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Culture
Perugia, successo per la mostra su Taddeo di Bartolo
Retro del Polittico di San Francesco al Prato, 1403

Vari storici considerano la Repubblica di Siena, che durò dal 1125 al 1559, l’unica  che in tutta la storia dell’Occidente esercitò una democrazia pura che operava in favore del popolo, tanto da esibire nel Palazzo Pubblico un ciclo di affreschi in cui esplicitava a tutti i cittadini Allegoria ed effetti del Buono e del Cattivo Governo, capolavoro di Ambrogio Lorenzetti datato 1338/9. E per quanto sembri incredibile oggi quell’amministrazione corretta e virtuosa, seppure non esente da contrasti interni e da bellicosità con i territori confinanti, rese Siena una delle più ricche e rispettate città del mondo per oltre due secoli, tanto che per sconfiggerla dovette intervenire l’esercito, enormemente più numeroso e meglio armato, di Carlo V, l’imperatore sui cui possedimenti non tramontava mai il sole.

A cavallo tra il XIV e il XV secolo, ancora un periodo di splendore per la repubblica grazie ai commerci internazionali e alla ricchezza finanziaria, la città continuava ad abbellirsi, anche se il Duomo Nuovo, immaginato come la più grande cattedrale della cristianità, non era mai stato completato a causa della peste del 1348. È il periodo in cui lavora l’ultimo erede di una scuola che aveva rivaleggiato pressoché alla pari con quella fiorentina di Cimabue e Giotto, quarto del poker di pittori locali che fecero magnifica Siena e che illuminarono con la loro arte i territori circostanti. Dopo Duccio di Boninsegna, autore della più importante pala di tutti i tempi, l’incommensurabile Maestà destinata all’altar maggiore del Duomo, dopo il Lorenzetti del “buon governo” (anche suo fratello Pietro non mancò di talento), dopo Simone Martini, le cui Madonne irradiarono “tenerezza” nei secoli a venire, fu la volta di Taddeo di Bartolo.

Noto soprattutto per i suggestivi affreschi nella Cappella dei Priori a Palazzo Pubblico, Taddeo ha atteso quasi sei secoli prima di avere la sua prima esposizione monografica. Magnifica e importante, aperta fino allo scorso 30 agosto presso la Galleria Nazionale dell’Umbria di Perugia, dove sono conservate la sua emozionante Pentecoste e buona parte del celebre eptittico, dipinto anche sul retro per la chiesa di San Francesco al Prato, il più importante polittico del suo tempo. Proprio dalla ricostruzione di quest’opera enorme e strutturata come un’architettura irta di guglie e ori, che, in circa 4 metri e mezzo di larghezza, presentava sette scomparti, 42 campi figurati e ricche decorazioni dei pilieri, è partita l’idea espositiva.

Attorno all’imponente riassemblaggio di tutti i contributi noti rimasti, provenienti da mezzo mondo, la curatrice Gail Solberg e l’architetto Maria Elena Lascaro hanno fatto un lavoro eccellente. La prima ha radunato oltre 100 opere, tra tavole e parti di polittici (tre più uno apribile quelli integri, compreso il Pentittico a figure intere di Volterra, dalla complessa e inusuale struttura verticale), da numerosi musei e collezioni europee e chiese di tutto il centro Italia. La seconda ha allestito uno spazio espositivo che riprende la forma di una chiesa ad aula, con varie cappelle laterali, una grande navata, un’abside e al centro, sull’immaginario altare, il megapolittico francescano.

Ne è uscita a tutto tondo la figura di un protagonista, che traghettò la pittura trecentesca nel nuovo secolo, cogliendo innovazioni nel proporre e riproporre i modelli richiesti dai committenti e lanciandosi in sperimentazioni inattese quando poteva liberare l’immaginazione, specie nelle narrazioni delle predelle oppure in alcune tavole “domestiche”. Specialista dei polittici, ai tempi non solo opere di pittura piene di infiniti dettagli ma anche complesse costruzioni quasi ingegneristiche, con cuspidi, pinnacoli, pilastrini, pilieri a sorreggere e scandire predella e scomparti, ma nei secoli seguenti smembrate e sminuzzate per l’ingordia dei mercanti, ebbe una bottega organizzatissima, in cui si preparavano i diversi modelli e “patroni” (le sagome dei contorni) per i santi, che Taddeo di volta in volta mutava di quel tanto da offrire unicità alla nuova pala.

Ottimo anche come frescante, lo mostrano le opere citate e quelle – in particolare il Giudizio universale – per la Collegiata di San Gimignano, non rinunciava neppure alle commissioni minori, dalle piccole tavole di devozione privata agli stendardi processionali, tanto da essere uno dei maggiori contribuenti della città. Non solo, spesso utilizzò i contatti instaurati a Siena e spostandosi tra Toscana, Liguria, Umbria e Lazio al servizio di famiglie politicamente ed economicamente potenti, autorità pubbliche, grandi ordini religiosi e confraternite per ottenere nuove, remunerative commissioni. Sempre ottimamente assolte.

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