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La commovente storia di una famiglia speciale, composta da una madre viennese, Eva, che appicca incendi di emozioni nella propria casa, e da Luigi, pompiere buono e coraggioso che spegne le fiamme che ardono fuori. Ma è dentro casa che l’amore per i libri arde la loro vita, e dove, come disse Eva a suo figlio un giorno, fra tutte le paure, non avere paura dei libri. Ogni capitolo di "Non aver paura dei libri" di Christian Mascheroni (in libreria dal 20 febbraio per Hacca edizioni) è un ricordo che parte da una pagina di vita, dalla copertina di un libro, per raccontare soprattutto una donna straordinaria, Eva, capace di far innamorare di sé il mondo intero senza essere capace di amarsi.


 

ChristianMascheroni

L'AUTORE - Christian Mascheroni (Como, 1974). Autore televisivo per Mediaset e Mtv, è autore e volto con Marta Perego del programma “Ti racconto un libro” (IRIS) e degli speciali dedicati al mondo della letteratura. Ha esordito nel 2005 con il romanzo "Impronte di Pioggia" (L’Ambaradan) al quale sono seguiti "Attraversami" (Las Vegas edizioni, 2008) e "Wienna" (Las Vegas edizioni, 2012). Scrive per il blog di Glamour (Hounlibrointesta.glamour.it di Chicca Gagliardo).

LEGGI SU AFFARITALIANI.IT UN ESTRATTO IN ANTEPRIMA
(per gentile concessione di Hacca edizioni)

21.


Non c’era una sola volta che mia madre riuscisse a disegnare un cuore che non avesse bocca e occhi, con lunghe ciglia e un’espressione buffa o un dente che sbucava dalle labbra gigantesche. Non c’era una sola volta che questo cuore non avesse braccia aperte che sembravano più rami secchi stilizzati e gambe storte disegnate con colpi di penna biro. E tutte le volte questo cuore parlava in rima, per ricordare quanto fosse divertente ridere di un amore che spesso non concedeva risate.
A San Valentino l’amore di Eva e Gino – la coppia di giovani amanti capaci di guardarsi ancora negli occhi dopo le ferite del tempo – veniva celebrato da biglietti disegnati e ritagliati a mano che avrebbero acceso le guance della ragazzina dai capelli rossi di Charlie Brown.
Io, sin da bambino, ero stato istruito a diventare un perfetto Cupido. Mio padre spesso non riusciva ad impugnare la penna per dare voce ai suoi sentimenti, ma era capace di chiamarmi la sera prima del 14 febbraio per discutere su come far felice mia madre. Io mi occupavo di scrivere il biglietto e di comprarle un buon libro, Gino invece sceglieva il ristorante. Spesso insistevano perché ci fossi anche io, non perché non sapessero sostenere una cena intima come ai vecchi tempi, ma perché insieme, noi tre, eravamo una versione psichedelica ed estesa degli innamorati di Love is… di Kim Casali, se mai avessero avuto un figlio, ovviamente.
Quando osservavo Eva disegnare con i pennarelli i suoi cuori bizzarri intravedevo la ragazza che era stata prima di diventare madre, una vibrante icona di bellezza vintage trasfusa di quella libertà che si sarebbe persa poco alla volta, goccia a goccia, nello stillicidio delle amarezze. Ma in alcune fotografie, specialmente in quelle con mio padre, c’era tutta l’incarnazione dell’avvenire e, allo stesso tempo, la semplicità del vivere senza futuro.
I loro scatti sono copertine di romanzi molto diversi. Mi sarebbe piaciuto leggerli, ma non abbiamo mai parlato abbastanza del loro passato. A volte come figli non vogliamo leggere la vita dei nostri genitori quando non erano i nostri genitori. Eppure, sfogliando l’album di famiglia, vedo i protagonisti di storie che solo certi grandi scrittori avrebbero potuto immortalare nelle loro sacre pagine.
James Jones li avrebbe voluti come protagonisti di Da qui all’eternità, se avesse visto la fotografia che li ritraeva abbracciati, di spalle, su una spiaggia deserta. Era l’agosto del 1967, loro erano due corpi abbandonati al sole, l’abbraccio saldo e scuro di abbronzatura di mio padre e la serena compostezza di mia madre, i suoi capelli di grano, le gambe lisce, perfette. Attorno solo la sabbia, un telo e un libro aperto. E l’eternità dentro il sogno di quel pomeriggio, catturato da una fotografia (chi l’avrà mai scattata?)
Immagino l’estasi di Moravia o Buzzati, seduti vicino a Eva e Gino sul battello – lago di Como, 1969 – a scrivere di getto la lievità di quei sorrisi senza rughe che non conoscevano il dolore della narrazione, ma solo l’estasi dell’intuizione di una storia d’amore. Mia madre in posa, con la mano dietro la nuca, la borsa sulle gambe infreddolite, il bracciale che io da piccolo credevo magico. E lui, in camicia, con i capelli impomatati, un viso che sarebbe stato amato da Elsa Morante o che Isabel Allende avrebbe rubato per assegnarlo al suo Francisco Leal di D’amore e d’ombra.
Chissà, forse solo l’austriaco Stefan Zweig, l’autore della più celebre biografia di Maria Antonietta, avrebbe potuto accompagnare con la sua penna, all’altare, Eva la sposa, il cui velo scostato mostrava all’obiettivo gli occhi grandi, immensi, il viso radioso, il taglio di capelli alla moda. Mio padre, elegante come mai lo sarà nella sua vita, era nobile di sguardo e postura, in posa regale dentro la Minoritenkirche, a Vienna, coperta dalla neve bianca. Non c’era ancora traccia, nelle fotografie del matrimonio, dell’ironia che avrebbe lenito bruciature e cauterizzato le ferite dei dolori divampati negli anni successivi.
Mi sono spesso chiesto se mio padre riuscisse ancora ad amare Eva, se ricordasse chiaramente la donna inebriante che era stata, nonostante l’alcolismo e la depressione l’avessero in seguito trasformata in un’eroina tragica. E così mi sono spesso chiesto se Eva amasse Gino come in quelle fotografie, oppure vedesse in lui un uomo che, pur spinto dall’amore, l’aveva intrappolata in una quotidianità fatta di armistizi e di condizionamenti. La risposta è nella fine della loro storia d’amore. Quella fine che è arrivata dalla vita, quando la vita decide che il romanzo deve chiudere, deve arrivare all’epilogo. E allora, scomparso mio padre, rapito dalla malattia e dal disamore, vidi mia madre diventare uno scatto in bianco e nero, e scivolare per terra, via dal romanzo che avrebbe continuato a scrivere solo insieme a mio padre.
Nella sua parabola di donna innamorata Eva – la viennese che, prima della scomparsa di Gino, non aveva mai versato lacrime su un libro – era simile alla protagonista di uno dei nostri romanzi preferiti, Liza di Lambeth di William Somerset Maugham. Lei stessa, un giorno, sfogliando quel libro – che racconta il percorso di una giovane, circondata dalla miseria umana, che da incantevole faro per tutti diventa l’emblema della solitudine – mi aveva suggerito di leggerlo come si fa quando si concede a qualcuno di leggere il proprio diario. Perché proprio come Liza, mia madre, a fianco di mio padre, era superiore alle altre donne, che parevano regine, mentre lei era imperatrice. Senza di lui scese le tenebre, intonando malinconica i versi dell’abbandono.

“Benché io sia ubriaca e cattiva, sii tu buono / getta uno sguardo a questo cuore che è sconvolto e angosciato. O signore, togli dalla mia mente il mio pianto e il mio lamento. Offri vino e togli il dolore dal mio ricordo”.

L’amore dei miei genitori non indossava maschere. Non c’erano Pierrot né Arlecchini, ma costumi originali da indossare per prendere in giro la vita e riderci su, quando si poteva. E a carnevale non solo si poteva, ma si doveva. Mia madre – la viennese che cuciva addosso alle persone stati d’animo d’alta sartoria – disegnava su blocchetti di carta i miei costumi di carnevale e restava alzata tutte le notti, per una settimana, per confezionarmi un costume originale. Era lei a crearmi, di anno in anno, un personaggio nuovo. Quando avevo circa cinque anni, uno dei suoi costumi fu immortalato in una fotografia che fece il giro dei paesi, e vinse addirittura un premio. Mi aveva travestito da spaventapasseri, tagliando e cucendo la giacca di panno che mi arrivava fino alle caviglie, con tanto di toppe e pantaloni sfrangiati. Aveva fabbricato un cappello di lana, incollandoci dentro fascette di cartone per plasmarlo e applicando un pulcino giallo sulla cima. Vecchi calzettoni avviluppavano scarpe dismesse. Aveva lavorato alacremente su quel vestito, dopo essere stata ispirata dal Mago di Oz di L. Frank Baum, di cui mi aveva letto alcune pagine qualche settimana prima. Un paio d’anni dopo aveva deciso di trasformarmi, lavorando un panno rosso, in uno degli gnomi dei suoi libri d’infanzia. Avevo persino un berretto rosso e una mantellina verde. Lei invece si era travestita da clown, adattando una camicia da notte e un foulard a pois convertito in un grosso fiocco. Con il rossetto si era dipinta due cerchi sulle guance e aveva realizzato un cappello a cono lungo mezzo metro. Uno dei suoi costumi migliori era stato però quello da mago. Eva aveva acquistato una toga nera e vi aveva cucito addosso lune dorate e stelle d’argento. Aveva incorporato al cappello una lunga barba nera che mi solleticava il mento e trasformato una scatola di scarpe in un enorme libro di magie. Ovviamente non aveva dimenticato una bacchetta magica con tanto di stella in cima.
Uno dei ricordi più dolci che ho di mia madre risale a una notte in cui mi svegliai e la trovai che dormiva con la testa appoggiata al tavolo, il pennarello fra le dita macchiate di colore, circondata da fogli sparsi, forbici, ago e lembi di tessuto di ogni misura. Era un laboratorio magico, il suo, fatto di stelle ritagliate, coriandoli appiccicosi, fettucce di stoffa che vagavano per il salotto. La svegliai e le dissi che doveva andare a letto, ma il giorno dopo era carnevale e lei ci teneva che il mio travestimento fosse pronto. Andò in cucina, mi scaldò del latte e si fece un panino con la mortadella. Mi disse che non dovevo sbirciare perché voleva farmi una sorpresa. E il giorno dopo, con gli occhi gonfi di stanchezza, mi aiutò a indossare il mio costume speciale e mi accompagnò in piazza, in mezzo agli altri bambini vestiti da Zorro o da cowboy. Insieme guardavamo i carri, mangiavamo caramelle gommose e ci lanciavamo addosso coriandoli e stelle filanti. Mio padre ci raggiungeva più tardi, quando i carri si erano spostati in qualche altro paese. Dava il cambio a mia madre che andava a dormire, sfinita. Mi portava al bar e mi comprava il gelato; poi, prima di incamminarci verso casa, passavamo in edicola e mi comprava un giornale a fumetti di Dick Tracy, Andy Capp o della Pantera Rosa. Io leggevo ad alta voce e ridevo, dentro il mio costume fatto dalle mani di Eva, che era spesso già ai fornelli, travestita da pagliaccio o da veggente, a cucinare pollo e riso.
Nessuno toglieva il costume fino all’ora di coricarsi. Solo mio padre non si travestiva, ma ricordo che per anni teneva in mano una lanterna fatta di argilla essiccata e verniciata di verde e oro. Era suo compito illuminare la casa mentre mia madre e io facevamo finta di non appartenere a questo mondo e di essere, almeno per quella volta, personaggi fatati.

 

(continua in libreria)

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"non aver paura dei libri"christian mascheronihacca

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