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Culture

L'ESSENZA DELLE MONNE - ANGELA SCHENA
Uccio Biondi è un artista la cui sensibilità si esplicita nel costante interesse nei confronti del mondo femminile, sia che ricorra alla pittura, sia che ricorra alla scultura. Uccio Biondi ama le donne, e le ama tutte, comunque esse siano egli riesce a coglierne le peculiarità, riconducendole ad un suo stereotipo. Lo vedo, con il pennello in mano, che personalizza i tratti di ciascuna, pervaso da un senso di onnipotenza che lo rende creatore non solo di bellezza esteriore ma, alitando sul dipinto, anima di vita le sue Monne, fornendo loro un carattere che le rende uniche e irripetibili.

Conosco Uccio da sempre, gli voglio bene come se ne vuole a un padre, a un fratello, a un amico e mi piace testimoniare, attraverso la pubblicazione di Monne Terranee, un tragitto del suo percorso artistico, perchè non si disperda e resti sulla carta, odorosa di inchiostro e piacevolmente tastabile, come ormai non sono le fotografie digitali, né le immagini salvate nella memoria del computer. Jean-Baptiste Grenouille, il protagonista de II Profumo - il libro di Patrick Suskind del 1985, da cui è stato tratto un fortunato film nel 2006 - rapisce e uccide ben 25 donne (sarebbe anche lui sicuramente arrivato a 100 se non lo avessero catturato) e ne distilla gli umori per ricavarne l'essenza. Un po' quello che ha fatto Uccio con le sue 100 donne, a cui, perlomeno ha reso salva la vita, anzi l'ha esaltata rendendole immortali. Grazie Uccio, dalla centounesima donna della tua raccolta, fuoriserie ma pur sempre una tua... Monna Terranea.

 

MONNE TERRANEE - LUCIO GALANTE
Alla luce della ormai lunga fortuna critica dell'artista non posso non condividere il concorde giudizio che il pittore sia giunto a una fase di piena maturità artistica, che ce lo fa riconoscere anche sotto il profilo dell'identità stilistica - criterio quest'ultimo un po' in disuso o tutt'al più utilizzato per gli artisti ormai consegnati alla storia- ma sarebbe sbagliato considerare questa maturità come definitivo assestamento in una formula, col conseguente venir meno della tensione della ricerca. La sua tensione di ricerca è ampiamente dimostrata proprio dalle tematiche affrontate e dal modo con cui lo sono state. Veri e propri approfondimenti, se così si può dire, incentrati, come la critica ha già rilevato, sulla realtà dell'uomo ^ Ciò che sembra aver guidato l'artista è il bisogno di conoscenza, quasi di autonomo studio, sollecitato, è inutile dirlo, dal fascino che il mondo femminile può esercitare e ha sempre esercitato sugli artisti di tutti i tempi.

In Biondi, il tema del ritratto non è nuovo. Alla mostra milanese del 2000, dal titolo "a pelle" (spazio Consolo) egli aveva sperimentato l'inserimento di volti femminili utilizzando ritagli fotografici, tratti anche da giornali, come il ritratto di Marilyn Monroe e alla personale di Firenze del 2002 era esposto il "ritratto di Monna Liv". Ora, però, ne ha fatto oggetto di una serie tematica. Luca Beatrice aveva colto «un comune denominatore»: il corpo, «una fisicità che può assumere fisionomie ancestrali, materne, luogo di ossessione privata del poeta, l'artista desiderante, per poi immergersi nella fruizione collettiva del corpo così come viene trasmessa dalle icone pubbliche del cinema (numerose citazioni che vanno dai suoi film e attori di culto, dall'Anna Karenina di Godard alla giovanissima Liv Tyler di Bertolucci), della televisione, della pubblicità». Ora, però, è come se quel corpo avesse conquistato un'anima, una sua identità, quella dei volti delle tante donne che si possono incontrare nel nostro vivere quotidiano, ognuno col proprio nome: Rito, Paola, Rosalia, Angela, Emilia, Anna, Mariella, Daniela, Rossella, Grazia, Ada, Nina, Silvana, Tatiana, Maria, Maria Grazia, Elena, Stella, Anna Rita, Veronica, Adriana, Rosalba, Laura Olimpia, Flora, Caterina, e via via tutte le altre.

Mi chiedo, a questo punto, se in un percorso critico che si è sempre espresso in termini generali, sia pure cercando di puntualizzare la concezione artistica di Biondi, di delinearne una poetica, di fornirne una interpretazione, ma in sostanza con un deficit di analisi testuale, non sia giunto il momento di provarsi a invertire la rotta e procedere quindi in tale analisi. La risposta, almeno per me, non può che essere positiva per cui provo a procedere in questa direzione. Se parlare di linguaggio artistico ha un senso, si tratta allora di verificare innanzitutto come nel caso di Biondi e in particolare in questa serie di ritratti esso si è articolato. La prima osservazione che va fatta è che tutti i ritratti hanno una struttura di base costante. Il punto di partenza è il formato della tavola, il suo spazio rettangolare definito nelle sue dimensioni. Su di esso l'artista organizza la composizione secondo una ripartizione geometrica sostanzialmente regolare, basata sulle ortogonali. Una ripartizione che divide in due, tre o quattro zone, dimensionalmente variabili lo spazio della tavola, una riservata all'immagine femminile ritratta, mentre le altre sono costituite da ampie campiture cromatiche o da altri elementi, per lo più iscrizioni di vario genere (prevalentemente con caratteri a stampa).

Al di là della legge aurea dell'equilibrio compositivo, è evidente che tra le varie parti v'è una relazione di tipo semantico, una relazione probabilmente non immediatamente intellegibile. Si sa che per un pittore la scelta di un colore non è mai casuale, anzi egli opera sicuramente e innanzitutto sulla base della conoscenza di un codice ormai universalmente accettato, un giallo e un viola s'accordano efficacemente se si cerca un effetto di preziosismo cromatico, così come si accordano l'azzurro e il nero. Ma dire semantico significa dire che si entra nel terreno difficile dei significati. Bisogna, allora, ricordarsi di Kandinsky? Quel che è certo, come si può osservare, è che Biondi organizza la struttura cromatica quasi sempre o individuando una dominante, le più frequenti la rossa e l'azzurra, o accostando più colori. Poi ci sono le iscrizioni. Innanzitutto i nomi delle figure femminili. Per dire che quei volti corrispondono alla loro verità esistenziale?

Probabilmente sì, non vedo altro motivo, fatto salvo quello di attenersi alle esigenze prettamente formali; infatti i nomi compaiono talvolta dentro la stessa zona del ritratto, talvolta hanno uno spazio proprio. In secondo luogo le iscrizioni costituite in genere da riporti di stampa, con una eccezione, quella della striscia con la scritta "Fragile", dall'artista tra l'altro già usata in altre opere precedenti. Sulla base di questo impianto costante l'artista ha articolato le sue variazioni strettamente legate a ogni donna. ^ Le donne di Uccio Biondi - lo specificativo, ovviamente, non è da intendere nel senso di appartenenza, anche se alcune di esse possono aver avuto a che fare col suo «particolarismo biografico» - non sono più ora trasmesse «dalle icone pubbliche del cinema... della televisione, della pubblicità», ma quelle concrete dell'universo femminino, che se nella serie grafica possono sembrare una esemplificazione classificatoria, nella trasposizione pittorica ci riportano al loro vero spazio psicologico, complesso e misterioso, e mai completamente svelato.

 

MONNE TERRANEE. IL RITRATTO FEMMINILE SECONDO LICCIO BIONDI AL TEMPO DI FACEBOOK LORENZO MADARO

Come confrontarsi con un tema classico ormai abusato? Come relazionarsi con il ritratto femminile, che per secoli, direi anzi per millenni, è stato uno dei generi più amati dagli artisti di ogni area geografica e culturale? Molti autori dell'arte strettamente attuale ci hanno suggerito che attraverso processi che prevedono l'utilizzo del video, della fotografia, o semplicemente attraverso l'uso e l'abuso del corpo umano, quest'attenzione prosegue con continuità, prevedendo una serie di meccanismi, oramai ampiamente storicizzati, che coinvolgono il fruitore e lo stesso soggetto dell'opera, ovvero la persona fisica.

Uccio Biondi, sicuramente uno degli artisti dell'area meridionale che ha fatto del dialogo acuto con numerose discipline - dal teatro al video, dalla performance all'arte sociale, rimanendo però sempre fedele alla pittura, così come documentato da tutta una serie di pubblicazioni e testimonianze critiche di rilievo, non ultime quelle di Luciano Caramel e Flaminio Gualdoni - nell'ampio progetto recente Monne Terranee presentato nella sua totalità su queste pagine, si è concentrato con determinazione e un impegno pluriennale a scandagliare questo "genere", senza per forza trascinarsi tutte quelle prerogative che la critica ha sempre collegato, talvolta in maniera azzardata, al ritratto, ovvero l'analisi della dimensione psicologica di un volto o dello scenario tracciato da un segno marcato sulla pelle. A Biondi, sin dai primi tasselli di questo grande mosaico pittorico, composto da oltre cento pezzi di medie dimensioni, proposti nel duemilasei all'interno di un percorso espositivo antologico ordinato da Massimo Guastella nel castello di Mesagne, ha piuttosto allettato il risultato formale che scaturisce dal dialogo tra il volume, talvolta sensuale, di un viso, di un particolare anatomico o di una ciocca di capelli, e la forza espressiva delle zaffate pittoriche, in perenne dialogo con le attenzioni verbali che compongono quell'ibrido universo che ha contraddistinto l'azione pittorica dell'artista nell'ultimo trentennio.

Dove sono state prelevate queste "anonime" icone della contemporaneità? Biondi racconta che ha tracciato i ritratti con quella freschezza esecutiva tipica degli artisti di strada, che nelle piazze di Parigi, Roma, Firenze o Venezia disegnano il volto del turista di turno. L'artista ha però prediletto il confronto con la piazza della contemporaneità, naturalmente quella del social network Facebook, dove ha spesso recuperato le immagini-base per questo nuovo lavoro. La fotografia del "Profilo" - chi ha dimestichezza con uno dei social network oggi più sfruttati, ben comprenderò il valore di questo sostantivo - è forse l'emblema, anzi la sintesi, di quanto siamo e di quanto vorremmo essere. Mediante le conversazioni in chat, che in alcuni casi sono sfociate in amicizie vere e proprie, e lo scandaglio di album elettronici e immagini pubblicate da una lunga serie di donne, certe volte a lui sconosciute, Biondi ha estrapolato dalla rete le immagini fotografiche, rielaborate successivamente in studio mediante una lenta pratica che ha prediletto come punto di partenza l'uso del carboncino e della fusaggine. Il disegno, inteso anche concettualmente come principio progettuale, è stato intervallato dalla pittura e dal collage, che ha previsto finanche l'ausilio di fogli d'album da disegno, così ricorrente negli artisti che praticano il disegno en plein air, amalgamati tra loro in un flusso pluridirezionale.

Emerge così una galleria composita, contrassegnata da un ininterrotto susseguirsi di immagini, sguardi euforici o nervosi, forme e messaggi verbo-visivi. Gli stessi che rivelano palesemente il nome - ma solo il nome - delle donna ritratta, attraverso una scrittura che predilige una concatenazione di caratteri marcati, sovrapposti, reinventati e scansionati secondo prassi sempre differenti. Rimane pertanto questa una peculiarità forte che contrassegna il nomadismo di Biondi, il quale non rinuncia a raffronti più o meno allusivi con certa arte ormai storicizzata. Affiorano - tenendo ad esempio conto dello sguardo prolungato verso la serialitei dei volti, per la sovrapposizione di particolari e caratteri tipografici - parziali dialoghi con il percorso di Andy Warhol: ma questo è probabilmente l'esempio più immediato. Biondi d'altronde, soprattutto in alcune opere, reinventa la composizione in maniera autonoma, proponendola talvolta con inedite soluzioni, in quella costante voracità mediata da una ponderata pratica pittorica. In alcune opere preferisce concentrarsi su un'immagine di grandi dimensioni, che magari abita quasi interamente la superficie della tavola, in altri momenti accosta diversi particolari dello stesso viso, accompagnati perfino da quel Fragile - stampato su un minimale nastro adesivo bianco incollato sull'opera - che è poi una parola-chiave all'interno della sua ricerca, essendo anche il nome di una sua recente fatica editoriale.

Lo sguardo ieratico di Benedetta, contrapposto da un segno rosso tracciato con un pastello scabro a due espressioni del busto, la fervida allegria di Sonia, i chiaroscuri del viso di Lucia, lo sguardo concentrato, marcato da una teoria cromatica giocata sui blu, di Roberta. Le tre accattivanti pose in bianco-nero di Francesca, addossate a un più luminoso, ma altrettanto impenetrabile, profilo del volto. Fiotti di un blu acceso scandiscono quello di Elena, da cui spiccano con energia i segni veloci della matita con cui l'artista ha appuntato il guizzo volubile dei suoi capelli. Altrove una serie di caratteri mobili concatenati creano alfabeti visivi intatti e intenzionalmente incomprensibili, tanto da far passare in secondo piano il nome della ragazza ritratta, in una liquida e intensa patina pittorica pacificamente infestata da detriti informali. Nonostante le intenzioni di Biondi non siano di ascendenza fisiognomica, da alcuni tasselli del mosaico pittorico emergono parzialmente caratteri e propensioni, che però non sono soltanto peculiarità delle donne ritratte, appartenendo invero all'intero universo femminile. Niente di patinato o frivolo. Le donne di Biondi non sono quelle ritratte in certa pittura o fotografia contemporanea. Nel complesso - le varie tavole vanno di fatto lette nella totalità della composizione, essendo schegge di un'opera unica - emerge un lavoro installativo modulare, da assemblare e reinventare con dinamico spirito curatoriale, in diversi spazi, a contatto con altrettante realtà, coerentemente con le molteplici sfaccettature dell'universo tratteggiato in Monne Terranee.

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