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Culture

di Alessandra Peluso

A terra mea bbone, / come se disce a lle muerte de case, / c’angore vivene atturne: La terra mia buona, come si dice ai morti di casa, che ancora vivono attorno, ecco sì questi versi di Pietro Gatti con la quale è stata introdotta la meravigliosa e fiabesca cena presso “Il fornello da ricci” dell’ospitale signora Rossella, chiariscono totalmente il mio sentirmi “morto in casa” nella mia terra favolosa, ricca di poesia e tradizioni enogastronomiche, musicali a mio udir sconosciute. In occasione della celebrazione del centenario del poeta salentino Pietro Gatti - fortemente voluta e a ben dire giustamente dalla figlia Mimma Gatti presso il Teatro Comunale di Ceglie Messapica ho avuto un impatto emotivo di natura indescrivibile nei riguardi di persone e luoghi che hanno aperto la loro casa - la mia terra - con una generosità da far invidia a qualsiasi essere umano, squisita e disarmante.

Si è aperto un mondo fantastico, a tratti sconvolgente facendomi sentire una “straniera in patria”: ascoltare musica di giovani salentini che appartengono alla cultura salentina, versi cantati in dialetto cegliese, storie, leggende ascoltate dell’entroterra della storica città di Ceglie, della mistica Oria è stato in questo fine settimana del mese di Marzo come allargare l’orizzonte dell’animo e della mente ad una primavera che senza preavviso ha fatto germogliare in me nuova vita: alberi di pesco in fiore, di mandorlo, ulivi, rondini che cinguettano nell’aria, colori incantevoli della stagione primaverile, il calore degli abitanti di questi piccoli borghi ha dipinto la primavera che il ricordo non può abbandonare il mio essere arricchito di una nuova esistenza.

È la vita dei borghi medievali, della calda pietra barocca, delle pietre laviche che lastricano ancora il pavimento della piccola Oria, della stupefacente Erchie e della magica Ceglie. Trovarsi in questi luoghi è come percorrere a ritroso il passato, una cultura che scorre nelle vene di ogni salentino, che non può nè deve farsi cogliere impreparato e permettere che il sangue congeli preso dalla modernità globalizzante che annichilisce la storia locale. È disarmante - e mi empie una vertigine di vita, come una voragine mille torrenti d’acqua (Pietro Gatti) - quanto ci sia da assaporare, gustare, ascoltare nelle realtà salentine poc’anzi citate, è inconcepibile non conoscere tradizioni popolari raccontate con maestria da giovani, anziani, artigiani del cibo che spalancano un mondo nuovo, facendoti sentire in colpa divorato da rimpianti lancinanti che non sembrano perdonarti questa dimenticanza, soprattutto poi quando è un pugliese, un salentino stesso a essersi dimostrato incurante di tanta vita passata ma non ancora fuggita.

Mi sento di tradire una terra e una gente che con me è stata esageratamente generosa, per questo non posso non ricordare e ne sento ancora sapore e odore - ve lo assicuro - la lasagna al forno al pomodoro con polpettine, li “pizzarieddri” con pane fritto, le “pittule” con baccalà, o cavolfiore, il vino, il rosolio: un’incantevole scoperta in un antico bar di Ceglie con i dolci tipici cegliesi: è una leccornia per la mente e il palato. Così come le “scarpette”, dolce tipico di Oria meraviglioso a vedersi e buonissimo, poi il “marzapane” o la “pasta reale” con caffè: tutti dolci rigorosamente creati dalle genuine e carismatiche mani di Carone e la sua famiglia, prodotti che meriterebbero un riconoscimento nazionale e non solo, prodotti per i quali occorre una continuazione nel tempo. Un grazie anche a Carmen Mancarella, alla sua singolare capacità di inglobare persone e luoghi diversi e che mi ha traghettato in questo viaggio fantastico.

É un incantesimo! Sono luoghi e culture incontaminate, forse alle volte i timidi abitanti che popolano questi paesi si vergognano, talmente pudici di acclamare la propria terra e la propria cultura. E allora basta il ritmo della taranta a rompere ogni barriera, a nascondere ogni rossore e un buon vino a sentirsi parte integrante del tutto, ad essere il “figliol prodigo” che perduto ritorna nella propria casa. Così sono stata accolta come in una grande famiglia che mi porterò dentro ringraziando e scusandomi ancora per non essere stata capace di conoscere prima queste meraviglie e satolla ed ebbra di vita ritorno a casa ancora più amante della mia terra e della mia gente. Grazie!

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