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Culture

Premessa
Andare oltre le paure


1. È una vergogna che accadano nefandezze come queste...
Accendiamo la televisione, distrattamente, e come spesso accade iniziano ad affollarsi immagini, notizie e commenti esperti su crimini efferati e giuste punizioni. Che siano telegiornali, talk-show o fiction poco importa. A essere toccate e snudate sono le nostre paure più profonde. Tutti noi temiamo per la nostra vita e per quella delle persone che desideriamo proteggere.

I crimini violenti, agiti o rappresentati mediaticamente, proiettano un'ombra nel sociale e fanno riaffiorare angosce che chiedono prepotentemente di essere sedate. È per governare queste tensioni che gli uomini hanno edificato il sistema dei delitti e delle pene.

Ma perché all'alba del terzo millennio queste paure ancestrali minano delle sicurezze che solo qualche lustro addietro sembravano inattaccabili? E per quali ragioni i sentimenti delle vittime dei reati e lo sdegno dell'opinione pubblica, reificati dai mass media, mettono sotto scacco sempre più frequentemente le decisioni da assumere in campo penale?

È sotto gli occhi di tutti il radicale cambiamento dei toni e dei linguaggi che accompagnano negli ultimi decenni i discorsi, le scelte politiche e le pratiche istituzionali sulla questione criminale. Le rappresentazioni pubbliche di chi ha subìto un reato fissano l'immagine del torto subìto, la quale evoca e risveglia in ciascuno di noi l'esperienza drammatica di convivenze difficili e diritti violati o negati.' La stessa vittima, in questo format, diviene simbolica in quanto riassume in sé i rancori, le rivendicazioni, le insicurezze, le frustrazioni e le delusioni di chi abita un mondo globalizzato, disorientante e minaccioso. Detto altrimenti, il sentire collettivo viene sempre più veicolato dalla politica per affr ontare e "risolvere" i problemi della sfera penale, fino a divenire esso stesso l'obiettivo principale delle risposte da dare.

Così, da una parte ci troviamo di fronte alla vittima in carne e ossa e ai suoi familiari, con la loro vita violata e con le loro legittime domande di verità e giustizia. Persone diverse tra loro, con storie, valori e passioni differenti; persone che non sempre e necessariamente fanno proprie le istanze della vendetta e della punizione esemplare. Pensiamo, per esempio, all'omicidio di Giovanna Reggiani a opera di un cittadino rumeno, commesso nell'ottobre del 2007 nei pressi della stazione di Tor di Quinto, a Roma, vicino a baracche di miserabili. Paola, sua sorella, attraverso parole e gesti concreti, ha mostrato più volte di saper rispondere a questa estrema violenza con una disponibilità al dialogo. Troviamo un atteggiamento analogo nelle parole del padre di Luca Massari, tassista milanese aggredito nell'autunno del 2010 con brutale violenza, dopo che aveva accidentalmente travolto il piccolo cocker di proprietà della fidanzata dell'aggressore. Nella sala d'attesa della stanza di rianimazione dell'Ospedale Fatebenefratelli, Giancarlo, 75 anni, dichiara: "Non voglio vendetta, anche l'aggressore di mio figlio ha avuto la vita distrutta".

Ancora più apertamente ha avuto modo di esprimersi Carlo, il padre di Raffaella Castagna, massacrata nel dicembre del 2006 nella sua abitazione di Erba insieme alla madre, al piccolo figlio e alla vicina di casa. Le sue parole di perdono sono vagate nell'etere sorprendendo molti, ma senza essere davvero elaborate nel dibattito politico-mediatico.

Dall'altra parte rinveniamo una vittima costruita sulle necessità della nuova "saggezza" politica, una vittima che incarna simbolicamente tutte le pretese di governo di una società che aspira a immunizzarsi da ogni rischio o minaccia. In questo contesto, la vittima non è più percepita esclusivamente come chi ha subìto una condotta penalmente rilevante, sulla quale si edifica l'azione penale statuale. La sua esperienza diviene il pretesto per costruire sentimenti condivisi e istanze collettive: se qualcuno subisce un crimine... chiunque è legittimato a indignarsi e chiedere pene severissime. La notizia di un fatto di reato perde i caratteri dell'unicità e della tipicità (è capitato a quella persona in quel determinato contesto) per assurgere a paradigma di ciò che può capitare a chiunque: la ricostruzione dell'accaduto si riempie di commenti di passanti, vicini di casa, amici e familiari sbalorditi ("non avrei mai pensato che proprio lui potesse commettere un simile delitto..."), indignati ("è una vergogna che accadano nefandezze come queste") e preoccupati ("se è capitato a lui potrebbe davvero capitare anche a me"). Il tentativo di comprendere, anche se con spiegazioni stereotipate, lascia il campo - unicamente - al coacervo di emozioni che riguardano le conseguenze del reato. Se capitasse a noi, come reagiremmo? Cederemmo subito alla forza di quei sentimenti collettivi che orientano le nostre emozioni individuali? Invocheremmo la pena di morte o l'espulsione di un extracomunitario?

2. L'unica risposta possibile è agire
Chi studia da un punto di vista psicologico e culturale le emozioni è pronto a scommettere che le proviamo "soltanto in relazione a qualcosa che siamo già riusciti a investire di una certa importanza nello schema dei fini e degli obiettivi legati alla nostra vita". Paura, dolore e rabbia (così come speranza, felicità e amore) sono decisivi nel tracciare la traiettoria di ogni esistenza, la quale si situa sempre in un intreccio di eventi mai pienamente controllabili. Il bisogno di Legge nasce proprio dal nostro stato di vulnerabilità, che rimanda a sua volta alle emozioni che lo accompagnano, e che sperimentiamo in innumerevoli occasioni.
A questo punto, il quesito che nel mondo di oggi si fa urgente è: paura, dolore, rabbia, vergogna, disgusto sono affidabili e appropriati, nella loro esperienza più immediata e nella loro prospettiva sociale, a orientare le politiche penali e criminali?

La tentazione di rispondere affermativamente fa subito breccia.

Ma questo "sì" è una risposta immediata a una frattura -- interiore e sociale - che accompagna la notizia che un crimine è accaduto. Su questa tensione spesso si costruiscono politiche che - come meglio vedremo - esacerbano le paure assegnando loro una curvatura distruttiva: anti-istituzionale, regressiva sul piano dei diritti e destrutturante dei legami sociali. Siamo qui lontani da quella cultura che ha edificato la modernità, le sue istituzioni e il suo progetto politico, e che ha conferito un posto fondante alla paura della violenza (Hobbes). Oggi, al contrario, alcune forze politiche, non solo in Italia, propongono di governare eludendo domande decisive sul futuro della società.

Che senso ha, dunque, andare oltre le paure?

C'è chi interpreta questo "oltre" come la necessità di una loro rimozione dal campo politico. A partire dalle note teorie sociologiche sul panico morale, che si sono affermate agli inizi degli anni settanta de] secolo scorso nei paesi anglosassoni - e che indubbiamente hanno avuto il merito di svelare la natura "costruita" di alcuni sentimenti collettivi - si è delineata, soprattutto a sinistra, una tendenza a negare l'esistenza della questione "sicurezza urbana" e a considerare inutili, dunque, le politiche di rassicurazione. In questa prospettiva, l'unica operazione legittima sarebbe quella di svelare ai cittadini una sorta di verità nascosta, vale a dire che l'allarme sociale è uno stato indotto dalle élite dominanti per mantenere il potere o per celare scottanti problemi sociali. Un criminologo come Richard Quinney, per esempio, già a quell'epoca denunciava come la paura della criminalità si diffondesse a seguito di una campagna del governo statunitense per nascondere i fallimenti della guerra in Vietnam, e per sottrarre l'attenzione dall'imminente crisi economica.

In una prospettiva diametralmente opposta c'è chi si rivela più realista del re, e considera le paure come l'unico perno su cui poggiare gli interventi nel campo penale - oltre che come principale fattore di legittimazione della classe politica. Si tratta di una versione condivisa da molti, che confonde il panorama politico, appianando la tradizionale opposizione tra destra e sinistra. È una posizione che de-politicizza la sicurezza, fino a trasformarla in diritto individuale esigibile immediatamente nelle aule giudiziarie e nel mercato di beni e servizi. L'espressione che l'accompagna è "la sicurezza non è né di destra né di sinistra": questo slogan, invocato dal codice politico bipartisan e dalle proteste di piazza (mediatica), non è neppure in grado di intercettare i problemi d'insicurezza, di convivenza e di ordine che caratterizzano la vita della civitas. L'unica risposta coerente è l'agire, senza riflessioni e senza mediazioni.

Come sottolinea David Garland, facendo ricorso al linguaggio psicoanalitico, il processo decisionale assume, qui, la forma di un acting out: controllare la criminalità non significa più affrontare una questione complessa e a lungo termine, ma ottenere gratificazioni immediate applicando misure populiste, dirette a rassicurare, almeno nell'immediato, un pubblico che teme che lo Stato non sia più in grado di contenere la violenza. Sostituire l'azione al pensiero (acting out, appunto) significa, dunque, ricorrere a provvedimenti legislativi che diano alla gente l'illusione che si sta facendo qualcosa contro il dilagare del crimine.'

In questo contesto generale ci imbattiamo spesso in provvedimenti che appaiono l'esito di decisioni di "buon senso", non ideologiche e dettate dall'emergenza, come nel caso delle molte ordinanze di sicurezza urbana adottate dai sindaci per contrastare episodi di vandalismo, prostituzione, degrado urbano. Resta il fatto che quando si declinano in base a opzioni quali "tolleranza zero", "farsi giustizia da sé", "padroni a casa nostra", le soluzioni pragmatiche abbracciano in realtà una scelta di campo ben precisa, irreversibile rispetto a un percorso di democrazia inclusiva.

Per noi, le paure e le altre emozioni legate al crimine non comportano una soluzione naturale e scontata (leggi: risposte repressive e modalità espulsive), a cui la politica deve limitarsi a dare una forma. Sono invece esperienze concrete che ridefiniscono le vite individuali e le relazioni sociali; la politica è chiamata ad accoglierle, a dare loro un significato e a trasformarne gli effetti distruttivi in percorsi che, paradossalmente, rinsaldino il senso di communitas attraverso il reciproco riconoscimento della nostra vulnerabilità.

3. Per una criminologia politica
In tutta l'Unione europea e oltreoceano aleggiano, con toni e modalità diversi ma sempre più convergenti, le proposte di aumentare le pene, di incrementare la presenza e la visibilità delle forze di polizia (finanche dell'esercito), e di adottare una politica di rigore nei confronti del degrado e delle inciviltà, di cui gli stranieri sarebbero i principali portatori. La sensazione che ricava chi studia la "questione criminale" è che non vi sia uno sguardo davvero attento sul campo penale, vale a dire su quella rete complessa in cui s'intrecciano istituzioni (tribunali, carceri, ospedali psichiatrici giudiziari, luoghi di rieducazione, servizi sociali, cooperative di lavoro, ecc.) e varie forme di relazioni sopportate da agenzie, ideologie, pratiche discorsive, tra cui i saperi criminologici, sociologici e psichiatrico-forensi.

Su questi temi, che toccano le sensibilità individuali e collettive, tutti hanno il desiderio di prendere posizione. Ma ciò avviene, ancora una volta, su un piano prevalentemente emotivo.

Questo saggio si propone di approfondire alcune opzioni culturali in tema di politiche di sicurezza urbana, in modo da incoraggiare scelte più consapevoli e riflessive. Ovviamente a partire dal nostro punto di vista.

Per articolare queste riflessioni abbiamo consapevolmente evitato di affidarci a una modalità espositiva di taglio eccessivamente specialistico. Abbiamo preferito, invece, selezionare alcuni argomenti sulla base delle parole-chiave maggiormente usate dagli opinion leader quando si occupano di giustizia e criminalità. Ragioneremo, dunque, sulla crescita o la diminuzione della criminalità in questo primo scorcio di millennio, sulle violenze, sul degrado e le inciviltà urbane, sull'odio razziale, sulle paure legate a questi fenomeni, sul controllo dello spazio urbano, sulla questione carceraria, per concludere con una proposta di ridirezionamento delle politiche pubbliche.
Si tratta, dunque, di un saggio di "criminologia politica" - più che di politica criminale. Non discuteremo, infatti, di quale politica del diritto, sociale, penitenziaria o del controllo sia più giusta o utile oggi, bensì ci occuperemo di quei temi che costituiscono le fondamenta delle attuali policies, con la finalità di orientarle in senso democratico.

Il riferimento manifesto alla democrazia implica una scelta di campo: quella di riflettere non semplicemente sull'efficacia delle politiche rispetto a obiettivi concreti e mirati (riduzione della criminalità, del disordine, dell'insicurezza), ma soprattutto sulla tenuta di quel progetto di società che, nonostante le sue aporie, si sforza di garantire a tutte le persone un mix virtuoso di libertà, uguaglianza e fraternità. Nella consapevolezza - o forse si tratta di una nostra paura? - che la rinuncia a questo progetto possa comportare un regresso a uno stato di barbarie, caratterizzato da violenza e insicurezza diffuse.

4. Verso nuovi legami sociali
Le democrazie contemporanee - per non parlare delle loro derive - appaiono sotto scacco. Scrive Ulrich Beck che la politica, nell'era globale, vive di cinque autoillusioni - ognuna delle quali si pone in alternativa rispetto alle altre. Vi sarebbero dunque: (a) quella secondo cui nessuno può fare politica contro i mercati; (b) quella che investe in un rinnovato idillio dello Stato nazionale; (c) quella neoliberista, che ritiene che con l'aiuto della mondializzazione del mercato si possa eliminare ogni povertà e creare un mondo più giusto; (d) quella neomarxista, "gemella nera di quella neoliberista", che si fissa sull'autotrasformazione dello Stato (assistenziale), nel senso dell'autoadeguamento della politica statuale al predominio del mercato mondiale, ma che finisce per perdere di vista nuovi ambiti che l'economia non più declinata a livello nazionale dischiude; e infine (e) quella tecnocratica, che privilegiando la domanda sulla possibilità della democrazia nei tempi del mutamento climatico risponde con l'autoillusione che lo Stato nazionale possa intervenire in modo ecodittatoriale - senza preoccuparsi di come esso possa imporre agli altri Stati nazionali il consenso ecologico.

La riflessione sociologica e filosofico-politica sulla crisi della democrazia e della politica è ricca di analisi simili a quella ora accennata. Ma a fronte della consapevolezza necessaria per comprendere ciò che sta accadendo si fatica a produrre un pensiero che orienti l'agire politico verso un nuovo modello di relazioni sociali. È il comune sentire circa l'assenza di grandi narrazioni, capaci di accompagnare le feroci trasformazioni che, comunque, avvengono. Se siamo in cerca di grandi narrazioni, forse lo sguardo deve volgersi innanzitutto fuori dalla querelle politica quotidiana, in un campo, peraltro, in cui non è facile raccontare i mutamenti con un linguaggio capace di catturarli e di rei= etterli in un progetto politico.

Ma non necessariamente tutto è perduto, a patto che non ci si faccia travolgere dal nichilismo e si riprenda a costruire pazientemente quelle esperienze che nella trama della vita quotidiana (di)mostrano l'esistenza e il potenziale politico di nuovi legami sociali.
 

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