter riprendere a muoverle, poter ricominciare a suonare la chitarra, perché la musica è tutta la sua vita. Dalla terapia intensiva ai lunghi mesi di riabilitazione in una clinica di Zurigo, fino al momento di lasciare il nuovo grembo materno che lo ha tenuto recluso ma lo ha accudito e protetto durante la convalescenza. E’ il difficile reinserimento in un mondo dove all’improvviso tutto è irraggiungibile e tutti sono diventati più alti, giganti minacciosi dalle ombre imponenti. In "Apnea" (Fandango), con coraggio e determinazione, Lorenzo Amurri racconta il suo ritorno alla vita. La voglia di vedere, di toccare, di sentire. Di riprendere a far tardi la notte insieme agli amici, di abbandonarsi all’amore della sua donna e riconquistare la libertà che gli è stata rubata. Ogni tappa è una lenta risalita verso la superficie, un’apnea profonda che precede un perfetto e interminabile respiro..                                

Amurri

L'AUTORE - Lorenzo Amurri è nato a Roma nel 1971. Musicista, produttore musicale e scrittore. Ha suonato e collaborato con diversi artisti (Tiromancino, Lola Ponce, Lory d, Asia Argento, Califano). Ha poi deciso di dedicarsi alla scrittura, prima attraverso un blog (tetrahi. blogspot.com), poi scrivendo racconti, uno dei quali pubblicato nella raccolta Amore Caro a cura di Clara Sereni (Cairo Editore). Apnea è il suo primo romanzo.

SU AFFARITALIANI.IT UN ESTRATTO DALL'OTTAVO CAPITOLO, "ESTREME SOLUZIONI"

Nel giardino dell’ospedale c’è una piazzetta circolare asfaltata. Una parte del perimetro si affaccia su uno strapiombo che arriva alla strada sottostante; in lontananza si vede uno spicchio del lago intorno al quale sorge Zurigo. Da quando mi hanno dato il permesso di muovermi liberamente anche all’esterno della clinica, è diventato il luogo dove vado più spesso. C’è un grosso albero che fa ombra. L’unico problema sono i moscerini che imperversano, ma non me ne curo. Non sono qui per loro, né per ammirare i raggi del sole che si riflettono nello scorcio di lago, né per le verdi colline alberate che circondano la città. Non sono qui a riflettere sulla mia condizione, a invidiare la gente che vedo camminare o a combattere con i ricordi di una vita che non esiste più. Sto valutando la possibilità di buttarmi di sotto. Di porre fine a questo strazio, come a quello della mia famiglia e della mia fidanzata nel vedermi in questo stato, nel dovermi aiutare in quasi ogni aspetto della vita di tutti i giorni. Sono stanco di vedere mio fratello che si addormenta sulla mia carrozzina o sul letto accanto al mio pur di estraniarsi dalla realtà; sono stanco di vedere mia sorella e mia madre litigare istericamente su argomenti futili; sono stanco di leggere il dolore tra le righe dei loro volti sorridenti. A pensarci bene certe dinamiche familiari sono le stesse di sempre, che si ripetono all’infinito: il rapporto tra mia sorella Roberta e mia madre è sempre stato così, urlano come iene e si scalciano come giovani vitelli sin dai tempi della scuola. Credo sia l’unico modo di comunicare che conoscono. Sempre e solo liti per stupidi motivi, a parte il comprensibile carico nervoso accumulato a causa della mia situazione. Roberta, di solito, non si innervosisce per niente. Al contrario è una persona tranquilla e sensibile, ma tende a cadere nei trabocchetti di mia madre, e si lascia coinvolgere in questi scontri furibondi e inutili. Ma la collina non è proprio a strapiombo come una scogliera scozzese. È ripida, ma scende giù dolcemente. Tutto prato diviso da una stradina che, formando dei tornanti, arriva in fondo. E se la carrozzina non si ribalta? Se non mi schiaccia col suo enorme peso? Rischio solo di fare una montagna russa senza conseguenze, se non quella deprimente di dover spiegare perché l’ho fatto. Magari vado anche a finire nel laghetto artificiale che c’è ai piedi della collina, in mezzo ai pesci rossi. Sai che figura. Rientro velocemente in ospedale e salgo in reparto, devo parlare con Stefan. Lo incontro nel corridoio: “Quanto vuoi per aiutarmi a morire?”. “Scusa?” “Voglio suicidarmi, mi serve una mano.” “Certo, io faccio l’infermiere per uccidere i pazienti, non per aiutarli.” “È un mio desiderio, in effetti mi aiuteresti.” “Senti, al massimo posso aiutarti a mangiare visto che è l’ora di pranzo.” “Non ho fame.” “Che novità.” “Dai Stefan, cazzo!” “Se ci riesci fallo da solo, io non ti aiuto.” “Allora mi butto dalla collina.” “Fai pure, ma se non muori? Se ti fai ancora più male?” È proprio questo il problema. Posso provarci da solo ma non ho la certezza assoluta che riuscirò a raggiungere l’obbiettivo. Mi sto scervellando da giorni alla ricerca di un metodo sicuro: non ce ne sono, o almeno io non riesco a trovarne uno. Non ho neanche questo potere. Non posso decidere di fermarmi qui, scendere dall’autobus senza aspettare il capolinea, sono obbligato a continuare la corsa: è un pensiero insopportabile. Forse inconsciamente non voglio fermarmi, è per questo che non riesco a trovare una soluzione. La cosa mi rende insofferente a tutto ciò che mi ruota intorno, dai dottori, ai terapisti, agli esercizi fisici. La maschero bene nei confronti degli affetti, non mi riesce per quanto riguarda il resto. Ho smesso di fare la scimmietta da laboratorio per i vari esperimenti dei giovani dottori. In particolare il dreadmill : un tapis roulant dove mi fanno camminare imbragato come un salame e collegato a diversi computer tramite fili elettrici che partono dai muscoli e dai tendini delle gambe. Non ho ben capito a cosa serva, ma il fatto di doverlo fare guardandomi allo specchio mi infastidisce. E poi, considerando le facce annoiate dei giovani scenziati, non credo stiano facendo importanti scoperte. Infatti, appresa la mia decisione, non si sono strappati i capelli per il dispiacere. Ho smesso anche con lo stand bed: un piccolo letto da fisioterapia con una base di metallo su cui poggiare i piedi, che viene su in verticale. Serve per contrastare l’osteoporosi e abituare la pressione sanguigna a certi sforzi. La mia pressione tende a non abituarsi: mi addormento sempre anzi, praticamente svengo e rimango lì appeso a bocca aperta. Già mi sento abbastanza ridicolo nelle condizioni in cui sono, aggiungere anche il teatrino mi sembra troppo. Ogni volta che dovrei farlo mi nascondo in giro per l’ospedale. Il posto più gettonato è l’ultimo piano: c’è un’ampia terrazza con sedie e tavolini e una macchinetta che fa caffè e cappuccini. È frequentato soprattutto dagli infermieri in pausa. La vista è bellissima, purtroppo il balcone è troppo alto e non è possibile scavalcarlo in alcun modo. Dieci piani di caduta, questo sarebbe un modo veramente sicuro. Ci vorrebbe una rampa, ma chi ce la mette? Ho ricominciato a fumare. Anche questo è un metodo sicuro, ma a lungo termine. Troppo lungo. E poi mi ha detto Stefan che dopo tutto il catarro espettorato e aspirato, ho i polmoni di un bambino di cinque anni: belli, sani, e puliti. Sarà dura inquinarli di nuovo...

(continua in libreria)

Tags:
lorenzo amurri"apnea"fandango

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