di Alessandra Peluso

Una mole di lavoro certosino, curato con l'impegno di diffondere una parte di storia dal punto di vista di un grande uomo, un giornalista, Michele Viterbo detto “Peucezio” che racconta nelle sue pagine di “Diario” gli avvenimenti che hanno riguardato l'Italia dal 1943 al 1945. Grazie all'attenzione dell'Archivio di Stato di Bari nella persona di Eugenia Vantaggiato, direttore dell'Archivio, all'interesse dei familiari si può entrare con garbo e discrezione nella vita di Viterbo e leggere le pagine del suo diario personale. Lodevole opera che conduce il lettore a fissare determinati accadimenti, il ruolo svolto dall'Italia in guerra, la vita estremamente misera della gente del meridione che Viterbo conosceva bene. Originario di Castellana Grotte, si spostava continuamente per lavoro anche in altri luoghi della Puglia. Scrive il primo articolo a sedici anni per il Corriere delle Puglia, oggi La Gazzetta del Mezzogiorno e fonda nel 1909 con Alfredo Violante, la rivista Puglia Giovane. Attivo e impegnato giornalista e lo dimostrano le numerosi fonti, molte delle quali si leggono nel suo “Diario”. Michele Viterbo compie un'analisi dettagliata e quantomai limpida dell'Italia degli anni della seconda guerra mondiale che vede Mussolini e Hitler insieme animati dall'idea di creare un impero, costata la vita a migliaia di vittime sacrificate e sono contenuti molti avvenimenti interessanti che riguardano l'arrivo delle truppe inglesi in Puglia, temuti perché dediti soltanto all'alcol. Si legge infatti: «Gli anglo-americani, soprattutto gli inglesi, non meritano di vincere. È gente che non vuole fare la guerra o la fa fare alle macchine, agli aerei, al denaro... e ai soldati di colore. (…). Sono buoni soltanto ad ubriacarsi». (pp. 103-104) Si vive l'angoscia della guerra, la partecipazione attiva in tutto ciò che accade come nel 1935 quando Viterbo va in missione a Parigi per assistere alla firma dell'accordo tra Laval-Mussolini e i podestà (com'era consueto) dalle maggiori città italiane si recarono a Parigi a portare doni. Una Francia amata dalla maggioranza degli italiani sino al 1919 quando a Versailles i francesi respinsero gli italiani e persino il poeta Carducci dedica dei versi: «Noi che t'amammo, o Francia...». (pp. 28- 29). È encomiabile che una testimonianza di tale levatura sia stata pubblicata e generosamente condivisa, perché queste fonti siano anche oggetto di studio e riflessione. Ciò che balza alla mente sono gli ideali e i valori indiscutibili di Viterbo e molti italiani che amano l'Italia e la vorrebbero libera, c'è unità, solidarietà e si nota mal volentieri come certe caratteristiche siano ancora oggi vigenti sia nell'italiano, come nell'inglese, così il francese per ciò che riguarda il modo di fare politica e affrontare le questioni impellenti come in uno stato di guerra. È interessante leggere la critica che Michele Viterbo muove a Badoglio, nella pagina di diario del 24 novembre del 1943. Scrive: «Badoglio ha costituito un ministero di vecchi. In un momento in cui c'è bisogno di polso fermo, di energia, di carattere, egli ha riesumato i Reale, i Cuomo, i De Caro, tutta brava gente dei tempi passati...». (p. 119). Inoltre sono contenute le lettere tra Badoglio, Viterbo e la moglie Anna che indicano un intenso rapporto di amicizia con il generale, le foto di momenti che meritano essere ricordati, in particolare disarmante è la foto di un soldato ritratto nel 1944 che monta la guardia tra le rovine di Montecassino, ossia compie il suo dovere, obbligo a quell'epoca, a vigilare sul niente. È un'immagine apocalittica che segna appunto il nulla di una guerra durata tantissimi anni tra la prima fase (1914-1918) e la seconda dove l'Italia con i suoi onerosi problemi, come la questione meridionale e mancanze ha dovuto soccombere e trainarsi con tutto ciò che ne ha conseguito. Appare quasi gattopardiana l'immagine dell'Italia, Francia, Germania, Inghilterra descritta da Viterbo, allora come oggi. L'archivio Viterbo – dichiarato di notevole interesse storico dalla Sopraintendenza Archivistica per la Puglia nel 1990 – è stato acquisito a titolo di donazione dall'Archivio di Stato di Bari ed è grazie alla sensibilità dei figli di Michele Viterbo, Silvia, Nicola e Donato che possiamo vantare di avere a disposizione una così importante e vasta testimonianza che non merita in alcun modo di essere trascurata.

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MICHELE VITERBO PEUCEZIO
 

di Alessandra Peluso

Una mole di lavoro certosino, curato con l'impegno di diffondere una parte di storia dal punto di vista di un grande uomo, un giornalista, Michele Viterbo detto “Peucezio” che racconta nelle sue pagine di “Diario” gli avvenimenti che hanno riguardato l'Italia dal 1943 al 1945. Grazie all'attenzione dell'Archivio di Stato di Bari nella persona di Eugenia Vantaggiato, direttore dell'Archivio, all'interesse dei familiari si può entrare con garbo e discrezione nella vita di Viterbo e leggere le pagine del suo diario personale. Lodevole opera che conduce il lettore a fissare determinati accadimenti, il ruolo svolto dall'Italia in guerra, la vita estremamente misera della gente del meridione che Viterbo conosceva bene. Originario di Castellana Grotte, si spostava continuamente per lavoro anche in altri luoghi della Puglia. Scrive il primo articolo a sedici anni per il Corriere delle Puglia, oggi La Gazzetta del Mezzogiorno e fonda nel 1909 con Alfredo Violante, la rivista Puglia Giovane. Attivo e impegnato giornalista e lo dimostrano le numerosi fonti, molte delle quali si leggono nel suo “Diario”. Michele Viterbo compie un'analisi dettagliata e quantomai limpida dell'Italia degli anni della seconda guerra mondiale che vede Mussolini e Hitler insieme animati dall'idea di creare un impero, costata la vita a migliaia di vittime sacrificate e sono contenuti molti avvenimenti interessanti che riguardano l'arrivo delle truppe inglesi in Puglia, temuti perché dediti soltanto all'alcol. Si legge infatti: «Gli anglo-americani, soprattutto gli inglesi, non meritano di vincere. È gente che non vuole fare la guerra o la fa fare alle macchine, agli aerei, al denaro... e ai soldati di colore. (…). Sono buoni soltanto ad ubriacarsi». (pp. 103-104) Si vive l'angoscia della guerra, la partecipazione attiva in tutto ciò che accade come nel 1935 quando Viterbo va in missione a Parigi per assistere alla firma dell'accordo tra Laval-Mussolini e i podestà (com'era consueto) dalle maggiori città italiane si recarono a Parigi a portare doni. Una Francia amata dalla maggioranza degli italiani sino al 1919 quando a Versailles i francesi respinsero gli italiani e persino il poeta Carducci dedica dei versi: «Noi che t'amammo, o Francia...». (pp. 28- 29). È encomiabile che una testimonianza di tale levatura sia stata pubblicata e generosamente condivisa, perché queste fonti siano anche oggetto di studio e riflessione. Ciò che balza alla mente sono gli ideali e i valori indiscutibili di Viterbo e molti italiani che amano l'Italia e la vorrebbero libera, c'è unità, solidarietà e si nota mal volentieri come certe caratteristiche siano ancora oggi vigenti sia nell'italiano, come nell'inglese, così il francese per ciò che riguarda il modo di fare politica e affrontare le questioni impellenti come in uno stato di guerra. È interessante leggere la critica che Michele Viterbo muove a Badoglio, nella pagina di diario del 24 novembre del 1943. Scrive: «Badoglio ha costituito un ministero di vecchi. In un momento in cui c'è bisogno di polso fermo, di energia, di carattere, egli ha riesumato i Reale, i Cuomo, i De Caro, tutta brava gente dei tempi passati...». (p. 119). Inoltre sono contenute le lettere tra Badoglio, Viterbo e la moglie Anna che indicano un intenso rapporto di amicizia con il generale, le foto di momenti che meritano essere ricordati, in particolare disarmante è la foto di un soldato ritratto nel 1944 che monta la guardia tra le rovine di Montecassino, ossia compie il suo dovere, obbligo a quell'epoca, a vigilare sul niente. È un'immagine apocalittica che segna appunto il nulla di una guerra durata tantissimi anni tra la prima fase (1914-1918) e la seconda dove l'Italia con i suoi onerosi problemi, come la questione meridionale e mancanze ha dovuto soccombere e trainarsi con tutto ciò che ne ha conseguito. Appare quasi gattopardiana l'immagine dell'Italia, Francia, Germania, Inghilterra descritta da Viterbo, allora come oggi. L'archivio Viterbo – dichiarato di notevole interesse storico dalla Sopraintendenza Archivistica per la Puglia nel 1990 – è stato acquisito a titolo di donazione dall'Archivio di Stato di Bari ed è grazie alla sensibilità dei figli di Michele Viterbo, Silvia, Nicola e Donato che possiamo vantare di avere a disposizione una così importante e vasta testimonianza che non merita in alcun modo di essere trascurata.

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